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VietExpress

Ragazzine in minigonna e walkman, donne con il cappello a cono, passeggeri che giocano a carte e fumano la pipa ad acqua. Scene dai vagoni dell'LC4, il treno che collega il Tonchino con il sud della Cina
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I treni europei marciano a quattro tempi. Quelli asiatici sono a cinque o sette tempi" scriveva in una sua "ode ferroviaria" Blaise Cendrars, errabondo poeta dal vitalismo nomadistico (1877-1961). È una di quelle sue immagini insolite, surreali che non si sa bene che cosa significhino davvero, se si riferisca a una realtà o a una sensazione.

Ma quell'idea che sottintende una "melodia express" sincopata è ancora la colonna sonora dell'LC4, il treno che parte da Lao Cai, nell'estremo nord del Vietnam alle 10,20 del mattino e arriva alla stazione centrale di Hanoi, quattrocento chilometri più a sud, circa dieci ore più tardi.

È un percorso nello spazio e nel tempo, scandito da accelerazioni e decelerazioni, da un ininterrotto saliscendi, un viavai continuo, da tutte le onomatopee ferroviarie, i tu-tung, i ko-klong, i cigolii, che qui si armonizzano con le esclamazioni, i richiami, le chiacchiere di una lingua tonale qual è il vietnamita, a volte cinguettante, altre aspra,…
I treni europei marciano a quattro tempi. Quelli asiatici sono a cinque o sette tempi" scriveva in una sua "ode ferroviaria" Blaise Cendrars, errabondo poeta dal vitalismo nomadistico (1877-1961). È una di quelle sue immagini insolite, surreali che non si sa bene che cosa significhino davvero, se si riferisca a una realtà o a una sensazione.

Ma quell'idea che sottintende una "melodia express" sincopata è ancora la colonna sonora dell'LC4, il treno che parte da Lao Cai, nell'estremo nord del Vietnam alle 10,20 del mattino e arriva alla stazione centrale di Hanoi, quattrocento chilometri più a sud, circa dieci ore più tardi.

È un percorso nello spazio e nel tempo, scandito da accelerazioni e decelerazioni, da un ininterrotto saliscendi, un viavai continuo, da tutte le onomatopee ferroviarie, i tu-tung, i ko-klong, i cigolii, che qui si armonizzano con le esclamazioni, i richiami, le chiacchiere di una lingua tonale qual è il vietnamita, a volte cinguettante, altre aspra, con in sottofondo il fruscio e il frullare dei ventilatori fissati sul soffitto come libellule.

I tempi di questo viaggio sono anche segnati dai diversi significati che può assumere. Il percorso sui sedili di legno a doghe sottili dell'LC4 è un modo per riappropriarsi, con fastidio e fatica, della realtà di un Paese ormai definito "la nuova tigre asiatica", ma con fortissime sacche di povertà.

Vedere la realtà di una nazione che rischia di essere offuscata, distorta nell'apparenza dello sviluppo, della globalizzazione, dell'asiatizzazione. In questo ben poco è cambiato rispetto al viaggio raccontato da Lucien Bodard nel romanzo - in buona parte autobiografico - Le fils du consul, (le Livre de Poche 1977) dove parla di un viaggio fatto molti anni prima, quando lui era il figlio del console francese in Cina e Hanoi era ancora la città simbolo "dell'ordine coloniale" in contrapposizione al caos della Cina, ma quando già si manifestavano i segni delle "grandi tempeste che avrebbero sconvolto l'Asia" di cui oggi osserviamo gli ultimi segni di riflusso.

La linea che stiamo seguendo, infatti, è una tratta della ferrovia costruita dai francesi tra il 1900 e il 1911 per collegare Kunming, il capoluogo della provincia cinese dello Yunnan, al porto di Hai Phong, sul Golfo del Tonchino, un cantiere delirante che è costato la vita di 12 mila uomini, in maggioranza annamiti, e 244 milioni di franchi-oro.

Attorno a questo tracciato, allo snodo della frontiera segnata dalla città di Hekou sul lato cinese e Lao Cai in quello vietnamita, si sono intrecciati i corsi e i ricorsi storici del secolo scorso. Questo è stato il luogo strategico per l'invasione giapponese del '39 e quella cinese del '79, che a sua volta ha segnato le vicende del Vietnam nel decennio seguente.

