Un popolo in festa
Lisa GinzburgUna processione, per nove chilometri sull'asfalto rovente, un variopinto corteo formato da persone dalle fedi diversissime. Sullo sfondo un paese bellissimo, ricco di colori, cultura e partecipazione
Succede il secondo giovedì dopo la "Festa dei Re" (il 6 gennaio). Centinaia e centinaia di
persone sfilano insieme, per chilometri, sotto il sole che in quei giorni a Salvador di Bahia brucia come e più
di quanto qui può succedere in pienissima estate. "Qui tem fé, va a pé", è
lo slogan portante della processione. Chi ha fede, va a piedi.
Per 9 chilometri, sull'asfalto rovente delle strade rese deserte per l'occasione. Ma il bello è che, come succede nel mondo bahiano (un mondo completamente a sé, retto su regole che nulla hanno a che vedere con quelle che spontaneamente si sarebbe portati a stabilire), a partecipare insieme a questa che più che una processione è un corteo in festa, sono persone dalle fedi diversissime.
Già, perché ogni pretesto a Salvador di Bahia è occasione di mescolanza, comunanza. Prova di un sincretismo che tiene insieme religione, cultura, partecipazione. Quell' amalgamarsi delle cose che in questa città più che in ogni altro luogo converge vers…
Per 9 chilometri, sull'asfalto rovente delle strade rese deserte per l'occasione. Ma il bello è che, come succede nel mondo bahiano (un mondo completamente a sé, retto su regole che nulla hanno a che vedere con quelle che spontaneamente si sarebbe portati a stabilire), a partecipare insieme a questa che più che una processione è un corteo in festa, sono persone dalle fedi diversissime.
Già, perché ogni pretesto a Salvador di Bahia è occasione di mescolanza, comunanza. Prova di un sincretismo che tiene insieme religione, cultura, partecipazione. Quell' amalgamarsi delle cose che in questa città più che in ogni altro luogo converge vers…
Succede il secondo giovedì dopo la "Festa dei Re" (il 6 gennaio). Centinaia e centinaia di
persone sfilano insieme, per chilometri, sotto il sole che in quei giorni a Salvador di Bahia brucia come e più
di quanto qui può succedere in pienissima estate. "Qui tem fé, va a pé", è
lo slogan portante della processione. Chi ha fede, va a piedi.
Per 9 chilometri, sull'asfalto rovente delle strade rese deserte per l'occasione. Ma il bello è che, come succede nel mondo bahiano (un mondo completamente a sé, retto su regole che nulla hanno a che vedere con quelle che spontaneamente si sarebbe portati a stabilire), a partecipare insieme a questa che più che una processione è un corteo in festa, sono persone dalle fedi diversissime.
Già, perché ogni pretesto a Salvador di Bahia è occasione di mescolanza, comunanza. Prova di un sincretismo che tiene insieme religione, cultura, partecipazione. Quell' amalgamarsi delle cose che in questa città più che in ogni altro luogo converge verso lo stesso risultato: uno straordinario spirito di solidarietà.
La storia della festa ha radici lontane.Teodosio Rodrigues de Faria, ufficiale della Armata Portoghese, portò da un paese vicino a Lisbona una immagine del Cristo. Nell'anno 1745 l'icona fu collocata con grande pompa in una chiesa soteropolitana (la Chiesa da Penha). Nove anni dopo, nel 1754, la stessa immagine è trasferita sulla "Colina Sagrada", nella parte nord della "Cidade Baixa".
Nella chiesa di Bonfim, appunto. Al "Senhor do Bonfim" vengono presto attribuiti straordinari poteri miracolosi ("manda la pioggia, trattiene le piene dei fiumi, protegge le piantagioni, previene le epidemie (...) salva naufraghi, cura lebbrosi, tisici e pazzi" ha scritto di lui Jeorge Amado). Il luogo dove ha sede la chiesa diventa sede di pellegrinaggi sincretistici e mistici.
Ma come ogni cosa a Salvador, anche questa credenza è destinata a trovare la sua espansione su piani di prospettiva più aperti. Niente si sottrae alla energia bahiana: alla sua visione ariosa, multicolore, multiculturale. Anche nella rigidità di una consuetudine devozionale, ecco inserirsi, allegra, prepotente, la deriva più profana. Al punto che sempre più negli ultimi anni la Chiesa cattolica ha preso le distanze da questa festa; e insieme alla processione che ne è il fulcro, essa è diventata simbolo di quello spartiacque tra sacro e profano, tra bigotto e festaiolo, tra pietoso e appassionato; quel discrimine che visibile, netto e strafottente brilla dietro l'apparente semplice sfrenatezza gioiosa che segna tutte le feste, nessuna esclusa, di questa città (e sono tante!).
