I puttini alati, paffutelli e panciuti, affacciati alla balaustra, osservano dall'alto quanti, ogni giorno, entrano in una delle stanze più belle della cultura universale: la Camera Picta (camera dipinta), un capolavoro assoluto di Andrea Mantegna (inizia quest'opera nel 1467 e la conclude nel 1474) all'interno di Palazzo Ducale.
Per i più è conosciuta come la Camera degli Sposi, anche se, a dispetto del nome, non era una camera nuziale ma un locale di alta rappresentanza della corte dei Gonzaga. Un via vai di visitatori (oltre 1000 presenze quotidiane) che rimangono con il naso all'insù per ammirare, al centro del soffitto, quest'"occhio di cielo", (in un "sotto in su", fu una vera rivoluzione per la storia dell'arte, uno dei primi esempi di prospettiva verticale che crea un senso di profondità dal basso all'alto) popolato da figure festose, oltre che sorridenti fanciulle, un uomo di colore, un pavone blu e una pianta d'arancia.
Poi si è rapiti dalla ricchezza d'oro e di colori degli affreschi tutt'intorno e si ha l'impressione di trovarsi in uno scrigno irreale. Cinque minuti (è il tempo massimo di permanenza, forse un po' pochi per godere appieno di tutta la magnificenza, ma l'elevato numero dei visitatori, pur se con un massimo di 1500 al giorno, altera il microclima e diventa una minaccia per le opere) per immergersi nella vita, nei luoghi e nelle simbologie di una delle più raffinate corti del Rinascimento.
Le pareti si animano di una folla di personaggi: c'è il Marchese Ludovico II mentre colloquia con Marsilio Andreasi, suo segretario particolare, raffigurato su una posizione di primo piano rispetto al resto della famiglia; c'è sua moglie Barbara di Brandeburgo, con un'espressione corrucciata e severa. Ci sono i figli e, ancora, i dignitari e i paggi in sopravveste e calzamaglia bicolore che si affollano sulla scala che conduce alla terrazza.
Su un altro lato, cani e cavalli, sempre amati dai Gonzaga (si pensi anche alla Sala dei Cavalli di Palazzo Te, dove sono raffigurati 6 destrieri della scuderia di famiglia) e una Roma fantastica, in quanto Mantegna non vi era ancora stato direttamente. L'unicità della Camera degli Sposi è tutta nel nuovo senso decorativo dell'artista che scolpisce con il colore, dando dinamismo alle scene di vita dei personaggi.
Proprio per questo la nana Diamantina (raffigurata accanto a Barbara di Brandeburgo), appare reale e s'impone prepotentemente all'attenzione di chi osserva il dipinto. Ma le sorprese non finiscono qui.
Nascosto tra le foglie di una colonna fa capolino la testa del Mantegna, un autoritratto al posto della firma o forse a suggellare che nella vicende di corte lui fu sempre presente. Del resto si trasferì a Mantova nel 1460 e vi rimase fino alla sua morte (il 13 settembre del 1506), ricoprendo il ruolo di pittore ufficiale della famiglia Gonzaga.
Fu Ludovico Gonzaga (1412-1478) ad invitarlo con insistenza, scrivendogli anche numerose lettere, perché vivesse a corte. Nonostante di lui si diceva che avesse un pessimo carattere e che si lamentasse sempre per la sua condizione economica (si racconta che ebbe da ridire anche sul trattamento economico riservatogli dal Papa), da molte testimonianze, si evince che il Maestro era molto ricercato per la piacevole compagnia e la sua intelligenza.
Una presenza importante, dunque, che Mantova ripaga con un intero anno di festeggiamenti, in occasione del quinto centenario dalla sua scomparsa. Tante le mostre, i convegni, le conferenze.
Una ragione in più per tornare a Mantova e ripercorrere le orme dell'artista. La visita non può che iniziare dalla Camera degli Sposi che non perde mai il suo potere d'attrazione. E quest'anno ci sarà anche un'importante novità: la Soprintendenza sta lavorando per dotare la Camera di una nuova illuminazione tecnologica e per la messa in opera di un sofisticato dispositivo, approntato con l'Istituto Centrale del Restauro di Roma, atto a governare il microclima favorevole alla conservazione del ciclo decorativo.
