A Sarajevo
Christopher SolomonSotto la superficie c'è ancora il dolore della guerra. Ma la capitale bosniaca è oggi una città sicura ed economica per gli standard europei. Persino esotica e fashion
Il taxi si ferma davanti al cartello del progetto di sminamento. Il terreno è coperto da 12 cm di neve. Fikret, la guida bosniaca si ferma oltre case sventrate, trincee in mezzo ai boschi, bunker distrutti e una torretta costruita nel XIX secolo dagli Asburgo, la cui rovina è stata accelerata dalla guerra.
Si arriva su un promontorio che si affaccia su una distesa di filo spinato e sulla città. Fikret indica il Kosevo Stadium, circondato quasi interamente da cimiteri. Laggiù c'è Trebevic, spiega. Un tempo vi si svolgevano le gare di bob.
Adesso la montagna è disseminata di mine e le piste sono piene di buchi dove un tempo i cecchini si appostavano con i loro fucili, in attesa delle loro vittime. Solo dalla collina hai modo di capire quanto sia bella questa città e di come fosse esposta e indifesa. È il primo giorno a Sarajevo, in questo Paese dove la storia non è ancora sepolta e dove andare avanti è una faccenda molto complicata.
Dopo anni dalla fine della guerra, siglata dall'A…
Si arriva su un promontorio che si affaccia su una distesa di filo spinato e sulla città. Fikret indica il Kosevo Stadium, circondato quasi interamente da cimiteri. Laggiù c'è Trebevic, spiega. Un tempo vi si svolgevano le gare di bob.
Adesso la montagna è disseminata di mine e le piste sono piene di buchi dove un tempo i cecchini si appostavano con i loro fucili, in attesa delle loro vittime. Solo dalla collina hai modo di capire quanto sia bella questa città e di come fosse esposta e indifesa. È il primo giorno a Sarajevo, in questo Paese dove la storia non è ancora sepolta e dove andare avanti è una faccenda molto complicata.
Dopo anni dalla fine della guerra, siglata dall'A…
Il taxi si ferma davanti al cartello del progetto di sminamento. Il terreno è coperto da 12 cm di neve. Fikret, la guida bosniaca si ferma oltre case sventrate, trincee in mezzo ai boschi, bunker distrutti e una torretta costruita nel XIX secolo dagli Asburgo, la cui rovina è stata accelerata dalla guerra.
Si arriva su un promontorio che si affaccia su una distesa di filo spinato e sulla città. Fikret indica il Kosevo Stadium, circondato quasi interamente da cimiteri. Laggiù c'è Trebevic, spiega. Un tempo vi si svolgevano le gare di bob.
Adesso la montagna è disseminata di mine e le piste sono piene di buchi dove un tempo i cecchini si appostavano con i loro fucili, in attesa delle loro vittime. Solo dalla collina hai modo di capire quanto sia bella questa città e di come fosse esposta e indifesa. È il primo giorno a Sarajevo, in questo Paese dove la storia non è ancora sepolta e dove andare avanti è una faccenda molto complicata.
Dopo anni dalla fine della guerra, siglata dall'Accordo di Pace di Dayton del 1995, questa pittoresca città di 388.000 abitanti, oggi capitale della Bosnia-Erzegovina, sta lentamente ricominciando ad attirare i turisti. Paddy Ashdown, ex membro del parlamento britannico e incaricato di sorvegliare il processo di pace, a suo tempo fece il giro dell'Europa reclamizzando la Bosnia-Erzegovina come l'ultima destinazione turistica del Vecchio Continente ancora da scoprire.
"Sarajevo e la Bosnia sono molto diverse da quello che la gente comunemente crede", ha detto Nick Hawton, corrispondente per i Balcani della Bbc, "non è più il luogo votato al terrore, alla vendetta, al sangue e alla guerra. Da quel periodo ne ha fatta tanta di strada. Fino a tre anni e mezzo fa, la maggior parte degli edifici presentava danni di guerra. Ora ci sono nuove costruzioni, nuove banche, negozi di abiti e scarpe alla moda, una nuova linea tranviaria e persino nuovi marciapiedi".