Si incomincia di mattina presto, con l'uscita delle "bahiane" dalla Igreja de Nossa Senhora da Conceição da Praia, non lontano dal mare e dal turistico ma imperdibile Mercato Modelo. Le bahiane sono le donne vestite di bianco che si vedono continuamente in giro per la città: hanno fiori nelle mani e appuntati sui vestiti, le gonne ampie e i fazzoletti bianchi sulla testa.
Nere maestose, grandi esempi della forza della natura femminile cui tutta la storia della città in modi diversi rende continuamente omaggio. La festa stessa, del resto, è un ringraziamento alla energia delle donne. Nel culto afro- cattolico, Bonfim corrisponde secondo alcune versioni a Iemanjà (nel mondo del candomblè, l'orixà, cioè lo spirito naturale madre delle acque).
Secondo altri, il santo ha il suo corripettivo in Oxalà, vecchio e saggio padre di tutti gli altri orixas. Come che sia, ecco al seguito delle donne sfilare, fluviale, un numero impressionante di persone. Dalla riva del mare, ci si muove verso la Igreja do Nosso Senhor do Bonfim. Se la processione è anche chiamata "Lavagem", è perché, una volta arrivate a destinazione, le donne bahiane laveranno il sagrato della chiesa con acqua profumata.
Un'acqua, si pensa, purificatrice per il corpo e per l'anima. L'atto del lavare il sagrato sta a simbolo di uno dei significati principali della festa: celebrare il momento in cui (a partire dall'anno 1804) gli schiavi neri erano costretti a pulire l'esterno della chiesa dei "signori" (i bianchi). Ma tali sono stati, via via nel corso degli anni, il vigore e l'entusiasmo coi quali il sagrato veniva lucidato a nuovo, a tal punto la felicità della festa ha preso quota, che nel tempo il lavaggio ha cominciato a rappresentare una autentica minaccia per la comunità cattolica.
Così la vicenda della festa si è espansa, assumendo una portata, se pure attutita dalla cornice di allegria, assolutamente politica. La Chiesa si è dissociata dalla festa. E sebbene le autorità del clero e di fatto tutta la cittadinanza prendano parte alla processione, qualche tempo fa il "lavagem" è stato decretato come limitato al solo esterno della chiesa di Bonfim.
Inutili restrizioni. Niente da fare: l'energia deborda. Altro che sagrato: arrivate a destinazione, alla Igreja in cima alla Colina Sagrada, le bahiane entrano, strofinano e lucidano tutto l'interno della chiesa. Panche, candelabri, statue, quadri (i tantissimi ex-voto offerti al santo). Mentre fuori, sullo slargo e nelle strade alle pendici della collina, ignara della fatica dei chilometri di processione sotto il solleone, la gente dà inizio a un festeggiamento che si prolunga per interi quattro giorni.
A sfilare ci sono davvero tutti: dietro il corteo delle bahiane, i "Filhos de Gandhi", un gruppo dalla storia lunga e interessantissima, nato tra gli operai portuali, avvicinatosi nel tempo al pacifismo indiano, estromesso dal Carnevale negli anni della repressione politica, e che oggi conta più di cinquemila membri. E poi ci sono i rappresentanti di diversi culti religiosi, attratti paradossalmente proprio dall'elemento eversivo della festa. Subito prima della uscita dalla chiesa delle bahiane, si riunsicono da alcuni anni, a celebrare una sorta di sinodo per la pace mondiale, cattolici, adepti della Chiesa anglicana, ebrei, musulmani, seguaci del cadomblè.
Fuori, allibiti e ancora ignari della emozione che li aspetta, turisti sparsi. E con loro, centinaia e centinaia di persone. Persone che si preparano, poche settimane dopo, a partecipare al Carnevale. Gente al seguito dei camion (trio electricos) che diffondono musica ad altissimo volume. Uguale a quella dei giorni del Carnevale è la grande voglia di ballare, i corpi sudati che si stringono insieme, si abbracciano, non conoscono fatica.
Fede, passione, gioia ai limiti dell'esasperazione; forza di resistere a ogni difficoltà grazie a un senso altissimo del saper vivere vicini. Questo e molto altro è la festa di Bonfim. Un giorno diverso dagli altri a Bahia, ma quello che in un certo senso meglio di tutte le altre feste esprime l'anima di questa città dal cuore (e l'anima) grandissimi. Perché alla felicità del semplice stare in allegria, si unisce qualcosa che non è ancora la sfrenatezza del Carnevale e non è più la contentezza assennata del Natale.