Presso il Ducale (date ancora da destinarsi), sarà allestita una sezione che esporrà 27 documenti autografi del Mantegna: rappresentano il più cospicuo gruppo documentario del rapporto del pittore con i Gonzaga. Ovviamente tutto il Palazzo (piazza Sordello, 40, biglietteria tel. 0376-224832, www.mantovaducale.it) è un concentrato di meraviglie, su una superficie di trentaquattromila mq., con oltre 500 stanze e 15 cortili e altre opere eccellenti lasciate da Pisanello (il Ciclo su Artù e i suoi Cavalieri), Giulio Romano (la Sala di Troia), Raffaello (gli Arazzi).
Di piazza in piazza, attraversando piazza Broletto, delle Erbe (uno sguardo d'insieme al Palazzo della Ragione e alla Rotonda di S.Lorenzo), si arriva in piazza Mantegna. Piccola e raccolta, diventa ancora più suggestiva con quel velo di nebbia che al calar della sera l'avvolge discreta.
Racchiusa in se stessa, quasi volesse custodire con gelosia il proprio tesoro, si svela a poco a poco con l'imponente prospetto della Basilica di S.Andrea - a far da contrasto all'angusto spazio della piazza - massima espressione del genio di Leon Battista Alberti. All'interno, date le dimensioni grandiose (103 m. di lunghezza, 19 di larghezza, 28 di altezza), ci si sente come una specie di pulviscolo nella casa di Dio, ma allo stesso tempo pervasi da un senso di protezione.
Lo stesso che evidentemente avvertì il Mantegna, tanto da dare disposizioni di essere qui sepolto. All'ingresso, subito alla sinistra, visibile è la cappella funeraria dell'artista con un busto bronzeo che lo ritrae: se questo manufatto sia opera direttamente sua o eseguita da un suo modello, o a lui semplicemente ispirata, è questione ancora controversa.
Un tempo la chiesa conservava anche un tondo, l'Ascensione e i Santi, che sovrastava il portale maggiore, attribuito alla Scuola Mantegnesca. Oggi è visibile presso il Museo Diocesano (piazza Virgiliana, 45, tel. 0376-320602; fino al 17 marzo aperto solo la domenica, poi tutti i giorni, escluso il lunedì).
La tela simboleggia Cristo asceso al cielo, circondato dagli angeli. I pareri sono contrastanti. Alcuni studiosi ritengono che la forza del colore - un azzurro intenso sia per il mantello di Gesù che per le ali dei cherubini - la precisa struttura plastica del corpo gigantesco sono segni inconfondibili del Mantegna, altri invece affermano che è del Mantegna solamente la sinopia, ossia il disegno preparatorio, sempre conservata al museo.
Ma dove abitò per ben 46 anni l'artista? Si distinguono almeno 6 dimore, ma quella attualmente visitabile è la Casa del Mantegna (edificio di proprietà della Provincia in via Acerbi, 47, tel. 0376-360506). Certo non bisogna aspettarsi i fasti delle regge ma l'abitazione (si presuppone che il progetto del 1476 fosse del Mantegna stesso) si contraddistingue per la particolare struttura: fonde ad una forma cubica un cortile centrale circolare e tutti gli ambienti sono lineari ed essenziali.
La Casa, sede di esposizioni temporanee (dal 26 febbraio al 4 giugno 2006 ospiterà la mostra A Casa di Andrea Mantegna). Saranno approfonditi alcuni temi dedicati alla vita e alle opere del Maestro, proposti documenti, volumi e testi a stampa per evidenziare il contesto culturale della corte. Sulle tracce del Mantegna altro tassello fondamentale è Palazzo San Sebastiano, un tempo sede dei Trionfi di Cesare, 9 tele che Mantegna avrebbe realizzato per Ludovico II Gonzaga.
Oggi se ne conservano soltanto delle copie, mentre gli originali sono nella collezione reale di Hampton Court a Londra, venduti da Carlo I Gonzaga-Nevers (nel 1627, li acquista il re Carlo I d'Inghilterra che aveva un buon fiuto per gli affari) insieme alla parte migliore della straordinaria raccolta d'opere d'arte accumulate per più di un secolo di munifico collezionismo della famiglia, per pagare i debiti dei suoi predecessori.
Si racconta che l'artista si dedicò con molta passione alla realizzazione di queste tele (tra il 1486 e il 1500) anzi, essendo un uomo molto diligente, dedicò, probabilmente, almeno un anno per ogni tela, escludendo alcuni periodi di assenza da Mantova.
Ma pur lontano, ebbe sempre a cuore questa sua impresa artistica, come si legge in una lettera che da Roma (dal 1488 al 1490 lavorò per il Pontefice) inviò al Marchese Francesco II Gonzaga, in cui dette istruzioni per tutelare i dipinti lasciati incompiuti: "Mi raccomando eccellenza, faccia rinforzare le finestre i modo che i miei Trionfi non corrano il rischio di rovinarsi: sono felice di come sono venuti e spero tanto di farne degli altri, sempre che la cosa Le faccia piacere".
