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La lunga vita di un fiume

L'Aniene ha ispirato pittori, scrittori e poeti. La sua Valle è stata anche testimone della santità di Benedetto da Norcia. Ecco un itinerario lungo il suo tragitto, partendo dalla "benedettina" Subiaco fino a Roma, attraversando cascate, laghetti e paesini
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Se ci si concentra e si resta ad ascoltare, il fiume parla. Il fiume è come un sentiero sicuro nei meandri dell'anima, "lui sa tutto... Tutto si può imparare da lui. Vedi, anche questo tu l'hai già imparato dall'acqua, che è bene discendere, tendere verso il basso, cercare il profondo", scrisse Herman Hesse in Siddharta: non ha importanza quanto grande, possente, lungo sia il fiume, l'importante è "porger l'orecchio con animo tranquillo" e ascoltare.

E quante, di storie, ne potrebbe raccontare il fiume Aniene! Un corso d'acqua che sarebbe piaciuto a Siddharta, perché chiunque lo ha avvicinato con con animo aperto, ha sempre rivelato le proprie più luminose profondità. L'Aniene ha ispirato pittori, scrittori, poeti e santi; la sua valle è stata, ed in parte è tutt'ora, il cuore della civiltà occidentale, anche grazie ad un uomo, Benedetto da Norcia, che ha saputo unire fede e cultura senza l'arroganza di troppi intellettuali di oggi.

"Un uomo non arriva mai così in alto …
Se ci si concentra e si resta ad ascoltare, il fiume parla. Il fiume è come un sentiero sicuro nei meandri dell'anima, "lui sa tutto... Tutto si può imparare da lui. Vedi, anche questo tu l'hai già imparato dall'acqua, che è bene discendere, tendere verso il basso, cercare il profondo", scrisse Herman Hesse in Siddharta: non ha importanza quanto grande, possente, lungo sia il fiume, l'importante è "porger l'orecchio con animo tranquillo" e ascoltare.

E quante, di storie, ne potrebbe raccontare il fiume Aniene! Un corso d'acqua che sarebbe piaciuto a Siddharta, perché chiunque lo ha avvicinato con con animo aperto, ha sempre rivelato le proprie più luminose profondità. L'Aniene ha ispirato pittori, scrittori, poeti e santi; la sua valle è stata, ed in parte è tutt'ora, il cuore della civiltà occidentale, anche grazie ad un uomo, Benedetto da Norcia, che ha saputo unire fede e cultura senza l'arroganza di troppi intellettuali di oggi.

"Un uomo non arriva mai così in alto come quando non sa dove sta andando", sosteneva Oliver Cromwell: una frase che si adatta perfettamente al santo di Norcia, figlio del ricco mercante Euprobo. Fuggito da Roma non ancora ventenne, disgustato dal degrado morale dell'Urbe, Benedetto trovò nel fiume la guida in grado di condurlo incontro al suo destino.

Dopo una sosta ad Affile - dove compì il suo primo miracolo - si rifugiò in una grotta del monte Taleo, proprio all'interno delle selvagge gole dell'Aniene. È qui, in questo "Sacro Speco" che Benedetto da Norcia si trasforma compiutamente nel santo della primavera (chi non conosce il proverbio "San Benedetto, la rondine sotto al tetto"?), ma soprattutto nel santo della cultura, colui che per primo intuì l'importanza delle letture - e quindi della scrittura - per il benessere interiore dell'uomo.

Negli scriptoria benedettini si miniarono in modo magistrale testi liturgici e di preghiera, ma anche le più importanti opere della classicità, che senza la dedizione di quei monaci sarebbero andate completamente perdute. Non era certamente un lavoro fine a se stesso: nella Regola scritta da Benedetto per organizzare la vita delle sue comunità monastiche, si prevedeva - oltre al ben noto ora et labora - anche la necessità di letture comunitarie e private di testi "edificanti", il che comportò la nascita di autentiche biblioteche.