L'Office of the High Representative (Ufficio dell'Alto Rappresentante), creato in seguito all'Accordo di Dayton per coordinare gli sforzi per la pace e la ricostruzione della comunità internazionale in Bosnia-Erzegovina e nella Repubblica Serba, sostiene che il tasso di criminalità comune della Bosnia è paragonabile a quello di Losanna, in Svizzera.
Dice Edis Kolar, proprietario del "Tunnel Museum", alla fine del tunnel lungo 800 metri scavato con le mani sotto l'aeroporto durante l'assedio alla città per permettere il trasporto di viveri e soldati: "Il nostro Paese è pieno di criminali di guerra, ma ci si sente al sicuro".
Tutto questo è assolutamente vero e fa di questa città una destinazione affascinante: è esotica, sicura, straordinariamente economica per gli standard europei, e anche ricchissima di storia. Eppure, anche visitando questi luoghi, è difficile cogliere l'intera storia di Sarajevo. Come tiene a precisare Nick: "Sotto la superficie c'è ancora tanto, tantissimo dolore".
Sarajevo è sempre stata un'importante crocevia, dove le carovane provenienti dall'oriente incontravano quelle dell'occidente; gli abitanti accoglievano allo stesso modo (o per lo meno tolleravano) ebrei, cristiani e musulmani. A chi trascorre qui un po' di tempo, la gente racconta in continuazione e con un certo orgoglio che la città ospita una moschea, una sinagoga e chiese cattoliche e ortodosse nel raggio di poche centinaia di metri.
Fu l'Impero Ottomano a fondare la città nel 1440 e Sarajevo può giustamente dire di iniziare proprio nella piazza Sebilj, piena di piccioni, nella zona turca di Bascarsija. Il quartiere è un bazar di negozietti in legno costruiti lungo le stradine medievali in pietra rosa, che sembrano appena uscite da una vecchia foto di Istanbul, e i cui nomi ricordano le attività che un tempo si svolgevano da queste parti: i rilegatori, gli incisori, i sarti.
In una vetrina sono esposte borse di Prada e di Chloé. Seguo il leggero tintinnio di tanti piccoli martelli e mi ritrovo in Ulica Kazandziluk, una via di piccoli negozi che propongono i tradizionali servizi da caffè bosniaci e le alte brocche per l'acqua che sono il simbolo di Sarajevo.
Ci sono poi i pezzi di artiglieria. Con le innumerevoli granate piovute sulla città, abili artigiani hanno realizzato vasi di fiori. I proiettili sono diventati penne a sfera con la scritta "Bosnia". In alcuni negozi, gli uomini se ne stanno curvi su sgabelli posti su grandi dischi in rame, che cesellano e decorano in modo non molto diverso dai tempi in cui la città era governata dai pascià.
Svoltando dietro un angolo, in un pomeriggio di neve, mi è capitato di alzare lo sguardo per cogliere un raggio di sole sopra i tetti imbiancati delle case costruite sulle ripide pendici alle spalle della città, per intravedere i pini scuri nascosti dietro le nuvole basse, una visione bucolica, un'atmosfera svizzera sospesa fra un minareto e una cornice bucherellata dai proiettili.
A Bascarsija è inevitabile lasciarsi trascinare nel lento flusso di gente che passeggia lungo la strada pedonale che punta verso occidente e si allarga quando entra nella zona viennese. Riflette il breve (durò fino al 1914) ma influente ruolo svolto dall'impero Austro-Ungarico. Qui lungo la Saraci e poi la Ferhadija, in qualsiasi momento e con qualsiasi tempo, le coppiette passeggiano tranquillamente.
Le ragazze camminano a braccetto. Superano alcuni bar dove persino alle 3 del pomeriggio di un giorno lavorativo è difficile trovare un tavolino libero, oltrepassano la Ziraat Bank Bosnia, i cui impiegati lavorano in giacca e cravatta davanti al Pc, senza dimenticare un amuleto per tenere lontano il malocchio.
Durante la passeggiata, viene in mente la parola bosniaca "sabur". Si riferisce alla grande pazienza, quasi geologica, dei bosniaci, nei confronti del ritmo stridente del loro mondo, ma anche all'antipatia che i bosniaci provano nei confronti delle azioni troppo rapide. La vita degli abitanti di Sarajevo si crogiola nel "sabur".