Per i più è conosciuta come la Camera degli Sposi, anche se, a dispetto del nome, non era una camera nuziale ma un locale di alta rappresentanza della corte dei Gonzaga. Un via vai di visitatori (oltre 1000 presenze quotidiane) che rimangono con il naso all'insù per ammirare, al centro del soffitto, quest'"occhio di cielo", (in un "sotto in su", fu una vera rivoluzione per la storia dell'arte, uno dei primi esempi di prospettiva verticale che crea un senso di profondità dal basso all'alto) popolato da figure festose, oltre che sorridenti fanciulle, un uomo di colore, un pavone blu e una pianta d'arancia.
Poi si è rapiti dalla ricchezza d'oro e di colori degli affreschi tutt'intorno e si ha l'impressione di trovarsi in uno scrigno irreale. Cinque minuti (è il tempo massimo di permanenza, forse un po' pochi per godere appieno di tutta la magnificenza, ma l'elevato numero dei visitatori, pur se con un massimo di 1500 al giorno, altera il microclima e diventa una minaccia per le opere) per immergersi nella vita, nei luoghi e nelle simbologie di una delle più raffinate corti del Rinascimento.
Le pareti si animano di una folla di personaggi: c'è il Marchese Ludovico II mentre colloquia con Marsilio Andreasi, suo segretario particolare, raffigurato su una posizione di primo piano rispetto al resto della famiglia; c'è sua moglie Barbara di Brandeburgo, con un'espressione corrucciata e severa. Ci sono i figli e, ancora, i dignitari e i paggi in sopravveste e calzamaglia bicolore che si affollano sulla scala che conduce alla terrazza.
Su un altro lato, cani e cavalli, sempre amati dai Gonzaga (si pensi anche alla Sala dei Cavalli di Palazzo Te, dove sono raffigurati 6 destrieri della scuderia di famiglia) e una Roma fantastica, in quanto Mantegna non vi era ancora stato direttamente. L'unicità della Camera degli Sposi è tutta nel nuovo senso decorativo dell'artista che scolpisce con il colore, dando dinamismo alle scene di vita dei personaggi.
Proprio per questo la nana Diamantina (raffigurata accanto a Barbara di Brandeburgo), appare reale e s'impone prepotentemente all'attenzione di chi osserva il dipinto. Ma le sorprese non finiscono qui.
Nascosto tra le foglie di una colonna fa capolino la testa del Mantegna, un autoritratto al posto della firma o forse a suggellare che nella vicende di corte lui fu sempre presente. Del resto si trasferì a Mantova nel 1460 e vi rimase fino alla sua morte (il 13 settembre del 1506), ricoprendo il ruolo di pittore ufficiale della famiglia Gonzaga.
Fu Ludovico Gonzaga (1412-1478) ad invitarlo con insistenza, scrivendogli anche numerose lettere, perché vivesse a corte. Nonostante di lui si diceva che avesse un pessimo carattere e che si lamentasse sempre per la sua condizione economica (si racconta che ebbe da ridire anche sul trattamento economico riservatogli dal Papa), da molte testimonianze, si evince che il Maestro era molto ricercato per la piacevole compagnia e la sua intelligenza.
Una presenza importante, dunque, che Mantova ripaga con un intero anno di festeggiamenti, in occasione del quinto centenario dalla sua scomparsa. Tante le mostre, i convegni, le conferenze.
Una ragione in più per tornare a Mantova e ripercorrere le orme dell'artista. La visita non può che iniziare dalla Camera degli Sposi che non perde mai il suo potere d'attrazione. E quest'anno ci sarà anche un'importante novità: la Soprintendenza sta lavorando per dotare la Camera di una nuova illuminazione tecnologica e per la messa in opera di un sofisticato dispositivo, approntato con l'Istituto Centrale del Restauro di Roma, atto a governare il microclima favorevole alla conservazione del ciclo decorativo.
Presso il Ducale (date ancora da destinarsi), sarà allestita una sezione che esporrà 27 documenti autografi del Mantegna: rappresentano il più cospicuo gruppo documentario del rapporto del pittore con i Gonzaga. Ovviamente tutto il Palazzo (piazza Sordello, 40, biglietteria tel. 0376-224832, www.mantovaducale.it) è un concentrato di meraviglie, su una superficie di trentaquattromila mq., con oltre 500 stanze e 15 cortili e altre opere eccellenti lasciate da Pisanello (il Ciclo su Artù e i suoi Cavalieri), Giulio Romano (la Sala di Troia), Raffaello (gli Arazzi).
