L'arte e la danza. L'una si libera in una tela, i colori inseguono colori, immagini, figure, segni che saltano agli occhi improvvisi come un'illuminazione. L'altra volteggia su un palcoscenico e con quei movimenti fa sognare, scatena l'immaginazione, rende il corpo di chi guarda partecipe al sogno di chi è guardato.
Un sogno che nella danza classica è la libertà dalla pesantezza del corpo e nella danza contemporanea l'immaginazione nel movimento. C'è stato un momento, nel Novecento, in cui arte e danza hanno iniziato a vivere l'una nell'altra, l'una dell'altra, come innamorati al loro scoprirsi lento e impetuoso al tempo stesso. Da allora non si sono più lasciate.
Quegli anni erano stati preceduti dalle ballerine sgraziate e celesti di Degas, dalle allegre donnine di Toulouse Lautrec, dal segno sinuoso di Matisse, ed erano approdati alle meccaniche futuribili e proiettate nella velocità del progresso di Balla e Depero, ai fantasmagorici Balletti Russi di Diaghilev. Gli anni in cui l'arte rischiava di implodere in se stessa per troppa energia e che invece trovò nella danza, nell'espressione del corpo, nel pensiero che diventa gesto come in una scultura di Rodin, il modo per uscire fuori, per creare un nuovo mondo e una nuova cultura invece di agonizzare sul tavolo del nulla.
Al Mart si arriva dopo una passeggiata nella piccola cittadina circondata dai monti: e se si alza lo sguardo si ha come la sensazione di essere scesi proprio da lì, da quelle coste scoscese ancora imbiancate, per venire a cercare qualcosa, ma cosa, nel grigio del lastricato, nei palazzi, nei negozi, nei porticati, nei disegni che crea l'acqua della fontana nella piazza principale.
Le strade sono strette, si curvano, salgono, scendono, sono brevi e pulite, incredibilmente pulite e ordinate, come se tutto fosse stato rimesso a nuovo da poco. Se domandi un'informazione ti rispondono gentilissimi. Se entri in un negozio si fanno in quattro per servirti. È una cittadina gentile, Rovereto.
E poi, eccolo, il Museo, dove entri e ti perdi. Sculture, disegni, costumi a profusione, dipinti, fotografie, murales, bozzetti scenografici, scenografie vere e proprie. Opere che trascinano con forza all'interno di un'idea, quella delle due curatrici, Gabriella Belli e Elisa Guzzo Vaccarino, ma anche di Paolo Baldessari che ha creato l'allestimento.
Un'idea che prende le mosse dalla fine dell'Ottocento, quando il teatro e la danza entrano sulla tela, sì, ma dall'esterno: il pittore è ancora uno spettatore, come con i teatri di Degas, palcoscenici e quinte rese con attenzione, quadri densi di corpi bianchi, di pose aggraziate, di visi che sbadigliano, di corpi che si stirano. Carte dove il gesso o il carboncino tratteggiano figure piegate, tutù appena accennati. O come con un sorprendente Max Klinger con le giravolte della ballerina accompagnate dai volti quasi spettrali del pubblico.
Come con un Toulouse-Lautrec, naturalmente, con la sua Cantante con i guanti verdi, ma anche con un Boldini, il cantore della Belle Epoque, con Coppie danzanti macchie di colore che ballano sulla tela. E poi, tra le sculture e le fotografie che ritraggono Loie Fuller, l'americana ex attrice di vaudeville che arriva a Parigi nel 1983, si esibisce alle Folies Bergère con i suoi veli rotanti e diventa in breve un'icona. E le sculture e i disegni e i dipinti che ritraggono un'altra icona immortale, Isadora Duncan, ecco i Balletti Russi e Sergej Diaghilev, tra gli eventi più rivoluzionari del primo quarto del secolo.
Parigi diventa una fucina, una macchina creativa, dove Pierre Bonnard, Jean Cocteau, Natalia Goncharova, Mikhail Larionov, Maria Marevna, Amedeo Modigliani, Pablo Picasso, Valentin Serov, Vasilii Shkhaev, e tantissimi altri artisti si interrogano sul corpo, sul suo rapporto con lo spazio, con il tempo, con il movimento, con la vita, con l'amore, fisico e spirituale, in un'esplosione unica di creatività.