Se davvero esistono le famose "radici cristiane" dell'Europa, che tante polemiche hanno creato durante la stesura della Costituzione Europea, è qui che esse vanno cercate, qui hanno avuto origine, proprio in "...questa valle/ in cui scorre nascosto/ l'Aniene/ dove salici e pioppi/ col mormorio dell'acqua/ dàn suoni d'arie tristi/ e di lontane pastorali", come scrisse il grande poeta spagnolo Rafael Alberti. Nato dalle acque raccoltesi ai piedi del Monte Tarino, nel gruppo dei Simbruini, l'Aniene percorre 108 chilometri prima di gettarsi nel Tevere a Roma, all'altezza di Ponte Salario.

Nel compiere il suo viaggio, cambia continuamente aspetto, e racconta storie diverse. Alle sorgenti è un torrente come tanti, buono per le trote, limpido e spumeggiante: solo dopo aver raccolto le acque del Simbrivio - il suo affluente più importante - inizia a fare sul serio. È a questo punto che entra nelle gole sotto Jenne, dando vita a un ambiente straordinario, ricco di giochi d'acqua e cascate, come quella di Trevi o quella dedicata a San Benedetto, che salta da sei metri d'altezza in un verdissimo laghetto.

All'interno della gola, un tempo, incontrava ben 12 monasteri, oggi ne rimangono solo due, ma di grande importanza: quello dedicato al santo (chiamato anche Sacro Speco perché edificato sulla grotta dove Benedetto rimase tre anni in preghiera) e quello dedicato alla sua sorella gemella, Santa Scolastica, costruito sui ruderi dell'imponente Villa di Nerone, dove sono conservati decine di migliaia di testi antichi, tra cui quello ritenuto il primo libro stampato in Italia (1465). Oramai il fiume si trova alle porte di Subiaco e prende ancora più forza e velocità prima di superare l'antico ponte di San Francesco, sotto lo sguardo austero dell'alta Rocca Abbaziale, simbolo della città.

D'ora in poi è come se la comunità degli uomini guardasse al fiume con malcelata diffidenza: tutti i paesi sorgono in alto, a sorvegliare guardinghi la valle sottostante, possibile via d'accesso - ma questo accadeva in tempi lontani- per gli eserciti nemici, tra cui quelli, temutissimi, dei Saraceni (c'è anche un paese, Saracinisco, che nel nome ricorda quelle invasioni). È così che alla fine l'Aniene arriva a sfiorare l'alta e aspra rupe di San Cosimato, uno dei luoghi più suggestivi e meno noti d'Italia, anch'esso legato alla vicenda umana di San Benedetto.

I monaci che vivevano nel monastero edificato sulla rupe, infatti, si rivolsero al santo perché facesse loro da abate: Benedetto in verità non aveva molta voglia di abbandonare il suo eremitaggio ma, come racconta San Gregorio Magno nei suoi Dialoghi: "Quando proprio non potè più resistere alla loro insistenza, acconsentì". Ma presto i monaci si accorsero che sotto la sua direzione le cose non potevano continuare con il lassismo a cui erano abituati e giunsero alla determinazione di avvelenarlo, pur di riconquistare la propria libertà.

Ma quando offrirono a Benedetto il calice col vino avvelenato e questi alzò la mano per benedirlo, "Il santo segno ridusse in frantumi quel vaso di morte, come se al posto di una benedizione vi fosse stata scagliata una pietra". Ovviamente il santo, per usare ancora le parole di San Gregorio Magno, "Se ne tornò alla grotta solitaria che tanto amava ed abitava lì, solo con se stesso, sotto gli occhi di Colui che dall'alto tutto vede".