Di piazza in piazza, attraversando piazza Broletto, delle Erbe (uno sguardo d'insieme al Palazzo della Ragione e alla Rotonda di S.Lorenzo), si arriva in piazza Mantegna. Piccola e raccolta, diventa ancora più suggestiva con quel velo di nebbia che al calar della sera l'avvolge discreta.
Racchiusa in se stessa, quasi volesse custodire con gelosia il proprio tesoro, si svela a poco a poco con l'imponente prospetto della Basilica di S.Andrea - a far da contrasto all'angusto spazio della piazza - massima espressione del genio di Leon Battista Alberti. All'interno, date le dimensioni grandiose (103 m. di lunghezza, 19 di larghezza, 28 di altezza), ci si sente come una specie di pulviscolo nella casa di Dio, ma allo stesso tempo pervasi da un senso di protezione.
Lo stesso che evidentemente avvertì il Mantegna, tanto da dare disposizioni di essere qui sepolto. All'ingresso, subito alla sinistra, visibile è la cappella funeraria dell'artista con un busto bronzeo che lo ritrae: se questo manufatto sia opera direttamente sua o eseguita da un suo modello, o a lui semplicemente ispirata, è questione ancora controversa.
Un tempo la chiesa conservava anche un tondo, l'Ascensione e i Santi, che sovrastava il portale maggiore, attribuito alla Scuola Mantegnesca. Oggi è visibile presso il Museo Diocesano (piazza Virgiliana, 45, tel. 0376-320602; fino al 17 marzo aperto solo la domenica, poi tutti i giorni, escluso il lunedì).
La tela simboleggia Cristo asceso al cielo, circondato dagli angeli. I pareri sono contrastanti. Alcuni studiosi ritengono che la forza del colore - un azzurro intenso sia per il mantello di Gesù che per le ali dei cherubini - la precisa struttura plastica del corpo gigantesco sono segni inconfondibili del Mantegna, altri invece affermano che è del Mantegna solamente la sinopia, ossia il disegno preparatorio, sempre conservata al museo.
Ma dove abitò per ben 46 anni l'artista? Si distinguono almeno 6 dimore, ma quella attualmente visitabile è la Casa del Mantegna (edificio di proprietà della Provincia in via Acerbi, 47, tel. 0376-360506). Certo non bisogna aspettarsi i fasti delle regge ma l'abitazione (si presuppone che il progetto del 1476 fosse del Mantegna stesso) si contraddistingue per la particolare struttura: fonde ad una forma cubica un cortile centrale circolare e tutti gli ambienti sono lineari ed essenziali.
La Casa, sede di esposizioni temporanee (dal 26 febbraio al 4 giugno 2006 ospiterà la mostra A Casa di Andrea Mantegna). Saranno approfonditi alcuni temi dedicati alla vita e alle opere del Maestro, proposti documenti, volumi e testi a stampa per evidenziare il contesto culturale della corte. Sulle tracce del Mantegna altro tassello fondamentale è Palazzo San Sebastiano, un tempo sede dei Trionfi di Cesare, 9 tele che Mantegna avrebbe realizzato per Ludovico II Gonzaga.
Oggi se ne conservano soltanto delle copie, mentre gli originali sono nella collezione reale di Hampton Court a Londra, venduti da Carlo I Gonzaga-Nevers (nel 1627, li acquista il re Carlo I d'Inghilterra che aveva un buon fiuto per gli affari) insieme alla parte migliore della straordinaria raccolta d'opere d'arte accumulate per più di un secolo di munifico collezionismo della famiglia, per pagare i debiti dei suoi predecessori.
Si racconta che l'artista si dedicò con molta passione alla realizzazione di queste tele (tra il 1486 e il 1500) anzi, essendo un uomo molto diligente, dedicò, probabilmente, almeno un anno per ogni tela, escludendo alcuni periodi di assenza da Mantova.
Ma pur lontano, ebbe sempre a cuore questa sua impresa artistica, come si legge in una lettera che da Roma (dal 1488 al 1490 lavorò per il Pontefice) inviò al Marchese Francesco II Gonzaga, in cui dette istruzioni per tutelare i dipinti lasciati incompiuti: "Mi raccomando eccellenza, faccia rinforzare le finestre i modo che i miei Trionfi non corrano il rischio di rovinarsi: sono felice di come sono venuti e spero tanto di farne degli altri, sempre che la cosa Le faccia piacere".