Così come la riapertura della ferrovia, successiva al ristabilirsi dei rapporti sino-vietnamiti del '92, ha rappresentato un atto simbolico decisivo nel nuovo ordine dell'area: gli scambi attraverso la frontiera sono aumentati del 70% e Lao Cai è diventata un immenso mercato. "Supereremo la Thailandia", assicura un commerciante che importa apparecchi elettronici made in China, sintetizzando così il concetto di globalizzazione asiatica.

In questo modo l'estremo nord del Vietnam si è connesso allo sviluppo del Paese, ma soprattutto è tornato a essere il condotto di trasmissione dei modelli culturali cinesi, che da duemila anni ne influenzano il sistema politico-burocratico (il che per i vietnamiti non significa che la Cina abbia alcun diritto d'interferire nei loro affari interni). Su entrambe le rive del fiume Nam, che segna la linea di confine, i due Paesi si fronteggiano con le nuove armi dell'immagine, alzando palazzi, allargando strade, esponendo megacartelloni pubblicitari.

Il treno, almeno per ora, sfugge a questa frenetica corsa alla modernizzazione. Le vecchie locomotive a vapore Mikado sono state sostituite da diesel di fabbricazione ceca e il vagone di testa è carico di televisori, scooter e Hi-Fi, ma non appena il capostazione dà il segnale di partenza e il convoglio sfila lentamente salutato dal personale della stazione sull'attenti, il bioritmo dei passeggeri si sincronizza immediatamente su diversi tempi di animazione.

Ci si stringe in tre o quattro su sedili da due, chi arriva si siede e il suo vicino si scosta leggermente con un sorriso. Quando uno si addormenta la testa gli cade sulla spalla di chi gli sta accanto, che a sua volta si sveglia, si accende una sigaretta offrendo il pacchetto a chi sta di fronte.

Per un occidentale l'LC4 si trasforma in una specie di Stargate che lo trasporta in un'altra dimensione culturale. Ma è soprattutto un modo di osservare il "backyard", il cortile dietro casa, del Vietnam. I vietnamiti chiamano questa terra il "Bac Bo", la parte nord.

I cinesi la definirono Jaozhi, "la terra degli uomini coccodrillo" per gli alligatori che pullulavano nelle acque del Fiume Rosso e che erano gli animali totem delle più antiche tribù Viet. È la vasta regione che si estende dalla catena montuosa che a nord segna il confine con la Cina, fino al Deo Ngang, il colle chiamato anche porta dell'Annam.

Che si vede scorrere oltre le griglie metalliche montate sui finestrini. "Proteggono dai sassi che lanciano i ragazzini. Ma non è per cattiveria. Per loro il passaggio del treno è l'attrazione della giornata, soprattutto quando non vanno a scuola", mi spiega un passeggero.

Si procede tra iconografie vietnamite: una donna - giacca blu, cappello di paglia a cono - tira una rete dal fiume; dietro di lei, accanto a una macchia d'alti bambù, pascola un bufalo. In una taverna, sotto una tettoia di foglie di palma ai margini dei binari, un gruppo di uomini gioca su un biliardo di panno rosso; altri, distesi su una stuoia, fumano da lunghe pipe, bruciando tabacco come i loro padri e nonni facevano con l'oppio, mentre una vecchia si prepara un mieng trau, la cicca di betel.

All'oleografia mancano solo le ragazze in bicicletta che indossano il candido ao dai, il tradizionale abito dai profondi spacchi laterali, così diffuso nel Sud. "Non ne hanno bisogno" commenta il mio vicino e credo che il suo sia un giudizio più morale che estetico.

L'interno appare quasi una versione speculare dell'esterno. La vecchia donna Hmong dal vestito indaco che trasporta una gerla di pezze di stoffa, mastica anche lei il mieng trau. Il gruppo di uomini che si dividono due panche gioca a carte passandosi il dieu cay, una pipa di bambù che funziona con il principio del narghilè: il tabacco è posto su un fornelletto e il fumo è filtrato dall'acqua con cui si riempie la pipa.