Si esce storditi da questa mostra, piena di colori, di suggestioni, di suggerimenti, di storie, di follie, di amore. Di danza. Danza che si libra nel cielo di una tela. Danza che volteggia su un palcoscenico. E fa sognare. www.mart.trento.it
Un sogno che nella danza classica è la libertà dalla pesantezza del corpo e nella danza contemporanea l'immaginazione nel movimento. C'è stato un momento, nel Novecento, in cui arte e danza hanno iniziato a vivere l'una nell'altra, l'una dell'altra, come innamorati al loro scoprirsi lento e impetuoso al tempo stesso. Da allora non si sono più lasciate.
Quegli anni erano stati preceduti dalle ballerine sgraziate e celesti di Degas, dalle allegre donnine di Toulouse Lautrec, dal segno sinuoso di Matisse, ed erano approdati alle meccaniche futuribili e proiettate nella velocità del progresso di Balla e Depero, ai fantasmagorici Balletti Russi di Diaghilev. Gli anni in cui l'arte rischiava di implodere in se stessa per troppa energia e che invece trovò nella danza, nell'espressione del corpo, nel pensiero che diventa gesto come in una scultura di Rodin, il modo per uscire fuori, per creare un nuovo mondo e una nuova cultura invece di agonizzare sul tavolo del nulla.
Al Mart si arriva dopo una passeggiata nella piccola cittadina circondata dai monti: e se si alza lo sguardo si ha come la sensazione di essere scesi proprio da lì, da quelle coste scoscese ancora imbiancate, per venire a cercare qualcosa, ma cosa, nel grigio del lastricato, nei palazzi, nei negozi, nei porticati, nei disegni che crea l'acqua della fontana nella piazza principale.
Le strade sono strette, si curvano, salgono, scendono, sono brevi e pulite, incredibilmente pulite e ordinate, come se tutto fosse stato rimesso a nuovo da poco. Se domandi un'informazione ti rispondono gentilissimi. Se entri in un negozio si fanno in quattro per servirti. È una cittadina gentile, Rovereto.
E poi, eccolo, il Museo, dove entri e ti perdi. Sculture, disegni, costumi a profusione, dipinti, fotografie, murales, bozzetti scenografici, scenografie vere e proprie. Opere che trascinano con forza all'interno di un'idea, quella delle due curatrici, Gabriella Belli e Elisa Guzzo Vaccarino, ma anche di Paolo Baldessari che ha creato l'allestimento.
Un'idea che prende le mosse dalla fine dell'Ottocento, quando il teatro e la danza entrano sulla tela, sì, ma dall'esterno: il pittore è ancora uno spettatore, come con i teatri di Degas, palcoscenici e quinte rese con attenzione, quadri densi di corpi bianchi, di pose aggraziate, di visi che sbadigliano, di corpi che si stirano. Carte dove il gesso o il carboncino tratteggiano figure piegate, tutù appena accennati. O come con un sorprendente Max Klinger con le giravolte della ballerina accompagnate dai volti quasi spettrali del pubblico.
Come con un Toulouse-Lautrec, naturalmente, con la sua Cantante con i guanti verdi, ma anche con un Boldini, il cantore della Belle Epoque, con Coppie danzanti macchie di colore che ballano sulla tela. E poi, tra le sculture e le fotografie che ritraggono Loie Fuller, l'americana ex attrice di vaudeville che arriva a Parigi nel 1983, si esibisce alle Folies Bergère con i suoi veli rotanti e diventa in breve un'icona. E le sculture e i disegni e i dipinti che ritraggono un'altra icona immortale, Isadora Duncan, ecco i Balletti Russi e Sergej Diaghilev, tra gli eventi più rivoluzionari del primo quarto del secolo.
Parigi diventa una fucina, una macchina creativa, dove Pierre Bonnard, Jean Cocteau, Natalia Goncharova, Mikhail Larionov, Maria Marevna, Amedeo Modigliani, Pablo Picasso, Valentin Serov, Vasilii Shkhaev, e tantissimi altri artisti si interrogano sul corpo, sul suo rapporto con lo spazio, con il tempo, con il movimento, con la vita, con l'amore, fisico e spirituale, in un'esplosione unica di creatività.
Si esce storditi da questa mostra, piena di colori, di suggestioni, di suggerimenti, di storie, di follie, di amore. Di danza. Danza che si libra nel cielo di una tela. Danza che volteggia su un palcoscenico. E fa sognare. www.mart.trento.it