Alla mattina, mentre i muezzin chiamano i fedeli dai minareti immersi nella luce azzurrognola, ci si può incamminare con gli scii in spalla per cogliere un lato diverso di Sarajevo e prendendo un autobus diretto alla zona sciistica. La strada si arrampica parecchio e i tetti si fanno sempre più aguzzi.
Superiamo il trampolino per gli sci realizzato per le Olimpiadi Invernali del 1984 e mai più usato dopo la guerra, si passa davanti all'Hotel Igman o a quello che ne resta, su un'altura che domina la zona riservata alle gare di sci nordico. Dato alle fiamme dai serbi una decina d'anni dopo i Giochi Olimpici, l'albergo ricorda un macabro scheletro, con le finestre annerite simili a orbite vuote.
I serbi hanno distrutto anche Bjelasnica ma la montagna, sede delle prove di sci alpino maschile nell'84, si è ripresa decisamente meglio ed è comunque agibile. Una manciata di impianti permettono agli sciatori di scendere lungo sette o otto piste, mentre stanno per essere completati 3000 nuovi posti letto. Con gli sci tagliamo in mezzo ai pini e ai faggi.
Negli ultimi 65 anni quegli alti alberi hanno assistito impotenti alla più bizzarra delle processioni: i partigiani di Tito che si muovevano furtivamente per poter liberare la città dai nazisti; l'immagine confusa dei Giochi Olimpici; i serbi all'attacco e i bosniaci in difesa e per finire un'invasione di sciatori acclamata come manna dal cielo.
Tornando a Sarajevo, capita spesso di sentire gli abitanti che la definiscono più un paesotto che una vera e propria città, anche se poi si correggono, sostenendo che qui la vita sociale è vivace. Per un paio di sere, la guida alla vita notturna cittadina è stata una donna, Nerma Jelacic, una giornalista di 28 anni dagli occhi scuri, che fuma come un turco, la cui famiglia è stata cacciata dalla propria casa durante la guerra.
Oggi Nerma scrive dei criminali di guerra, delle fosse comuni e dell'importanza di non dimenticare. Di notte tiene d'occhio i locali dove ci si ritrova a bere. Accendendosi la prima di una lunga serie di Marlboro Light, spiega che per capire Sarajevo e la sua vita notturna è fondamentale capire la turbofolk music. È la pop music più orecchiabile: si tratta per lo più di canzoni sensuali interpretate da scultoree e siliconate amazzoni con i capelli color paglia provenienti da Serbia e Croazia.
"Quando vai a bere qualcosa, il sottofondo finisce sempre per essere turbofolk", spiega Nerma. "Ormai l'ascoltano anche le persone più sofisticate". Dopo mezzanotte, la "Galeria Ko" è densa di fumo e affollata di uomini dalle sopracciglia folte con addosso T-shirt nere e catene d'oro. La musica sembra esplodere dagli altoparlanti. Hanno inizio i cori e le danze.
Una donna con la tipica abbronzatura da lampada e una maglietta striminzita che lascia scoperta la pancia ancheggia con un'amica in bilico sui tacchi a spillo. "Le ragazze si vestono in modo un po' succinto...", dice Nerma. All'interno della "Galeria Ko" sta accadendo qualcosa di febbrile e di contagioso.
La gente si dà grandi pacche sulle spalle. C'è chi sale in piedi sui tavoli. Inizia una nuova canzone, gli uomini formano i classici trenini, appoggiando le mani sulle spalle della persona che hanno davanti. Sanno a memoria tutte le parole. Nerma poi spiega che la musica turbofolk attinge dal disperato bisogno di ritrovare i legami spezzati dalla guerra.
Racconta anche che una delle più popolari interpreti di turbofolk è la vedova di Zeljko Raznatovic, conosciuto come Arkan, accusato di aver ucciso migliaia di musulmani durante la guerra (è stato ucciso a sua volta nel 2000): "È una musulmana bosniaca che è diventata una nazionalista serba. Cantava le sue canzoni ai soldati serbi, indossando un'uniforme dell'esercito serbo".
Almeno l'80% dell'attuale popolazione di Sarajevo è di origine musulmana: sono i bosniaci, molti dei quali cacciati dalle proprie città durante la pulizia etnica. Questo significa che i ragazzi che oggi vediamo camminare sottobraccio e che ascoltano insieme la musica, ballano sulle note di una cantante che un tempo inneggiava alla vittoria dei torturatori delle loro famiglie, i torturatori di Sarajevo. E la cantante stessa è bosniaca. La scena appare beckettiana.
