"La prima volta che si capita, anche per caso, in una via cava si può restare sconcertati. Ci si trova a camminare tra due pareti vertiginose, alte venti metri, in uno spazio angusto, circondato da una natura straordinaria. La fantasia riporta a figure lontane, i cui riti, le cui parole rimbalzano da una parete all'altra, cavalcano un eco senza fine. Ci si sente attratti irrimediabilmente. Così ho iniziato a studiare queste strade di tufo per poi scrivere libri utili a farle conoscere a tutti".
Giovanni Feo, studioso e profondo esploratore del territorio, è, dunque, il primo che, circa venticinque anni fa, ha segnalato l'esistenza delle Vie Cave Etrusche, tra Pitigliano, Sorano e Sovana, le cosiddette tagliate (ce ne sono circa una cinquantina): sono lunghi e profondi percorsi, ricavati dal taglio della roccia tufacea, che sembrano degli enormi corridoi che s'addentrano all'interno della roccia stessa. E ci si sente rapiti dal fascino quasi primordiale dei luoghi.
"Nonostante siano una diversa dall'altra, le Vie Cave hanno in comune la sensazione che lasciano: quella di smarrimento, ma al tempo stesso di protezione", sottolinea Feo. Ma che funzione avevano queste opere ciclopiche? Alcuni archeologi sostengono che servissero per far defluire l'acqua piovana dai pianori alti, convogliandola nelle gole, in modo da immetterla nei corsi d'acqua a valle. Altri, ed è l'ipotesi più comune, ritengono che avessero la semplice funzione di strade. In ogni caso, quello delle Vie Cave resta un capitolo importante nella storia toscana.
"A mio avviso - dice Feo - le vie Cave, sono nate originariamente in un contesto di culto della terra, dove in primo piano vi era l'utilizzo dell'acqua; in un secondo tempo divennero dei percorsi sacri e funerari, utilizzati per delle speciali processioni e per altre cerimonie itineranti, connesse al culto dell'oltretomba. Quasi che, solo addentrandosi nel cuore di Madre Terra, si potesse sconfiggere la paura della morte ed alludere al passaggio da questa ad un'altra esistenza". Oggi come allora si avverte quest'atmosfera magica che se a volte può incutere un po' di timore, allo stesso tempo accoglie e stringe come in un abbraccio.
Una sensazione che si prova sin dal punto d'inizio della Via Cava San Sebastiano, a Sovana, una delle più grandi tagliate della zona che si sviluppa in altezza, come una pianta alla ricerca della luce del sole. La spettacolare entrata sovrasta il visitatore con le sue spropositate dimensioni, evocando l'ingresso in un mondo di giganti e ci si sente piccoli piccoli, di fronte a tanta immensità. Non si può non provare un profondo rispetto per questo luogo.
L'aria sembra essere intensa di anime. Densa e rarefatta allo stesso tempo. Poi si prosegue in un percorso sinuoso fatto di curve e rettilinei, in un intreccio di felci e funghi rari, muschi e rovi, piante di capelvenere e alberi di lecci (talvolta il tratto è dedalico e, non di rado, ci si trova dinnanzi ad un bivio con due o più diramazioni. La larghezza varia da circa un metro, sino a tre-quattro metri. Nella parte superiore spesso è situata una scalinata, direttamente scolpita sul fondo di tufo e spesso si vede anche un canale di scolo delle acque, intagliato lateralmente).
Lungo le pareti si ritrovano piccole nicchie con tracce di affreschi: sono tabernacoli medievali con immagini sacre, tra cui la Madonna, che servivano a proteggere i viandanti dal diavolo che, secondo la tradizione popolare, spesso vagava in queste zone. L'impronta di misticismo si ritrova anche nella vicina via cava detta il Cavone. Tra i tanti segni lungo le mura, attrae lo sguardo, con la forza di un magnete, una croce uncinata: una svastica, il sole ruotante, simbolo della vita.
Accanto la scritta vertne, "la cui radice - spiega Feo - rimanda al principale Dio Etrusco, Veltha, che fu il dio "doppio", dell'essere e del divenire, del cielo e della terra. E questa iscrizione è un'ulteriore conferma delle valenze spirituali che gli etruschi associarono alle Vie Cave". Quasi a rafforzare la sacralità del sito, nei pressi sorgono due tombe: Ildebranda e quella della Sirena (fanno parte, insieme alle altre nei dintorni, del Parco Archeologico Città del Tufo, info & 0761-458580).
La Tomba Ildebranda, fu ripulita, nel 1924, dall'archeologo Rosi che, non sapendo chi fosse il destinatario di un tale grandioso monumento funebre, la dedicò al cittadino più famoso della zona: Ildebrando (fra il 1073 e il 1085 fu al soglio pontificio con il nome di papa Gregorio VII). A prescindere dal nome non esiste nessun legame tra il mausoleo e il papa.
