I butte (i pinnacoli monolitici) che si innalzavano sulla pianura desertica venendoci incontro di prua erano color nocciola, occhi taglienti di una squaw Anasazi sdraiata sulla sabbia dell'Arizona. Piccole dune orientate correvano verso le corrugazioni drammatiche del monumento naturale forse più famoso del mondo.
A volarci sopra, appesi a un'elica di un monomotore registrato ad Albuquerque in New Mexico, sembrava di stare dentro un film di John Ford. O meglio, a giudicare dalle evoluzioni del pilota che girava intorno a formazioni e a torrioni di roccia stratificata scolpiti da triliardi di raffiche di vento e gocce di pioggia, mi sentivo più come Willy Coyote che tenta per la milionesima volta di catturare Wild Runner a bordo di un missile assemblato con le zampe, senza governo tra strapiombi e canyon. Ma Beep Beep non si vedeva da nessuna parte.
Nelle cuffie c'erano solo le voci dell'etere aeronautico. All'orizzonte nessun'altra elica. I piloti texani e dello Utah in giro a svolazzare nel West, che sentivamo chiacchierare di football e bar del Nevada nel cockpit, stavano chissà dove.
I piccoli aerei da turismo da queste parti sono cosa di tutti i giorni. Cessna, Beechcraft, Learjet, Rockwell, Piper e Fokker si usano abitualmente per voli scenici, trasferimenti urgenti, emergenze, turismo e controllo dei parchi (naturalmente anche per il contrabbando...). È più facile trovare una pista di atterraggio nel Sud Ovest americano che non un buon ristorante a Phoenix o a Salt Lake City.
Non c'è parco nazionale, riserva naturale, lodge o cittadina di qualche valore turistico che non possieda hangar e servizi per l'aeronautica. Tra i confini di California, Arizona, New Mexico, Texas, Utah, Nevada e Colorado ne esistono migliaia. Ecco perché il nostro flying safari a stelle e strisce, per ora, filava liscio come l'olio.
Si fluttuava tranquilli tra cumulonembi primaverili sopra il West. La rotta prevedeva di sorvolare il Grand Canyon, la Valle della Morte, Las Vegas, il parco di Yellowstone, le coste fiorite dell'oceano Pacifico fino a San Francisco. Che volere di più?
La geografia americana, vista così, non mi era granché familiare. La maggior parte dei ricordi visivi che riguardano il Grande Ovest ci è stata fornita da film, documentari e immagini riprese per lo più da terra. Al massimo da scene girate da qualche collina o rilievo. Persino il sogno laico, l'avventura on the road, presuppone una cabriolet rossa e una strada senza fine. Non un monoplano da 280 all'ora...
Da 2 mila metri di altezza faticavo a riconoscere i disegni del Lake Powell, gli orridi del Colorado, le ferite di Canyonlands o i delicati archi di pietra di Arches e Zion. Bisognava camminarci in mezzo per sentirli familiari.
Due milioni e duecentomila chilometri quadrati (quasi sette volte l'Italia) di rocce, sabbia e polvere e una densità di meno di sette persone per chilometro quadrato faceva assomigliare il paesaggio più a Marte o alla faccia nascosta della luna che all'America.
I paleosuoli marini che sorvolavamo erano vuoti pneumatici ma sembravano nascondere chissà cosa. Le tracce di antichi fiumi erano come arterie spezzate, condannate all'aridità eterna. Solo le croste cripto-biotiche, fragilissime e preziose, tentavano invano di arrestare la continua erosione.
Pareva di studiare la pelle di un pianeta morto.
Ma bastarono poche cabrate, tra le correnti ascendenti che soffiavano dalla pianura bollente, per farmi cambiare idea.
In un batter d'occhio oltre una sella rocciosa comparvero le geometrie idriche fantasmagoriche del Lake Powell.
Canali e ramificazioni liquide si susseguirono senza tregua tra colline brulle e panettoni di pietra. E la crosta terrestre prese vita. Tra il sud dello Utah e l'Arizona si trova la maggior concentrazione di curiosità geologiche del mondo.
Cataclismi naturali immani hanno prodotto nei millenni canyon, calcificazioni della sabbia, pinnacoli, monoliti rosso fuoco, archi di roccia e una serie impressionante di stranezze minerali.
Nella luce brillante del mattino isole di granito macchiavano qua e là l'acqua del lago, scura come petrolio. Arcipelaghi desolati correvano da una sponda all'altra, ma nemmeno salendo al limite della quota consentita dal piccolo aereo si riuscivano ad abbracciare tutte le 2 mila miglia di coste frastagliate del bacino artificiale.