Ormai si sono messi tutti a cantare, con le braccia alzate. Il primo bicchiere va in frantumi. L'orologio fa le ore piccole. Uomini e donne continuano a cantare con un piacere che appare semplice e insieme impenetrabile.
Più si resta a Sarajevo, ammirando la quotidiana capacità di ripresa della sua gente e quella che Rebecca West ha definito "il testardo apprezzamento" del piacere, ma anche la bramosia di locali come la "Galeria Ko", e più si pensa al concetto dello "spirito di Sarajevo". Se ne sente parlare più volte, in genere da persone che hanno vissuto qui per la maggior parte della loro vita.
"Non si sa esattamente cosa sia", esordisce Senka Kurtovic davanti a un caffè, "ma credo sia iniziato tutto durante la guerra, quando praticamente ogni sera c'era una festa". Senka è ora la redattrice capo di "Oslobodjenje" (Liberazione) il quotidiano cittadino diventato famoso per aver continuato le pubblicazioni per tutta la durata dell'assedio.
Durante la guerra, Senka era una giovane reporter. Un pomeriggio una bomba ha ucciso sua madre e Senka ha iniziato i turni di guardia davanti al palazzo della sua famiglia. Quando gli si chiede di fare un esempio dello spirito di Sarajevo, racconta di quando viveva in un quartiere sulla linea del fronte, durante l'assedio.
"Per andare al lavoro dovevo camminare per un'ora", dice, "ma ogni mattina mi truccavo alla perfezione. Era molto importante per me e per le mie amiche. Non sapevi mai per certo dove avresti passato la notte. Potevi tornare a casa, ma potevi anche ritrovarti in ospedale, o magari al cimitero. Ecco perché era sempre meglio essere pronti. E con un filo di trucco".
Inizio a pensare che forse lo spirito di Sarajevo è richiesto oggi così come lo era durante la guerra, che getta ancora un'ombra su tutto - e non solo sugli edifici danneggiati dalle mitragliatrici o dalle opere di ristrutturazione non ancora completate. La paura perdura anche in luoghi e situazioni del tutto inaspettati, come durante il Capodanno, quando in tanti si sono fatti piccoli piccoli per la paura, non appena sopra Ferhadija sono scoppiati i primi fuochi d'artificio.
Se si chiee a Senka se avverte ancora molto l'odore della guerra attorno, lei risponde con la storia di una conferenza in Germania alla quale ha partecipato. Hanno mostrato un filmato su Srebrenica, nella zona nord-orientale del Paese, dove sono stati massacrati più di 7000 fra uomini e ragazzi. Durante la proiezione il sangue ha iniziato a uscirle dal naso e Senka è scoppiata a piangere.
Mentre ne parla, inizia a mordersi un labbro e gli occhi le si riempiono di lacrime. Le dita intanto tormentano una bustina di zucchero. "Dopo tre anni e mezzo non puoi essere la stessa persona", sostiene Senka riferendosi all'assedio, "ma credo di essere diventata una persona migliore". È come se stesse parlando di Sarajevo, una donna ferita, mondana, che vuole sperare nel futuro.
(© 2006 The New York Times Company)
Si arriva su un promontorio che si affaccia su una distesa di filo spinato e sulla città. Fikret indica il Kosevo Stadium, circondato quasi interamente da cimiteri. Laggiù c'è Trebevic, spiega. Un tempo vi si svolgevano le gare di bob.
Adesso la montagna è disseminata di mine e le piste sono piene di buchi dove un tempo i cecchini si appostavano con i loro fucili, in attesa delle loro vittime. Solo dalla collina hai modo di capire quanto sia bella questa città e di come fosse esposta e indifesa. È il primo giorno a Sarajevo, in questo Paese dove la storia non è ancora sepolta e dove andare avanti è una faccenda molto complicata.
Dopo anni dalla fine della guerra, siglata dall'Accordo di Pace di Dayton del 1995, questa pittoresca città di 388.000 abitanti, oggi capitale della Bosnia-Erzegovina, sta lentamente ricominciando ad attirare i turisti. Paddy Ashdown, ex membro del parlamento britannico e incaricato di sorvegliare il processo di pace, a suo tempo fece il giro dell'Europa reclamizzando la Bosnia-Erzegovina come l'ultima destinazione turistica del Vecchio Continente ancora da scoprire.
