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Maya superstar

Mel Gibson sta girando un nuovo kolossal su di loro. Gli archeologi trovano nuovi tesori nei centri cerimoniali tra Messico e Guatemala. E il mito continua

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È l'era dei Maya. Mel Gibson torna alla regia con Apocalypto che sarà nelle sale americane ad agosto, in cui racconta come e perché sarebbe decaduta e scomparsa questa civiltà. Girato nell'area di Veracruz è un kolossal epico-leggendario parlato in dialetto maya dello Yucatán con attori e comparse locali. La tesi di fondo è inaspettatamente liberal: il disfacimento di questo mondo è dovuto a cause interne: soprattutto alla sottovalutazione dei problemi ambientali e all'ossessione della guerra (un parallelo non troppo velato con l'amministrazione Bush). Contemporaneamente, la National Geographic Society ha ripreso gli scavi a El Mirador, nel Guatemala al confine con il Messico.

Ma soprattutto circa 15 milioni di turisti visitano ogni anno i principali luoghi della Ruta Maya, la strada che da Palenque nel Chiapas scende fino a Joya de Cerén in Salvador.

Un mondo conosciuto eppure misterioso ancora oggi. A Chichén Itzá nello Yucatán, che raggiunse l'apice della propria potenza tra il 900 e il 1100 d.C., visitata ogni anno da circa un milione e mezzo di persone, c'è una lunga coda per arrivare ai piedi della Piramide di Kukulcán nota come El Castillo "È alta 30 metri, raffigura il calendario maya.

Le quattro scale con i 91 gradini ciascuna rappresentano 364 giorni che con la piattaforma superiore fanno un totale di 365. Tanti quanti i giorni dell'anno solare", spiega l'archeologo Ignacio Xaybe. "E poi a ogni equinozio di primavera, il 21 marzo, e d'autunno, il 21 ottobre, si verifica un singolare fenomeno di rifrazione di luci e ombre sulle pietre: pare di vedere la silhouette del dio Quetzalcóatl, il Serpente Piumato, che scende dall'alto della piramide verso la base, dove si trova la sua casa. La gente del luogo lo considera un segno di buon auspicio: significa che si avrà un buon raccolto".

I gruppi di turisti seguono le guide verso il grande Campo della pelota e ammirano a naso in su la sequenza di bassorilievi della piattaforma che illustra la storia di questo gioco crudele. Più oltre c'è un edificio di nuova costruzione.

"In questa stanza vengono riportati le pietre, le sculture, le stele e gli oggetti funerari trafugati", continua Ignacio. "Questo per sfuggire alla maledizione che colpisce i predatori; la leggenda racconta infatti che verranno perseguitati per sette anni da malattie e sciagure. Sono i custodios, della comunità maya del luogo, ad averla allestita e sono loro a convincere i tombaroli e i turisti a restituire il mal tolto. Con gli oggetti ritrovati sarà allestita una nuova sala nel museo".

Mi vengono in mente le parole che Rigoberta Menchú, premio Nobel per la Pace nel 1992, mi disse nel nostro ultimo incontro a Città del Messico: "I Maya sono i nostri antenati. Noi discendiamo da loro, ne parliamo la lingua, ne continuiamo gli usi e i costumi. Anche per questo è necessario che gli antichi centri maya siano salvaguardati e protetti. Sono una risorsa preziosa che consente alle comunità di tenere vivo il senso d'appartenenza alla medesima cultura".

Ma com'è possibile conciliare queste sacrosante esigenze con quelle dell'economia e del turismo? "Il patrimonio artistico di un Paese è una risorsa preziosa che rappresenta un'occasione irrinunciabile per creare sviluppo e occupazione", sostiene Bruno Panuzi, consigliere d'amministrazione del Touring Club Italiano. "Il turismo crea ricchezza ed è un formidabile volano dell'economia locale. Bisogna però contenere l'impatto delle folle di turisti. In particolare dove ambiente e zone archeologiche sono più fragili. Occorre proibire di salire sulle piramidi e sugli edifici, di toccare statue e bassorilievi. Bisogna creare percorsi privilegiati. Non è necessario vedere tutto, ma poco e bene. I più a rischio sono i siti maya aperti da poco al pubblico, dove gran parte dell'area è ancora da scavare. Infatti, sono più degli altri sottoposti al pericolo di un impatto brusco".

A Uxmal, altro luogo-destinazione turistica della civiltà maya, per esempio, la piramide, chiamata la "Casa dell'Indovino", alta quasi 40 metri, con una gradinata ripidissima, è stata chiusa al pubblico: la catena che pendeva dalla piattaforma sulla sommità cui ci si aggrappava è stata tolta e nessuno può più salire. Poi lo spettacolo di "Suoni e Luci" è stato modificato. Niente più cavi e riflettori a vista, ma nuove e più spettacolari tecnologie meno invasive, perfettamente mimetizzate con l'ambiente. L'archeologo José Huchin, responsabile del sito, ha organizzato anche un percorso notturno, a piedi, guidato, che tocca gli edifici più significativi, tutti illuminati.

La tendenza è aprire nuovi siti con metodologie ecosensibili, che privilegiano la difesa dell'ambiente e le comunità locali.

