Lungo la via sacra
Isa GrassanoÈ qui che inizia il racconto di una scoperta di un'area sacra, con templi e santuari, di cui uno dedicato a Minerva, nel punto in cui la leggenda vuole che Enea, mitico eroe troiano, abbia toccato l'Italia. I ritrovamenti, databili fra il V ed il III secolo avanti Cristo, riproducono figure umane a grandezza naturale, ritratte in varie fasi della vita, dalla fanciullezza all'età adulta. Vi è anche un plastico della fossa votiva, così come apparve ai suoi scopritori, la ricostruzione di una costa che non c'è più (oggi c'è Tor Vajanica) e del folto manto boschivo e ricco di specchi d'acqua (la famosa Selva Laurentina) che anticamente caratterizzava questo territorio. "Parla senza timore, matrona di Lavino", così la statua di Minerva si rivolge alla prima donna sposata (indossa il velo). "Il mio dono è una colomba, perché voglio che tu mi renda feconda", risponde la giovane donna.
Queste semplici frasi fanno risaltare ogni particolare degli oggetti: la colomba è simbolo di fecondità, così come altri doni che riproducono giocattoli, palle, trottole, che i giovani devoti abbandonavano con il compimento dei sedici anni. La bellezza delle statue è data anche dalla ricchezza dei particolari delle acconciature e degli accessori che diventano ispirazione per indagare su usi e costumi di quelle antiche popolazioni: orecchini pendenti o a forma di foglie, collane a girocollo composte da grani, bracciali a fascia.
Il colloquio fra Minerva e gli offerenti si chiude con il seppellimento delle statue e l'inesorabile, lento accumulo della terra sulla fossa: "quando cadiamo nel buio dove si trova il padre Enea, non siamo che polvere ed ombra e non sappiamo se gli Dei del cielo aggiungeranno un domani ai giorni passati". Si torna così al punto di partenza e tutto ruota intorno alla figura leggendaria di Enea che la tradizione vuole fondatore dell'antica città di Lavinium, la cui acropoli coincide con il borgo medievale di Pratica di Mare (nei pressi di Pomezia). Da lì ebbe origine la grandezza e la potenza di Roma. Eppure Lavinium è sconosciuto ai più. Secondo la leggenda la città fu fondata da Enea, giunto sulle coste del Lazio, dopo sette anni di penoso vagare, con il padre Anchise ed il figlio Ascanio, per fuggire da Troia ormai in fiamme ed anche per adempiere alla profezia di ritornare alla terra d'origine e dare così vita alla stirpe romana.
Il nome deriva da Lavinia, figlia di Latino, re degli Aborigeni e sposa dell'eroe. Un racconto di Dionigi di Alicarnasso riferisce che Enea appena sbarcato sulla spiaggia (pare che lo sbarco sia avvenuto alla foce del fiume Numico, attuale fosso di Pratica di Mare), riconoscendo questo luogo come quello predestinato, si accinse a sacrificare agli dei Patrii una scrofa nera che fuggì per una distanza di 24 stadi (circa 4.262 metri), fino ad un colle dove partorì 30 porcellini e venne poi offerta in sacrificio. Una voce disse all'eroe che su quell'altura avrebbe dovuto fondare una città su cui sarebbe restato, con i suoi uomini, tanti anni quanti erano i porcellini partoriti. All'interno del Museo Lavinium (diretto da Maria Luisa Bruto) si ha la possibilità di ripercorrere l'intero viaggio di Enea, rappresentazione simbolica di quello che dovettero affrontare i primi navigatori greci per approdare alle nostre coste.
Sembra quasi di salire su quell'imbarcazione, perché lo spazio è stato sagomato a forma di nave e si vede, su di un lato, l'ossatura interna di una fiancata; vi è persino la ricostruzione in scala 1:20 di una nave della fine dell'età del bronzo. Come sottofondo, un video costruito sui suoni, colori e immagini delle acque e su alcuni versi dell'Eneide di Virgilio. Poco distante dal Museo si trova "l'Heron", un sepolcro a tumulo del VII secolo a. C., dove, secondo la tradizione, era stato sepolto Enea. Di certo ha ospitato un personaggio di notevole fama.