Nella grotta-cappella di San Benedetto, raggiungibile dal giardino del monastero grazie ad una rampa di ripide scale scavate nella roccia, il santo abitò durante la sua permanenza in zona, ed è un luogo di rara suggestione, sospeso a picco sulla gola dell'Aniene, che qui forma un piccolo invaso artificiale (la diga è degli anni '30) circondato da una natura verde e tranquilla nonostante l'incombente vicinanza dell'autostrada per l'Aquila. Distribuiti sulla rupe ci sono molti altri ambienti, alcuni di difficile interpretazione, altri riconducibili a piccoli eremi, cappelle, celle dei monaci, che fanno di questo luogo un unicum di grande interesse, a cui va aggiunta la presenza degli spechi di ben due acquedotti romani; quello dell'Acquedotto Claudio è anche visitabile dai più avventurosi.

In basso l'Aniene, lasciatasi alle spalle la diga, riprende il suo corso normale. È ancora, in questa fase, un fiume giovane e bizzoso, limpido e pulito, e tale resterà sino alle porte di Tivoli: qui dilaga, si sfalda in mille rivoli, incuneandosi tra gli anfratti di quella spugna di roccia che è il travertino. Difficile contenerlo. Per secoli, anzi per millenni, l'Aniene ha dato spettacolo creando grandiose cascate, mèta prediletta di pittori, illustratori, uomini di cultura impegnati nel Grand Tour.

Probabilmente le cascate di Tivoli sono il soggetto preferito tra i molti possibili, in questo angolo del Lazio. Oggi, però, quelle originarie non esistono più. Dopo la rovinosa piena del 1826, l'ultima delle innumerevoli che il fiume ha compiuto nei secoli, il governo pontificio decise di deviarlo all'interno di due grandi gallerie artificiali lunghe 300 metri, scavate in appena tre anni nel ventre del monte Catillo: fu l'ultima "grande opera" realizzata dallo Stato della Chiesa prima della disgregazione.

L'orgoglio era tale che papa Gregorio XVI in persona, il 6 ottobre del 1835, volle assistere, da un baldacchino appositamente predisposto, all'inaugurazione e quindi alla nascita della nuova, Grande Cascata (circa 100 metri di dislivello) che le acque del fiume formano precipitando dalla rupe. Contestualmente alla sistemazione idraulica si decise anche di creare un vero e proprio parco ad uso e consumo dei romantici viaggiatori dell'epoca: nacque così Villa Gregoriana, dove l'Aniene da spettacolo di sé.

Non tutti i fiumi possono vantare un palcoscenico del genere, in cui esibirsi sotto gli occhi stupiti di attenti spettatori. Perché Villa Gregoriana è proprio questo, un palcoscenico in cui l'acqua regala emozioni uniche, in bilico tra natura, arte e storia, soprattutto oggi che, grazie al FAI (Fondo Ambiente Italiano), è tornata agli splendori di un tempo. Il fiume si prende qui la sua ultima, vera soddisfazione, prima di precipitare verso il degrado e la sporcizia a cui è costretto nei pressi di Roma, condannato ad essere "l'assassino del Tevere" - come è stato definito, quasi fosse davvero colpa sua - il killer che con il suo carico inquinante "uccide" il fiume "al ciel prediletto".

Ma l'Aniene non perde mai la sua dignità - e non è un caso che anche il tratto romano sia protetto da una riserva naturale, mantenendo una bellezza discreta e tranquilla, che sembra quasi voler far proprie le speranze dei molti che si battono per il suo recupero. No, lui scorre placido e lento, oramai appagato, quasi cosciente di essere stato per secoli importante quanto e più del Tevere (non a caso veniva chiamato "Teverone"): sulle sue acque ha visto passare eserciti e merci, tra cui la preziosa pietra gabina o il tufo proveniente dalle cave appena fuori la città, ha visto frotte di pittori fermarsi a contemplarlo serpeggiare nella Campagna Romana per poi immortalarlo in centinaia di quadri, memore - chissà - delle grandiose feste che gli artisti, soprattutto stranieri, tenevano ogni anno proprio nei pressi delle cave di Salone, durante le quali era consentito quasi tutto, purché ci fosse allegria.

Tempi andati, purtroppo, Benedetto di un fiume!