Quella che Henrik Ibsen trovò al suo arrivo, era un'Italia ancora incerta tra Modernismo e Romanticismo. In una delle prime lettere spedite da Roma espresse entusiasmo, curiosità ma anche dubbi: "Molte cose nuove baluginano nella mia mente. Ma la classicità non riesco ancora a comprenderla, non colgo il suo nesso con la nostra epoca".
Il padre del teatro moderno era giunto nella futura capitale italiana a metà giugno del 1864, dopo aver visitato Genova, Venezia (dove per 6 settimane studiò la nostra lingua), Livorno, Civitavecchia. A Milano rimase affascinato dall'architettura gotica che gli ricordava le montagne, le luci e le ombre della Norvegia: "Per me, il Duomo di Milano è la cosa più strabiliante che in questo campo possa immaginare". Degli artisti italiani diceva: "Michelangelo, Bernini e la sua scuola, li comprendo meglio; uomini che avevano il coraggio di commettere una follia di tanto in tanto".
Coraggio, follia. Sono i tratti che accomunano eroi ed eroine del teatro ibseniano. Sentimenti che gli attribuirono da una parte i sostenitori e dall'altra gli avversari, quando il drammaturgo lasciò la Norvegia. Fu una decisione sofferta, un passo "indicibilmente gravoso", come riferì in un'istanza al parlamento norvegese nel marzo 1863, dettato dall'amarezza per il fallimento del teatro di Kristiania (Oslo), di cui Ibsen era stato direttore artistico, e dalla disillusione politica: "Il mio figlioletto non apparterrà mai a un popolo la cui aspirazione è diventare inglesi invece che esseri umani".
Partendo e abbandonando l'amata vita teatrale, cercò in Italia uno spazio neutro, dal quale guardare con occhi diversi il suo Paese: "Vediamo con maggiore chiarezza a grande distanza; bisogna distanziarsi da ciò che si vuol giudicare; l'estate la descriviamo meglio in una giornata invernale".
L'esilio italiano, per Ibsen, come per tanti intellettuali nordeuropei dell'800 che solo espatriando diventavano noti, fu un rito di iniziazione culturale. Nel nostro Paese trovò l'atmosfera ideale: "C'è una benedetta quiete per scrivere", disse. E infatti tra Roma, Ariccia, Frascati, Ischia, Amalfi e Sorrento, concepì e compose alcuni dei suoi capolavori: Brand, Peer Gynt, Casa di bambola, Spettri, Un nemico del popolo, L'anitra selvatica.
Per lui, il nostro Paese, rappresentava non solo il tempo mite e la luce, ma anche l'espansività della gente, la libertà, la storia, il "gaio mondo degli artisti". "Com'è magnifica la natura quaggiù", riferì in una lettera, "c'è un'armonia indescrivibile nelle forme e nei colori. Talora me ne sto mezze giornate disteso fra le tombe della Via Latina o sull'antica Via Appia e credo si tratti di un ozio che non è prorio una perdita di tempo".
Raccontò con parole infervorate l'ingresso in Italia e il cambiamento della sua vita: "La bellezza del sud, il suo luminoso splendore, brillante come il marmo, si rivelò all'improvviso e influenzò tutta la mia produzione successiva". A Roma si appoggiò alla comunità di intellettuali norvegesi, danesi e svedesi che frequentavano il Circolo scandinavo per Artisti e Scienziati di Palazzo Correa (non più esistente) in via dei Pontefici, addossato al Mausoleo di Augusto, nell'attuale piazza Augusto Imperatore. Come ricorda nel suo saggio Luci ed ombre, l'influenza dell'Italia nei drammi di Ibsen Paolo Puppa, docente all'Università di Venezia: "Roma era per lui il regno del cibo e del vino, specialmente nelle fresche taverne di Trastevere".
La prima residenza romana di Ibsen fu in via Capo le Case: vi si stabilì nell'autunno 1864, dopo aver trascorso l'estate a Genzano. Fu presto raggiunto dalla moglie e dal figlio: "Suzannah e Sigurd percorrono la città in lungo e in largo, ora fra i ruderi, ora nei musei, nelle gallerie e nelle collezioni". Più che un appartamento, quella di via Capo le Case, era una stanza, piccola ma ideale perché si trovava nell'area più abitata dagli stranieri e a poca distanza dai caffè frequentati dagli artisti.