È un misto, una sorta di ponte tra i due momenti. Quella della processione di Bonfim è la giornata (anzi, le giornate, dato che il tutto si prolunga per quattro, talvolta cinque giorni e notti) che meglio rappresenta, a guardar bene, la spritualità che in questo luogo del mondo ha il colore più vivo, intenso, misterioso, irriguardoso, libero. Una dimensione spirituale particolarmente difficile da capire.
Fatta di paganesimo e fede, attenzione profonda e superficialità estrema, gioia di vivere e dolente consapevolezza della vanità di tutto (un luogo che conosce l'alternanza della pienezza delle feste e il vuoto desolato del resto dell'anno, come può non comprendere la caducità delle cose?).Si beve, si mangia (la più tipica cucina bahiana, frittelle dolci o lo squisito acarajé, pastella di farina di fagioli fritta nell'olio di palma e poi riempita di gamberetti, spezie, salse piccanti).
Ci si lasciano offrire i famosi nastrini portafortuna del Bonfim, gli stessi che durate tutto l'anno vengono proposti ai turisti nelle piazze del Pelourinho (il centro storico). Ma soprattutto si balla. Sino allo sfinimento. Conservando poi, nella memoria, l'immagine di un momento di libertà e solidarietà come pochi ne accade di vivere.
Per 9 chilometri, sull'asfalto rovente delle strade rese deserte per l'occasione. Ma il bello è che, come succede nel mondo bahiano (un mondo completamente a sé, retto su regole che nulla hanno a che vedere con quelle che spontaneamente si sarebbe portati a stabilire), a partecipare insieme a questa che più che una processione è un corteo in festa, sono persone dalle fedi diversissime.
Già, perché ogni pretesto a Salvador di Bahia è occasione di mescolanza, comunanza. Prova di un sincretismo che tiene insieme religione, cultura, partecipazione. Quell' amalgamarsi delle cose che in questa città più che in ogni altro luogo converge verso lo stesso risultato: uno straordinario spirito di solidarietà.
La storia della festa ha radici lontane.Teodosio Rodrigues de Faria, ufficiale della Armata Portoghese, portò da un paese vicino a Lisbona una immagine del Cristo. Nell'anno 1745 l'icona fu collocata con grande pompa in una chiesa soteropolitana (la Chiesa da Penha). Nove anni dopo, nel 1754, la stessa immagine è trasferita sulla "Colina Sagrada", nella parte nord della "Cidade Baixa".
Nella chiesa di Bonfim, appunto. Al "Senhor do Bonfim" vengono presto attribuiti straordinari poteri miracolosi ("manda la pioggia, trattiene le piene dei fiumi, protegge le piantagioni, previene le epidemie (...) salva naufraghi, cura lebbrosi, tisici e pazzi" ha scritto di lui Jeorge Amado). Il luogo dove ha sede la chiesa diventa sede di pellegrinaggi sincretistici e mistici.
Ma come ogni cosa a Salvador, anche questa credenza è destinata a trovare la sua espansione su piani di prospettiva più aperti. Niente si sottrae alla energia bahiana: alla sua visione ariosa, multicolore, multiculturale. Anche nella rigidità di una consuetudine devozionale, ecco inserirsi, allegra, prepotente, la deriva più profana. Al punto che sempre più negli ultimi anni la Chiesa cattolica ha preso le distanze da questa festa; e insieme alla processione che ne è il fulcro, essa è diventata simbolo di quello spartiacque tra sacro e profano, tra bigotto e festaiolo, tra pietoso e appassionato; quel discrimine che visibile, netto e strafottente brilla dietro l'apparente semplice sfrenatezza gioiosa che segna tutte le feste, nessuna esclusa, di questa città (e sono tante!).
Si incomincia di mattina presto, con l'uscita delle "bahiane" dalla Igreja de Nossa Senhora da Conceição da Praia, non lontano dal mare e dal turistico ma imperdibile Mercato Modelo. Le bahiane sono le donne vestite di bianco che si vedono continuamente in giro per la città: hanno fiori nelle mani e appuntati sui vestiti, le gonne ampie e i fazzoletti bianchi sulla testa.
Nere maestose, grandi esempi della forza della natura femminile cui tutta la storia della città in modi diversi rende continuamente omaggio. La festa stessa, del resto, è un ringraziamento alla energia delle donne. Nel culto afro- cattolico, Bonfim corrisponde secondo alcune versioni a Iemanjà (nel mondo del candomblè, l'orixà, cioè lo spirito naturale madre delle acque).
Secondo altri, il santo ha il suo corripettivo in Oxalà, vecchio e saggio padre di tutti gli altri orixas. Come che sia, ecco al seguito delle donne sfilare, fluviale, un numero impressionante di persone. Dalla riva del mare, ci si muove verso la Igreja do Nosso Senhor do Bonfim. Se la processione è anche chiamata "Lavagem", è perché, una volta arrivate a destinazione, le donne bahiane laveranno il sagrato della chiesa con acqua profumata.