Tra una boccata e l'altra si sorseggia un tè chiaro in bicchierini di vetro. Il servizio, al costo di 2000 dong, circa dieci centesimi di euro, è assicurato da un venditore di fumo che fa avanti e indietro tra i vagoni, ripassando dopo una mezz'ora per ritirare pipa e bicchieri.

È l'unico che effettui tutto il percorso. Gli altri venditori salgono e scendono a ogni stazione, offrendo cibo, sigarette, canna da zucchero, dolcetti in foglie di banano, tè, semi da masticare, bibite in bottiglia in secchi di plastica pieni di ghiaccio, bibite in buste di plastica col ghiaccio dentro, uova sode, baguette, orologi, accendini che s'illuminano e suonano come quelli venduti dagli ambulanti nelle trattorie italiane.

A questi s'incrociano le contadine dei villaggi che propongono i prodotti locali: cetrioli, cavoli, susine, banane. Molti dei passeggeri ne fanno scorta da portare a casa, commentando e valutando l'acquisto con il loro vicino, che manifesta sempre il suo apprezzamento.

È un treno senza classi l'LC4 e non solo formalmente. Qui tutto è condiviso in un rapporto di socializzazione in cui non s'avvertono condiscendenze o reticenze tra contadini, montanari e passeggeri che chiaramente appartengono a diverse categorie: commercianti che trafficano alla frontiera, borghesi diretti ad Hanoi per sbrigare qualche affare, giovani che studiano cinese a Kunming e tornano per le vacanze.

È grazie a loro, che parlano un discreto inglese, che si riescono a decodificare scene di viaggio che suscitano l'ilarità collettiva. Come quando le venditrici salite abusivamente, all'avvicinarsi di un controllore, si siedono sul bordo di una panca nascondendo sotto la larga gonna una cesta di verdura o una gallina. Le uniche a isolarsi sono due ragazze in minigonna e giubbotto di pelle, chiuse in un mondo sonorizzato dalle cuffie di un walkman e illustrato dalle pagine di un fotoromanzo.

Dopo ore di viaggio, però, anche questo laboratorio etno-antropologico comincia a confondersi nel calore, nella difficoltà di muoversi in un corridoio sempre più affollato, nel fastidio di servirsi di una toilette che, per quanto relativamente pulita, condensa tutti gli umori tropicali. Lo stesso nel vagone ristorante. Su un fuoco a carbonella è in perenne ebollizione un pentola scura piena d'acqua per preparare instant noodles.

In un altro pentolone continua a sobbollire un grappolo di uova sode. Un terzo è riempito a metà di riso. Gli unici clienti sono una coppia con un neonato che il padre continua a sventolare freneticamente, mentre la madre pilucca del riso dalla scodella e lo imbocca con le bacchette. All'altro tavolo è accomodato un controllore che riscuote le commissioni dai venditori, in denaro e natura: una bibita, una fumata, una pulita alle scarpe. Piatti, ciotole e bacchette da lavare sono ammonticchiati in quello che era un wc alla turca (o forse lo è ancora?).

Si passa così nella "terra della fata e il dragone", il cuore mitico del Vietnam, nel "triangolo delle confluenze fluviali", dove il Fiume Nero e il Fiume Chiaro si immettono nel Fiume Rosso. Fu qui, oltre la stazione di Viet Tri, che si consumò la storia d'amore di una fata e di un dragone benedetta da ben cento figli. Il primogenito, Hung Vuong, divenne il re di Van Lang, com'era chiamato il più antico stato vietnamita.

Avvicinandosi ad Hanoi ogni metro quadrato del treno è occupato. C'è chi si siede per terra e chi si accomoda su uno sgabello di plastica che ha portato con sé. Si scostano solo per far passare gli addetti alla pulizia che scopano via bucce, gusci, buste, carta. Finiscono con cronometrica precisione quando si attraversa il ponte sul Fiume Rosso. Dopo pochi minuti, finalmente, il treno batte il suo ultimo tempo alla stazione centrale. Sul binario accanto si sta accordando l'LC1 che parte due ore più tardi diretto a nord.