La sacralità del sito è data anche dalle tredici are (visite, come anche per "l'Heron", solo su prenotazioni al Museo Lavinium, & 06-91984744) in tufo e a pianta greca, ritrovate, incredibilmente, una accanto all'altra e tutte ben conservate. Si assomigliano davvero per forme e dimensioni. E anche in modo strabiliante, ma a separarli ci sono almeno 200 anni: altari innalzati a segnare la fondazione delle colonie latine. Ogni ara ha la propria storia, disposte da Nord a Sud e rivolte verso quell'Oriente, dove tutto rinasce. Stare dinnanzi a queste antiche sculture è come accordarsi con il respiro del luogo. L'aria è intersa di misticismo e, pian piano, la fantasia riporta alla mente le immagini di riti propiziatori o i numerosi fedeli che in processione portavano offerte, pregavano, si affidavano agli Dei. Volo di fantasia anche dinnanzi ai resti della Villa di Plinio, nella pineta di Castelfusano. Ci si arriva dopo circa due chilometri di passeggiata in una strada costeggiata da alberi secolari di lecci. Un tempo era vicinissima al mare (oggi si trova a circa 600 metri), per questo può dare l'idea dell'ambiente che Enea potette trovare al momento dello sbarco in Italia. Immersa nel verde è anche una zona ideale per tranquille passeggiate a contatto con la storia. In fondo al portico, sulla destra, si può ammirare quel che rimane della zona termale: i resti di un grazioso ambiente decorato da un mosaico a tessere bianche e nere con Nettuno raffigurato al centro nell'atto di guidare due ippocampi.
Il legame con la religiosità dei Latini e con la stessa leggendaria origine di Roma ha fatto sì che negli anni venissero mantenuti e restaurati i templi e le aree sacre presenti specialmente su quella che viene definita Via Sacra o via dei Santuari, che toccando i principali luoghi di culto della zona, da Lavinium risaliva verso Monte Cavo (la montagna sacra per tutte le popolazioni di stirpe latina) e la cresta sommitale del vulcano laziale, dove era il tempio di Giove Laziale.
Questa strada, attualmente, è ricalcata in parallelo, anche se il nome è meno poetico, dalla Strada Provinciale 101 Albano-Torvajanica. Caratteristica dell'antica via, larga poco più di due metri, era il fatto che non presentava i segni del consumo dovuto alle ruote dei carri: essendo un itinerario sacro, doveva necessariamente essere percorso a piedi. Lungo il tragitto incrocia la Solforata di Pomezia con lo spettacolo delle sue sorgenti sulfuree ribollenti (l'area fa parte del parco di Decima-Malafede, gestito da Roma Natura & 06-35405310) e l'affascinante Grotta di Fauno, legata alla leggenda di Enea: avvicinandosi si sente un fortissimo odore di zolfo. Proseguendo si va incontro "all'altra Roma", quella "de li Castelli" che fanno da verde polmone alla capitale. Per secoli hanno costituito una meta privilegiata per letterati, nobili e pontefici e ancora seducono per il patrimonio artistico e naturale, tanto da essere spesso la destinazione delle gite fuori porta. Ecco allora Albano Laziale, Castelgandolfo, Nemi quasi nascosta nell'invaso del suo azzurro lago.
All'interno del Museo delle Navi di Nemi (via Tempio di Diana, & 06-9398040) si vede ancora un ampio pezzo di strada perfettamente selciata con lastroni di basolato. Il Museo conserva inoltre i resti e i modellini delle navi di epoca romana che alla fine degli anni Venti furono ritrovati nel lago. Lo specchio d'acqua esercita anche un richiamo gastronomico: nei boschi che lo costeggiano crescono fragoline dolcissime. Quel bosco, in latino Nemus (di qui il nome del paese) fu sacro alla dea cacciatrice Diana che si trovava nei pressi del lago e dove si ergeva un Tempio, in cui pochi ma vistosi resti sono distinguibili in località Giardino tra rovi e arbusti rampicanti (ci si arriva superando il Museo delle Navi: si parcheggia nei pressi di uno slargo e si segue una stradina in salita nel bosco - c'è un segnavia escursionistico - che in pochi minuti porta all'ingresso dell'area archeologica che attualmente è chiusa, ma i ruderi si vedono bene anche da lontano).
La passeggiata non può che concludersi "calpestando" dal vivo il basolato romano di un pezzo della Via Sacra. Si trova a Rocca di Papa (essendo in una zona di proprietà privata vi è una piccola cifra di diritto di passaggio), ed è quasi interamente intatto e completamente circondato da vegetazione (da un piccolo terrazzo panoramico la vista spazia su entrambi i laghi vulcanici di Albano, sulla destra, e di Nemi, sulla sinistra). Camminare su queste grandi pietre, che evocano millenari percorsi, è come fare un viaggio nell'atmosfera di una volta.