Un esempio riuscito è il sito Ek'Balam (Giaguaro Nero), 26 km a nord di Valladolid, risalente al 300 a.C., scoperto da Letizia Vargas nel 1995 e dal 2004 accessibile al pubblico. La guida è Antonio Comalco, uno degli abitanti maya del vicino villaggio, che racconta ai viaggiatori la storia, le leggende e le tradizioni della sua gente tramandate di padre in figlio. Invece Louis Sayhal, uno dei curanderos della comunità spiega le proprietà delle erbe medicinali che crescono sul sentiero che porta a un piccolo cenote.

Ma l'impegno delle autorità messicane va oltre, come spiega Elóisa Vadillo Atoche, Directora de Promoción de Yucatán: "Nel 2005 sono stati investiti 30 milioni di pesos in programmi di cooperazione e promozione e altri 15 milioni per costruire aree di servizio, appoggiare le comunità maya che abitano nella zona, salvaguardare le aree protette. I cenotes sono monitorati dalla Segreteria dell'Ecologia che rilascia solamente per alcuni il certificato d'uso da parte dei turisti, è stata elaborata una mappa dettagliata e in pochissimi è possibile fare il bagno e immersioni. Infine ci sono sempre alcune persone della comunità residente attorno al sito che hanno il compito di sorvegliarlo e difenderlo dai tombaroli, anche se non è stato ristrutturato e aperto al pubblico".

Più a sud si snoda la Ruta Puuc che prende il nome dalle colline che punteggiano tutta la regione (Puuc, in maya significa collina). Qui i siti sono più raccolti, ma hanno edifici eleganti e sfarzosi tempestati da bassorilievi con le maschere del dio della pioggia, Chac, con il suo grande naso simile a una proboscide. Lo Stato di Campeche ha avuto due nomination da parte dell'Unesco. La prima nel dicembre del 1999, quando la conferenza annuale del "Centro per il Patrimonio mondiale" ha designato "la città storica fortificata di Campeche" parte del Patrimonio e la seconda, nel 2002, quando anche il sito di Calakmul è entrato a far parte di questa lista.

"Quando abbiamo saputo della decisione dell'Unesco tutti siamo scesi per le strade, suonando i clacson delle auto e sventolando la bandiera messicana", ricorda Jorge Luis González, Segretarío de Turismo de l'Estado de Campeche. "Da allora l'economia della città è decollata e i turisti sono sempre più numerosi. Dal 1999 al 2005 le presenze sono aumentate del 42%, gli introiti legati al turismo sono quasi raddoppiati e il numero delle stanze d'albergo è cresciuto del 45%".

Lo stesso è avvenuto a Calakmul, che ha fatto la sua comparsa sulle cartine geografiche e nelle guide turistiche. Nel 2005 il sito ha visto arrivare 16.500 turisti, rispetto agli 8.000 di quattro anni prima quando ancora non era stato designato Patrimonio mondiale. Una stretta strada, controllata dai guardaparco taglia la foresta e attraversa per 60 chilometri l'omonima Reserva della Biosfera (2 milioni di ettari), la più importante del mondo dopo quella di Amaná e di Mamirauá in Amazzonia (5,7 milioni di ettari), fra acrobazie di scimmie e voli di grandi farfalle dalle ali gialle.

Città maya fra le più potenti del periodo classico, occupa circa 70 chilometri quadrati nel sud-est dello Stato di Campeche, al confine con il Guatemala. Temibile rivale di Tikal, da cui dista circa 200 chilometri, fu il centro del Regno di "Cabeza de Serpiente" che controllava numerosi centri anche guatemaltechi, quali Dos Pilas, Naranjo e Caracol. Vi sono ben 7000 strutture e 120 stele che l'archeologo Juan Carrasco con la sua équipe ha consolidato e restaurato in modo filologico e conservativo, senza ricostruzioni pesanti.

Nella Gran Plaza le stele decorate si allineano alle basi di templi e piramidi. Come libri di storia in pietra, raccontano con complessi glifi le imprese eroiche di "Garra de Juaguar", potente sovrano che rese splendente la città nell'VIII secolo d. C.

Un sentiero soffocato dalla vegetazione porta all'area sepolcrale, dove le tombe, anche se violate dai tombaroli, rivelano ancora preziosi tesori. Nella piramide principale della Grande Acropoli è stata da poco scoperta una porta che ha consentito l'accesso all'interno, dove un corridoio conduce ad altre due piramidi sotterranee del 600 a.C. Una di queste possiede un pregevole fregio in stucco lungo 23 metri. Un labirinto inquietante, non ancora aperto al pubblico poiché deve essere messo in sicurezza, lungo il quale avanzo guidato dall'archeologo Juan Carrasco.

Nell'incerta luce delle torce elettriche raggiungiamo la seconda piramide decorata da un incredibile fregio in stucco policromo, lungo 23 metri. La chiamano la Cappella Sistina maya, perché evoca l'inframundo, il complesso mondo dell'aldilà abitato dalle crudeli divinità adorate da quel popolo costruttore formidabile di città-stato misteriosamente scomparse, inghiottite dalla foresta, pochi decenni prima che arrivassero gli spagnoli.