"Sarajevo e la Bosnia sono molto diverse da quello che la gente comunemente crede", ha detto Nick Hawton, corrispondente per i Balcani della Bbc, "non è più il luogo votato al terrore, alla vendetta, al sangue e alla guerra. Da quel periodo ne ha fatta tanta di strada. Fino a tre anni e mezzo fa, la maggior parte degli edifici presentava danni di guerra. Ora ci sono nuove costruzioni, nuove banche, negozi di abiti e scarpe alla moda, una nuova linea tranviaria e persino nuovi marciapiedi".
L'Office of the High Representative (Ufficio dell'Alto Rappresentante), creato in seguito all'Accordo di Dayton per coordinare gli sforzi per la pace e la ricostruzione della comunità internazionale in Bosnia-Erzegovina e nella Repubblica Serba, sostiene che il tasso di criminalità comune della Bosnia è paragonabile a quello di Losanna, in Svizzera.
Dice Edis Kolar, proprietario del "Tunnel Museum", alla fine del tunnel lungo 800 metri scavato con le mani sotto l'aeroporto durante l'assedio alla città per permettere il trasporto di viveri e soldati: "Il nostro Paese è pieno di criminali di guerra, ma ci si sente al sicuro".
Tutto questo è assolutamente vero e fa di questa città una destinazione affascinante: è esotica, sicura, straordinariamente economica per gli standard europei, e anche ricchissima di storia. Eppure, anche visitando questi luoghi, è difficile cogliere l'intera storia di Sarajevo. Come tiene a precisare Nick: "Sotto la superficie c'è ancora tanto, tantissimo dolore".
Sarajevo è sempre stata un'importante crocevia, dove le carovane provenienti dall'oriente incontravano quelle dell'occidente; gli abitanti accoglievano allo stesso modo (o per lo meno tolleravano) ebrei, cristiani e musulmani. A chi trascorre qui un po' di tempo, la gente racconta in continuazione e con un certo orgoglio che la città ospita una moschea, una sinagoga e chiese cattoliche e ortodosse nel raggio di poche centinaia di metri.
Fu l'Impero Ottomano a fondare la città nel 1440 e Sarajevo può giustamente dire di iniziare proprio nella piazza Sebilj, piena di piccioni, nella zona turca di Bascarsija. Il quartiere è un bazar di negozietti in legno costruiti lungo le stradine medievali in pietra rosa, che sembrano appena uscite da una vecchia foto di Istanbul, e i cui nomi ricordano le attività che un tempo si svolgevano da queste parti: i rilegatori, gli incisori, i sarti.
In una vetrina sono esposte borse di Prada e di Chloé. Seguo il leggero tintinnio di tanti piccoli martelli e mi ritrovo in Ulica Kazandziluk, una via di piccoli negozi che propongono i tradizionali servizi da caffè bosniaci e le alte brocche per l'acqua che sono il simbolo di Sarajevo.
Ci sono poi i pezzi di artiglieria. Con le innumerevoli granate piovute sulla città, abili artigiani hanno realizzato vasi di fiori. I proiettili sono diventati penne a sfera con la scritta "Bosnia". In alcuni negozi, gli uomini se ne stanno curvi su sgabelli posti su grandi dischi in rame, che cesellano e decorano in modo non molto diverso dai tempi in cui la città era governata dai pascià.
Svoltando dietro un angolo, in un pomeriggio di neve, mi è capitato di alzare lo sguardo per cogliere un raggio di sole sopra i tetti imbiancati delle case costruite sulle ripide pendici alle spalle della città, per intravedere i pini scuri nascosti dietro le nuvole basse, una visione bucolica, un'atmosfera svizzera sospesa fra un minareto e una cornice bucherellata dai proiettili.
A Bascarsija è inevitabile lasciarsi trascinare nel lento flusso di gente che passeggia lungo la strada pedonale che punta verso occidente e si allarga quando entra nella zona viennese. Riflette il breve (durò fino al 1914) ma influente ruolo svolto dall'impero Austro-Ungarico. Qui lungo la Saraci e poi la Ferhadija, in qualsiasi momento e con qualsiasi tempo, le coppiette passeggiano tranquillamente.