Un'acqua, si pensa, purificatrice per il corpo e per l'anima. L'atto del lavare il sagrato sta a simbolo di uno dei significati principali della festa: celebrare il momento in cui (a partire dall'anno 1804) gli schiavi neri erano costretti a pulire l'esterno della chiesa dei "signori" (i bianchi). Ma tali sono stati, via via nel corso degli anni, il vigore e l'entusiasmo coi quali il sagrato veniva lucidato a nuovo, a tal punto la felicità della festa ha preso quota, che nel tempo il lavaggio ha cominciato a rappresentare una autentica minaccia per la comunità cattolica.
Così la vicenda della festa si è espansa, assumendo una portata, se pure attutita dalla cornice di allegria, assolutamente politica. La Chiesa si è dissociata dalla festa. E sebbene le autorità del clero e di fatto tutta la cittadinanza prendano parte alla processione, qualche tempo fa il "lavagem" è stato decretato come limitato al solo esterno della chiesa di Bonfim.
Inutili restrizioni. Niente da fare: l'energia deborda. Altro che sagrato: arrivate a destinazione, alla Igreja in cima alla Colina Sagrada, le bahiane entrano, strofinano e lucidano tutto l'interno della chiesa. Panche, candelabri, statue, quadri (i tantissimi ex-voto offerti al santo). Mentre fuori, sullo slargo e nelle strade alle pendici della collina, ignara della fatica dei chilometri di processione sotto il solleone, la gente dà inizio a un festeggiamento che si prolunga per interi quattro giorni.
A sfilare ci sono davvero tutti: dietro il corteo delle bahiane, i "Filhos de Gandhi", un gruppo dalla storia lunga e interessantissima, nato tra gli operai portuali, avvicinatosi nel tempo al pacifismo indiano, estromesso dal Carnevale negli anni della repressione politica, e che oggi conta più di cinquemila membri. E poi ci sono i rappresentanti di diversi culti religiosi, attratti paradossalmente proprio dall'elemento eversivo della festa. Subito prima della uscita dalla chiesa delle bahiane, si riunsicono da alcuni anni, a celebrare una sorta di sinodo per la pace mondiale, cattolici, adepti della Chiesa anglicana, ebrei, musulmani, seguaci del cadomblè.
Fuori, allibiti e ancora ignari della emozione che li aspetta, turisti sparsi. E con loro, centinaia e centinaia di persone. Persone che si preparano, poche settimane dopo, a partecipare al Carnevale. Gente al seguito dei camion (trio electricos) che diffondono musica ad altissimo volume. Uguale a quella dei giorni del Carnevale è la grande voglia di ballare, i corpi sudati che si stringono insieme, si abbracciano, non conoscono fatica.
Fede, passione, gioia ai limiti dell'esasperazione; forza di resistere a ogni difficoltà grazie a un senso altissimo del saper vivere vicini. Questo e molto altro è la festa di Bonfim. Un giorno diverso dagli altri a Bahia, ma quello che in un certo senso meglio di tutte le altre feste esprime l'anima di questa città dal cuore (e l'anima) grandissimi. Perché alla felicità del semplice stare in allegria, si unisce qualcosa che non è ancora la sfrenatezza del Carnevale e non è più la contentezza assennata del Natale.
È un misto, una sorta di ponte tra i due momenti. Quella della processione di Bonfim è la giornata (anzi, le giornate, dato che il tutto si prolunga per quattro, talvolta cinque giorni e notti) che meglio rappresenta, a guardar bene, la spritualità che in questo luogo del mondo ha il colore più vivo, intenso, misterioso, irriguardoso, libero. Una dimensione spirituale particolarmente difficile da capire.
Fatta di paganesimo e fede, attenzione profonda e superficialità estrema, gioia di vivere e dolente consapevolezza della vanità di tutto (un luogo che conosce l'alternanza della pienezza delle feste e il vuoto desolato del resto dell'anno, come può non comprendere la caducità delle cose?).Si beve, si mangia (la più tipica cucina bahiana, frittelle dolci o lo squisito acarajé, pastella di farina di fagioli fritta nell'olio di palma e poi riempita di gamberetti, spezie, salse piccanti).
Ci si lasciano offrire i famosi nastrini portafortuna del Bonfim, gli stessi che durate tutto l'anno vengono proposti ai turisti nelle piazze del Pelourinho (il centro storico). Ma soprattutto si balla. Sino allo sfinimento. Conservando poi, nella memoria, l'immagine di un momento di libertà e solidarietà come pochi ne accade di vivere.