D'estate la famiglia Ibsen si trasferiva ai Castelli Romani per evitare la calura: "Abbiamo lasciato Roma in questi torridi mesi estivi, nei quali lo scirocco soffia coi suoi miasmi sulla campagna. Adesso viviamo a Frascati, sul Colli Albani; abitiamo in un'antica dimora aristocratica, Palazzo Graziosi (in realtà Grazioli, ndr), con sfarzo e a buon mercato", scrisse nel 1866. Oggi la villa barocca è un elegante albergo, il Park Hotel Villa Grazioli, e fa parte del comune di Grottaferrata.
La stanza occupata dal drammaturgo era al primo piano, con una vista spettacolare: "In lontananza il Mediterraneo, la campagna e Roma; la Sabina montagnosa con gli Appennini sta a est, a sud si levano invece i monti Volsci sul confine napoletano. Dalle finestre del mio studio scorgo a distanza il monte Soratte".
Fu anche ad Ariccia, sempre ai Castelli, dove alloggiò nella Locanda Martorelli, al numero 4 di piazza della Corte, di fronte a S.Maria Assunta (di Bernini) e a Palazzo Chigi. La pensione non esiste più, ma il secondo piano è visitabile durante le mostre (info: tel. 06-9330053); qui gli ospiti si incontravano nella sala affrescata dal pittore polacco Taddeo Kuntze. Una targa sul palazzo ricorda, oltre ad Ibsen, altri clienti celebri: Hans Christian Andersen, J.M.William Turner, Massimo D'Azeglio.
Nel maggio 1867 andò a Casamicciola, dove scelse Villa Pisani, allora Albergo Europa (poi Villa Ibsen), con una magnifica vista sul mare e sui vigneti: "Qui a Ischia abbiamo vissuto dalla metà di maggio. Il caldo ha raggiunto talora i 30 gradi reamur (37 gradi, ndr), e bisogna esser forti, come grazie a dio sono, per poter lavorare di buona lena".
Si spostò precipitosamente a Sorrento quando l'isola fu toccata da un terremoto; nella città campana il drammaturgo abitò in una stanza della pensione Rosa Magra (non più esistente) dove si fermavano molti artisti: era al secondo piano di un palazzo di via Umberto I (oggi corso Italia); qui completò Peer Gynt. Il primo soggiorno italiano di Ibsen finì nel 1868; rimpiangendo l'Italia si trasferì in Germania: "...mi trovo in una società ordinata fino alla noia". Andò anche in Egitto, invitato dal viceré per per assistere all'apertura del Canale di Suez e vedere la Nubia e il Mar Rosso.
L'Italia che Ibsen trovò al suo ritorno, nel 1878, era molto cambiata, Roma era diventata capitale: "Quando vi arrivai, l'unità era stata realizzata al prezzo di un'infinita abnegazione...". Grandi novità anche nella sua vita: era ora un autore applaudito nei teatri Europa e poteva permettersi un'abitazione tutta sua. Prese in affitto un appartamento in via Gregoriana, al 46 e, successivamente, fino al 1885, una casa in via Crispi, al 55c, come ricorda una targa.
Nell'estate 1879 lo troviamo ad Amalfi, dove nella quiete dell'albergo Luna (ancora oggi esistente) si concentrò sul personaggio di Nora di Casa di bambola, simbolo di un'emancipazione femminile molto sentita da Ibsen: "la donna ha in comune con i giovani e i veri artisti un istinto geniale". Nel 1881 il drammaturgo tornò a Sorrento, dove soggiornò all'Hotel Tramontano, da giugno a ottobre. Qui lavorò intensamente ad una delle sue opere più inquietanti, Spettri.
A Roma rimase fino al 1885, spostandosi spesso a Gossensass-Valle Isarco, nel Sud Tirolo (allora Austria), dove passò numerose estati fino al 1889 e completò L'anitra selvatica iniziata a Roma: "...per trovare la tranquillità e la solitudine necessarie per questo lavoro mi recherò fra qualche giorno a Gossensass". Al drammaturgo, che alloggiava al Gran Hotel Gröbner (non più esistente), è stata intitolata nel 1889 una piazza e oggi il Municipio (piazza Ibsen 2), ospita un piccolo museo a lui dedicato (tel. 0472-632372 www.gossensass.org, www.colleisarco.org). Qui conobbe la diciottenne viennese Emilie Bardach, "una figura di donna molto interessante", che ispirò il personaggio di Hilde Wangel ne Il costruttore di Solness.
Ibsen tornò poi per 6 anni a Monaco, per far ritorno definitivamente a Kristiania (Oslo), nel 1891. Nella capitale norvegese rimase fino alla morte (23 maggio del 1906), forse non sentendosi mai completamente a casa, portandosi dietro i paesaggi e la luce del nostro Paese, le atmosfere forti e tormentate dell'arte italiana: "...non si vive senza effetto ventisette anni all'estero in un grande libero e liberatore contesto culturale. Qua o, per meglio dire, quassù tra i fiordi c'è il mio luogo di nascita. Ma-ma-ma: dove trovare la mia patria?".