Le ragazze camminano a braccetto. Superano alcuni bar dove persino alle 3 del pomeriggio di un giorno lavorativo è difficile trovare un tavolino libero, oltrepassano la Ziraat Bank Bosnia, i cui impiegati lavorano in giacca e cravatta davanti al Pc, senza dimenticare un amuleto per tenere lontano il malocchio.
Durante la passeggiata, viene in mente la parola bosniaca "sabur". Si riferisce alla grande pazienza, quasi geologica, dei bosniaci, nei confronti del ritmo stridente del loro mondo, ma anche all'antipatia che i bosniaci provano nei confronti delle azioni troppo rapide. La vita degli abitanti di Sarajevo si crogiola nel "sabur".
Alla mattina, mentre i muezzin chiamano i fedeli dai minareti immersi nella luce azzurrognola, ci si può incamminare con gli scii in spalla per cogliere un lato diverso di Sarajevo e prendendo un autobus diretto alla zona sciistica. La strada si arrampica parecchio e i tetti si fanno sempre più aguzzi.
Superiamo il trampolino per gli sci realizzato per le Olimpiadi Invernali del 1984 e mai più usato dopo la guerra, si passa davanti all'Hotel Igman o a quello che ne resta, su un'altura che domina la zona riservata alle gare di sci nordico. Dato alle fiamme dai serbi una decina d'anni dopo i Giochi Olimpici, l'albergo ricorda un macabro scheletro, con le finestre annerite simili a orbite vuote.
I serbi hanno distrutto anche Bjelasnica ma la montagna, sede delle prove di sci alpino maschile nell'84, si è ripresa decisamente meglio ed è comunque agibile. Una manciata di impianti permettono agli sciatori di scendere lungo sette o otto piste, mentre stanno per essere completati 3000 nuovi posti letto. Con gli sci tagliamo in mezzo ai pini e ai faggi.
Negli ultimi 65 anni quegli alti alberi hanno assistito impotenti alla più bizzarra delle processioni: i partigiani di Tito che si muovevano furtivamente per poter liberare la città dai nazisti; l'immagine confusa dei Giochi Olimpici; i serbi all'attacco e i bosniaci in difesa e per finire un'invasione di sciatori acclamata come manna dal cielo.
Tornando a Sarajevo, capita spesso di sentire gli abitanti che la definiscono più un paesotto che una vera e propria città, anche se poi si correggono, sostenendo che qui la vita sociale è vivace. Per un paio di sere, la guida alla vita notturna cittadina è stata una donna, Nerma Jelacic, una giornalista di 28 anni dagli occhi scuri, che fuma come un turco, la cui famiglia è stata cacciata dalla propria casa durante la guerra.
Oggi Nerma scrive dei criminali di guerra, delle fosse comuni e dell'importanza di non dimenticare. Di notte tiene d'occhio i locali dove ci si ritrova a bere. Accendendosi la prima di una lunga serie di Marlboro Light, spiega che per capire Sarajevo e la sua vita notturna è fondamentale capire la turbofolk music. È la pop music più orecchiabile: si tratta per lo più di canzoni sensuali interpretate da scultoree e siliconate amazzoni con i capelli color paglia provenienti da Serbia e Croazia.
"Quando vai a bere qualcosa, il sottofondo finisce sempre per essere turbofolk", spiega Nerma. "Ormai l'ascoltano anche le persone più sofisticate". Dopo mezzanotte, la "Galeria Ko" è densa di fumo e affollata di uomini dalle sopracciglia folte con addosso T-shirt nere e catene d'oro. La musica sembra esplodere dagli altoparlanti. Hanno inizio i cori e le danze.
Una donna con la tipica abbronzatura da lampada e una maglietta striminzita che lascia scoperta la pancia ancheggia con un'amica in bilico sui tacchi a spillo. "Le ragazze si vestono in modo un po' succinto...", dice Nerma. All'interno della "Galeria Ko" sta accadendo qualcosa di febbrile e di contagioso.