La tomba (si suppone che sia stata eretta intorno al III a.C.) era ricoperta di stucchi policromi che andavano dal bianco delle colonne al rosso e verde dei motivi vegetali, riflettendo appieno quel gusto tutto etrusco per la sgargiante cromaticità. Oggi di tutto questo rimane ben poco, tranne un'unica colonna, abbellita da grifoni, un'oca, una figura umana e tralci vegetali.
Particolare il frontone della Tomba della Sirena, decorato con sculture ad altorilievo: rappresentano appunto una sirena a due code che accompagna due anime. In questa parte della Maremma il tufo è l'elemento unificatore. Ovunque le strade regalano ai viaggiatori l'emozione di paesaggi sempre diversi, nei quali si alternano gole, balze ed altipiani.
In questo scenario Sorano appare all'improvviso, spericolatamente arrampicata sui fianchi di un'alta rupe. Intorno al paese si contano almeno una decina di Vie Cave, distanti pochi metri una dall'altra. La Via Cava di San Rocco si addentra in un folto bosco ceduo ed ha vedute spettacolari sulle gole vulcaniche sotto il paese.
Ma c'è anche un'altra particolarità: su una parete è inciso "il monte della passione", il monte con una croce sopra "e questo - continua Feo - a testimoniare gli sforzi, in epoche successive, di cristianizzazione di queste vie pagane". Pitigliano sembra invece appollaiata coraggiosamente su una rupe, dove le case, dalle forme più disparate, potrebbero uscire direttamente dal tufo. Sotto di sé nasconde un'altra città sotterranea, fatta di tombe di varie fogge, gallerie e cunicoli per il drenaggio delle acque, stalle, cantine, colombari con nicchie allineate come giganteschi alveari, e, ovviamente, Vie Cave.
Bisogna percorrere tutta la Via Cava di San Giuseppe (s'incontra andando da Pitigliano verso Sovana, subito dopo il ponte sul fiume Lente; in corrispondenza di una curva si stacca a destra il sentiero che conduce alla tagliata), per ritrovare, all'interno di un'edicola, i resti di un affresco con l'effigie del santo omonimo. Le Vie Cave sono un mondo a parte, dove perdersi e ritrovarsi.
È stato così anche per Giovanni Feo: "Dopo diversi giri per il mondo, ho messo le mie radici qui; questi luoghi mi rappresentano, così aspri e selvaggi, l'ideale per uno come me che non ha neanche un cellulare e scrive i libri ancora a mano".
Giovanni Feo, studioso e profondo esploratore del territorio, è, dunque, il primo che, circa venticinque anni fa, ha segnalato l'esistenza delle Vie Cave Etrusche, tra Pitigliano, Sorano e Sovana, le cosiddette tagliate (ce ne sono circa una cinquantina): sono lunghi e profondi percorsi, ricavati dal taglio della roccia tufacea, che sembrano degli enormi corridoi che s'addentrano all'interno della roccia stessa. E ci si sente rapiti dal fascino quasi primordiale dei luoghi.
"Nonostante siano una diversa dall'altra, le Vie Cave hanno in comune la sensazione che lasciano: quella di smarrimento, ma al tempo stesso di protezione", sottolinea Feo. Ma che funzione avevano queste opere ciclopiche? Alcuni archeologi sostengono che servissero per far defluire l'acqua piovana dai pianori alti, convogliandola nelle gole, in modo da immetterla nei corsi d'acqua a valle. Altri, ed è l'ipotesi più comune, ritengono che avessero la semplice funzione di strade. In ogni caso, quello delle Vie Cave resta un capitolo importante nella storia toscana.
"A mio avviso - dice Feo - le vie Cave, sono nate originariamente in un contesto di culto della terra, dove in primo piano vi era l'utilizzo dell'acqua; in un secondo tempo divennero dei percorsi sacri e funerari, utilizzati per delle speciali processioni e per altre cerimonie itineranti, connesse al culto dell'oltretomba. Quasi che, solo addentrandosi nel cuore di Madre Terra, si potesse sconfiggere la paura della morte ed alludere al passaggio da questa ad un'altra esistenza". Oggi come allora si avverte quest'atmosfera magica che se a volte può incutere un po' di timore, allo stesso tempo accoglie e stringe come in un abbraccio.
Una sensazione che si prova sin dal punto d'inizio della Via Cava San Sebastiano, a Sovana, una delle più grandi tagliate della zona che si sviluppa in altezza, come una pianta alla ricerca della luce del sole. La spettacolare entrata sovrasta il visitatore con le sue spropositate dimensioni, evocando l'ingresso in un mondo di giganti e ci si sente piccoli piccoli, di fronte a tanta immensità. Non si può non provare un profondo rispetto per questo luogo.