In alcuni punti la profondità del lago supera i 170 metri e le sue sponde parevano ritagliate da un pasticciere. Sotto di noi il Colorado imbrigliato, che qualche miglio prima scorreva verde e piuttosto tranquillo, diventò all'improvviso parente del Rio delle Amazzoni, un fiume nero dalle mille facce inondava foreste di rocce rosse, baluardi d'arenaria e piscine naturali immense. Non c'era nient'altro, salvo un nastro d'asfalto che s'interrompeva contro la diga.
La natura da queste parti si accontenta di piccole cose. Funghi, licheni, batteri, alghe, cactus, indispensabili a rallentare la desertificazione di tutti gli Stati Uniti. Qualche mammifero del deserto e molti turisti d'estate.
Se avessimo sorvolato queste terre a cavallo di un pterodattilo 250 milioni di anni fa, in pieno Mesozoico, avremmo visto distese oceaniche, onde e cavalloni preistorici che dovevano correre veloci sullo scudo roccioso del Pacifico centrale. Prima della formazione delle Rocky Mountains, quaggiù c'era solo acqua e dall'Arizona al Texas si poteva navigare fino al bacino del Messico.
Paradossalmente, al di là dei salti temporali, oggi che l'acqua è di nuovo apparsa artificialmente, rimane comunque il problema più serio da queste parti. L'approvvigionamento idrico del sud degli Stati Uniti muove interessi economici enormi, influenzando politiche industriali e strategie a lungo termine di proporzioni colossali.
Dove fino a trent'anni fa c'erano solo burroni e valli, pianure butterate dal sole e pietraie, oggi sorge il Lake Powell. Ma sembra non bastare al fabbisogno idrico delle città a valle della diga. Alla fine degli anni '60, dopo un vano tentativo di resistenza da parte degli ambientalisti nel 1956, venne deciso di erigere una gigantesca barriera artificiale sul Glen Canyon, poco lontano da Page, sul confine tra Arizona e Utah per intrappolare il corso del Colorado e dissetare così parte degli americani dell'ovest.
Nel giro di 4 lustri il laghetto divenne un piccolo oceano dolce che invase la valle e si assestò solo nel 1980, ricoprendo ben 186 miglia di pianura. Scomparvero piccole comunità e interi ecosistemi, e il paesaggio roccioso divenne liquido: immensi fiordi, pinnacoli, orridi e valli intere si trasformarono in insenature e baie spettacolari dove oggi ci si godono tuffi e corse in motoscafo.
Ma non basta per tutti. Esaurito l'impeto d'espansione, il Lake Powell è diventato soprattutto un parco giochi acquatico per americani e turisti di passaggio che scorrazzano in barca, canoa, kayak, moto d'acqua e houseboat, tra i siti rupestri sacri agli indiani Navajo e Anasazi.
Noi posammo le ruote di buon mattino sulla pista lucida di Bullfrog, Utah, sorvolando centinaia di case galleggianti ancorate ai moli di plastica. Finimmo a comprare provviste e birra allo spaccio della marina per un pomeriggio di navigazione.
Poi, galleggiando su una lancia di lamiera a cinque nodi scarsi, ci godemmo la giornata assieme ad altre migliaia
di gitanti del weekend sparsi per il lago.
Grazie al cielo Canyonlands fu invece magnificamente solitario. Anche girando in fuoristrada non c'e proprio da
spingere per guardare il panorama.
È l'unico dei parchi americani (1356 kmq di area protetta) dove anche in alta stagione si percepisce il
senso di esplorazione e grandiosità iconografica della regione. L'avrete visto cento volte nei film: camini
di fata, quinte di guglie e macigni, strapiombi sul fiume, torri di roccia, crateri, piste che si avvolgono in
spirali polverose.
Voli di condor, aquile e stellar jay (un uccello blu, delizioso). L'immagine classica degli Stati Uniti, con la
Monument Valley, Zabriskie Point e Yellowstone. Quel pomeriggio incontrammo pochi cowboy sui sentieri ma nessun
indiano.
Infine tornammo verso Moab su un pulmino per il rafting e finimmo a mangiar bistecche in una brutta copia di un
saloon. Domani sarebbe stata di nuovo ora di volare. Verso ovest. Ci aspettavano Las Vegas e il lago Mead, il Grand
Canyon e il portentoso Bryce Park. Pola Sierra Nevada e la costa di San Francisco. Non vedevo l'ora di arrivare
a spettinar le onde della baia e a contare gli squali intorno all'Isola di Alcatraz.