Il padre del teatro moderno era giunto nella futura capitale italiana a metà giugno del 1864, dopo aver visitato Genova, Venezia (dove per 6 settimane studiò la nostra lingua), Livorno, Civitavecchia. A Milano rimase affascinato dall'architettura gotica che gli ricordava le montagne, le luci e le ombre della Norvegia: "Per me, il Duomo di Milano è la cosa più strabiliante che in questo campo possa immaginare". Degli artisti italiani diceva: "Michelangelo, Bernini e la sua scuola, li comprendo meglio; uomini che avevano il coraggio di commettere una follia di tanto in tanto".
Coraggio, follia. Sono i tratti che accomunano eroi ed eroine del teatro ibseniano. Sentimenti che gli attribuirono da una parte i sostenitori e dall'altra gli avversari, quando il drammaturgo lasciò la Norvegia. Fu una decisione sofferta, un passo "indicibilmente gravoso", come riferì in un'istanza al parlamento norvegese nel marzo 1863, dettato dall'amarezza per il fallimento del teatro di Kristiania (Oslo), di cui Ibsen era stato direttore artistico, e dalla disillusione politica: "Il mio figlioletto non apparterrà mai a un popolo la cui aspirazione è diventare inglesi invece che esseri umani".
Partendo e abbandonando l'amata vita teatrale, cercò in Italia uno spazio neutro, dal quale guardare con occhi diversi il suo Paese: "Vediamo con maggiore chiarezza a grande distanza; bisogna distanziarsi da ciò che si vuol giudicare; l'estate la descriviamo meglio in una giornata invernale".
L'esilio italiano, per Ibsen, come per tanti intellettuali nordeuropei dell'800 che solo espatriando diventavano noti, fu un rito di iniziazione culturale. Nel nostro Paese trovò l'atmosfera ideale: "C'è una benedetta quiete per scrivere", disse. E infatti tra Roma, Ariccia, Frascati, Ischia, Amalfi e Sorrento, concepì e compose alcuni dei suoi capolavori: Brand, Peer Gynt, Casa di bambola, Spettri, Un nemico del popolo, L'anitra selvatica.
Per lui, il nostro Paese, rappresentava non solo il tempo mite e la luce, ma anche l'espansività della gente, la libertà, la storia, il "gaio mondo degli artisti". "Com'è magnifica la natura quaggiù", riferì in una lettera, "c'è un'armonia indescrivibile nelle forme e nei colori. Talora me ne sto mezze giornate disteso fra le tombe della Via Latina o sull'antica Via Appia e credo si tratti di un ozio che non è prorio una perdita di tempo".
Raccontò con parole infervorate l'ingresso in Italia e il cambiamento della sua vita: "La bellezza del sud, il suo luminoso splendore, brillante come il marmo, si rivelò all'improvviso e influenzò tutta la mia produzione successiva". A Roma si appoggiò alla comunità di intellettuali norvegesi, danesi e svedesi che frequentavano il Circolo scandinavo per Artisti e Scienziati di Palazzo Correa (non più esistente) in via dei Pontefici, addossato al Mausoleo di Augusto, nell'attuale piazza Augusto Imperatore. Come ricorda nel suo saggio Luci ed ombre, l'influenza dell'Italia nei drammi di Ibsen Paolo Puppa, docente all'Università di Venezia: "Roma era per lui il regno del cibo e del vino, specialmente nelle fresche taverne di Trastevere".
La prima residenza romana di Ibsen fu in via Capo le Case: vi si stabilì nell'autunno 1864, dopo aver trascorso l'estate a Genzano. Fu presto raggiunto dalla moglie e dal figlio: "Suzannah e Sigurd percorrono la città in lungo e in largo, ora fra i ruderi, ora nei musei, nelle gallerie e nelle collezioni". Più che un appartamento, quella di via Capo le Case, era una stanza, piccola ma ideale perché si trovava nell'area più abitata dagli stranieri e a poca distanza dai caffè frequentati dagli artisti.
D'estate la famiglia Ibsen si trasferiva ai Castelli Romani per evitare la calura: "Abbiamo lasciato Roma in questi torridi mesi estivi, nei quali lo scirocco soffia coi suoi miasmi sulla campagna. Adesso viviamo a Frascati, sul Colli Albani; abitiamo in un'antica dimora aristocratica, Palazzo Graziosi (in realtà Grazioli, ndr), con sfarzo e a buon mercato", scrisse nel 1866. Oggi la villa barocca è un elegante albergo, il Park Hotel Villa Grazioli, e fa parte del comune di Grottaferrata.