La gente si dà grandi pacche sulle spalle. C'è chi sale in piedi sui tavoli. Inizia una nuova canzone, gli uomini formano i classici trenini, appoggiando le mani sulle spalle della persona che hanno davanti. Sanno a memoria tutte le parole. Nerma poi spiega che la musica turbofolk attinge dal disperato bisogno di ritrovare i legami spezzati dalla guerra.
Racconta anche che una delle più popolari interpreti di turbofolk è la vedova di Zeljko Raznatovic, conosciuto come Arkan, accusato di aver ucciso migliaia di musulmani durante la guerra (è stato ucciso a sua volta nel 2000): "È una musulmana bosniaca che è diventata una nazionalista serba. Cantava le sue canzoni ai soldati serbi, indossando un'uniforme dell'esercito serbo".
Almeno l'80% dell'attuale popolazione di Sarajevo è di origine musulmana: sono i bosniaci, molti dei quali cacciati dalle proprie città durante la pulizia etnica. Questo significa che i ragazzi che oggi vediamo camminare sottobraccio e che ascoltano insieme la musica, ballano sulle note di una cantante che un tempo inneggiava alla vittoria dei torturatori delle loro famiglie, i torturatori di Sarajevo. E la cantante stessa è bosniaca. La scena appare beckettiana.
Ormai si sono messi tutti a cantare, con le braccia alzate. Il primo bicchiere va in frantumi. L'orologio fa le ore piccole. Uomini e donne continuano a cantare con un piacere che appare semplice e insieme impenetrabile.
Più si resta a Sarajevo, ammirando la quotidiana capacità di ripresa della sua gente e quella che Rebecca West ha definito "il testardo apprezzamento" del piacere, ma anche la bramosia di locali come la "Galeria Ko", e più si pensa al concetto dello "spirito di Sarajevo". Se ne sente parlare più volte, in genere da persone che hanno vissuto qui per la maggior parte della loro vita.
"Non si sa esattamente cosa sia", esordisce Senka Kurtovic davanti a un caffè, "ma credo sia iniziato tutto durante la guerra, quando praticamente ogni sera c'era una festa". Senka è ora la redattrice capo di "Oslobodjenje" (Liberazione) il quotidiano cittadino diventato famoso per aver continuato le pubblicazioni per tutta la durata dell'assedio.
Durante la guerra, Senka era una giovane reporter. Un pomeriggio una bomba ha ucciso sua madre e Senka ha iniziato i turni di guardia davanti al palazzo della sua famiglia. Quando gli si chiede di fare un esempio dello spirito di Sarajevo, racconta di quando viveva in un quartiere sulla linea del fronte, durante l'assedio.
"Per andare al lavoro dovevo camminare per un'ora", dice, "ma ogni mattina mi truccavo alla perfezione. Era molto importante per me e per le mie amiche. Non sapevi mai per certo dove avresti passato la notte. Potevi tornare a casa, ma potevi anche ritrovarti in ospedale, o magari al cimitero. Ecco perché era sempre meglio essere pronti. E con un filo di trucco".
Inizio a pensare che forse lo spirito di Sarajevo è richiesto oggi così come lo era durante la guerra, che getta ancora un'ombra su tutto - e non solo sugli edifici danneggiati dalle mitragliatrici o dalle opere di ristrutturazione non ancora completate. La paura perdura anche in luoghi e situazioni del tutto inaspettati, come durante il Capodanno, quando in tanti si sono fatti piccoli piccoli per la paura, non appena sopra Ferhadija sono scoppiati i primi fuochi d'artificio.
Se si chiee a Senka se avverte ancora molto l'odore della guerra attorno, lei risponde con la storia di una conferenza in Germania alla quale ha partecipato. Hanno mostrato un filmato su Srebrenica, nella zona nord-orientale del Paese, dove sono stati massacrati più di 7000 fra uomini e ragazzi. Durante la proiezione il sangue ha iniziato a uscirle dal naso e Senka è scoppiata a piangere.
Mentre ne parla, inizia a mordersi un labbro e gli occhi le si riempiono di lacrime. Le dita intanto tormentano una bustina di zucchero. "Dopo tre anni e mezzo non puoi essere la stessa persona", sostiene Senka riferendosi all'assedio, "ma credo di essere diventata una persona migliore". È come se stesse parlando di Sarajevo, una donna ferita, mondana, che vuole sperare nel futuro.
(© 2006 The New York Times Company)