L'aria sembra essere intensa di anime. Densa e rarefatta allo stesso tempo. Poi si prosegue in un percorso sinuoso fatto di curve e rettilinei, in un intreccio di felci e funghi rari, muschi e rovi, piante di capelvenere e alberi di lecci (talvolta il tratto è dedalico e, non di rado, ci si trova dinnanzi ad un bivio con due o più diramazioni. La larghezza varia da circa un metro, sino a tre-quattro metri. Nella parte superiore spesso è situata una scalinata, direttamente scolpita sul fondo di tufo e spesso si vede anche un canale di scolo delle acque, intagliato lateralmente).
Lungo le pareti si ritrovano piccole nicchie con tracce di affreschi: sono tabernacoli medievali con immagini sacre, tra cui la Madonna, che servivano a proteggere i viandanti dal diavolo che, secondo la tradizione popolare, spesso vagava in queste zone. L'impronta di misticismo si ritrova anche nella vicina via cava detta il Cavone. Tra i tanti segni lungo le mura, attrae lo sguardo, con la forza di un magnete, una croce uncinata: una svastica, il sole ruotante, simbolo della vita.
Accanto la scritta vertne, "la cui radice - spiega Feo - rimanda al principale Dio Etrusco, Veltha, che fu il dio "doppio", dell'essere e del divenire, del cielo e della terra. E questa iscrizione è un'ulteriore conferma delle valenze spirituali che gli etruschi associarono alle Vie Cave". Quasi a rafforzare la sacralità del sito, nei pressi sorgono due tombe: Ildebranda e quella della Sirena (fanno parte, insieme alle altre nei dintorni, del Parco Archeologico Città del Tufo, info & 0761-458580).
La Tomba Ildebranda, fu ripulita, nel 1924, dall'archeologo Rosi che, non sapendo chi fosse il destinatario di un tale grandioso monumento funebre, la dedicò al cittadino più famoso della zona: Ildebrando (fra il 1073 e il 1085 fu al soglio pontificio con il nome di papa Gregorio VII). A prescindere dal nome non esiste nessun legame tra il mausoleo e il papa.
La tomba (si suppone che sia stata eretta intorno al III a.C.) era ricoperta di stucchi policromi che andavano dal bianco delle colonne al rosso e verde dei motivi vegetali, riflettendo appieno quel gusto tutto etrusco per la sgargiante cromaticità. Oggi di tutto questo rimane ben poco, tranne un'unica colonna, abbellita da grifoni, un'oca, una figura umana e tralci vegetali.
Particolare il frontone della Tomba della Sirena, decorato con sculture ad altorilievo: rappresentano appunto una sirena a due code che accompagna due anime. In questa parte della Maremma il tufo è l'elemento unificatore. Ovunque le strade regalano ai viaggiatori l'emozione di paesaggi sempre diversi, nei quali si alternano gole, balze ed altipiani.
In questo scenario Sorano appare all'improvviso, spericolatamente arrampicata sui fianchi di un'alta rupe. Intorno al paese si contano almeno una decina di Vie Cave, distanti pochi metri una dall'altra. La Via Cava di San Rocco si addentra in un folto bosco ceduo ed ha vedute spettacolari sulle gole vulcaniche sotto il paese.
Ma c'è anche un'altra particolarità: su una parete è inciso "il monte della passione", il monte con una croce sopra "e questo - continua Feo - a testimoniare gli sforzi, in epoche successive, di cristianizzazione di queste vie pagane". Pitigliano sembra invece appollaiata coraggiosamente su una rupe, dove le case, dalle forme più disparate, potrebbero uscire direttamente dal tufo. Sotto di sé nasconde un'altra città sotterranea, fatta di tombe di varie fogge, gallerie e cunicoli per il drenaggio delle acque, stalle, cantine, colombari con nicchie allineate come giganteschi alveari, e, ovviamente, Vie Cave.
Bisogna percorrere tutta la Via Cava di San Giuseppe (s'incontra andando da Pitigliano verso Sovana, subito dopo il ponte sul fiume Lente; in corrispondenza di una curva si stacca a destra il sentiero che conduce alla tagliata), per ritrovare, all'interno di un'edicola, i resti di un affresco con l'effigie del santo omonimo. Le Vie Cave sono un mondo a parte, dove perdersi e ritrovarsi.
È stato così anche per Giovanni Feo: "Dopo diversi giri per il mondo, ho messo le mie radici qui; questi luoghi mi rappresentano, così aspri e selvaggi, l'ideale per uno come me che non ha neanche un cellulare e scrive i libri ancora a mano".