La stanza occupata dal drammaturgo era al primo piano, con una vista spettacolare: "In lontananza il Mediterraneo, la campagna e Roma; la Sabina montagnosa con gli Appennini sta a est, a sud si levano invece i monti Volsci sul confine napoletano. Dalle finestre del mio studio scorgo a distanza il monte Soratte".
Fu anche ad Ariccia, sempre ai Castelli, dove alloggiò nella Locanda Martorelli, al numero 4 di piazza della Corte, di fronte a S.Maria Assunta (di Bernini) e a Palazzo Chigi. La pensione non esiste più, ma il secondo piano è visitabile durante le mostre (info: tel. 06-9330053); qui gli ospiti si incontravano nella sala affrescata dal pittore polacco Taddeo Kuntze. Una targa sul palazzo ricorda, oltre ad Ibsen, altri clienti celebri: Hans Christian Andersen, J.M.William Turner, Massimo D'Azeglio.
Nel maggio 1867 andò a Casamicciola, dove scelse Villa Pisani, allora Albergo Europa (poi Villa Ibsen), con una magnifica vista sul mare e sui vigneti: "Qui a Ischia abbiamo vissuto dalla metà di maggio. Il caldo ha raggiunto talora i 30 gradi reamur (37 gradi, ndr), e bisogna esser forti, come grazie a dio sono, per poter lavorare di buona lena".
Si spostò precipitosamente a Sorrento quando l'isola fu toccata da un terremoto; nella città campana il drammaturgo abitò in una stanza della pensione Rosa Magra (non più esistente) dove si fermavano molti artisti: era al secondo piano di un palazzo di via Umberto I (oggi corso Italia); qui completò Peer Gynt. Il primo soggiorno italiano di Ibsen finì nel 1868; rimpiangendo l'Italia si trasferì in Germania: "...mi trovo in una società ordinata fino alla noia". Andò anche in Egitto, invitato dal viceré per per assistere all'apertura del Canale di Suez e vedere la Nubia e il Mar Rosso.
L'Italia che Ibsen trovò al suo ritorno, nel 1878, era molto cambiata, Roma era diventata capitale: "Quando vi arrivai, l'unità era stata realizzata al prezzo di un'infinita abnegazione...". Grandi novità anche nella sua vita: era ora un autore applaudito nei teatri Europa e poteva permettersi un'abitazione tutta sua. Prese in affitto un appartamento in via Gregoriana, al 46 e, successivamente, fino al 1885, una casa in via Crispi, al 55c, come ricorda una targa.
Nell'estate 1879 lo troviamo ad Amalfi, dove nella quiete dell'albergo Luna (ancora oggi esistente) si concentrò sul personaggio di Nora di Casa di bambola, simbolo di un'emancipazione femminile molto sentita da Ibsen: "la donna ha in comune con i giovani e i veri artisti un istinto geniale". Nel 1881 il drammaturgo tornò a Sorrento, dove soggiornò all'Hotel Tramontano, da giugno a ottobre. Qui lavorò intensamente ad una delle sue opere più inquietanti, Spettri.
A Roma rimase fino al 1885, spostandosi spesso a Gossensass-Valle Isarco, nel Sud Tirolo (allora Austria), dove passò numerose estati fino al 1889 e completò L'anitra selvatica iniziata a Roma: "...per trovare la tranquillità e la solitudine necessarie per questo lavoro mi recherò fra qualche giorno a Gossensass". Al drammaturgo, che alloggiava al Gran Hotel Gröbner (non più esistente), è stata intitolata nel 1889 una piazza e oggi il Municipio (piazza Ibsen 2), ospita un piccolo museo a lui dedicato (tel. 0472-632372 www.gossensass.org, www.colleisarco.org). Qui conobbe la diciottenne viennese Emilie Bardach, "una figura di donna molto interessante", che ispirò il personaggio di Hilde Wangel ne Il costruttore di Solness.
Ibsen tornò poi per 6 anni a Monaco, per far ritorno definitivamente a Kristiania (Oslo), nel 1891. Nella capitale norvegese rimase fino alla morte (23 maggio del 1906), forse non sentendosi mai completamente a casa, portandosi dietro i paesaggi e la luce del nostro Paese, le atmosfere forti e tormentate dell'arte italiana: "...non si vive senza effetto ventisette anni all'estero in un grande libero e liberatore contesto culturale. Qua o, per meglio dire, quassù tra i fiordi c'è il mio luogo di nascita. Ma-ma-ma: dove trovare la mia patria?".