Viaggi

Versailles

C'era una volta la regina

In questa reggia che conobbe gli ultimi fantasmagorici sfarzi della monarchia, Sofia Coppola ha girato l suo attesissimo film su Maria Antonietta, la regina che ebbe la testa decapitata dalla Rivoluzione Francese

4 minuti di lettura
Niente parrucche o cipria, nessuna grandeur se non nell'altissimo numero di persone - centinaia - che si accalcano intorno ai giochi d'acqua, ai canali, ai giardini, agli ingressi. Nessun abito dal valore incalcolabile intessuto d'oro, nessuna carrozza trainata da purosangue.

Solo bambini che corrono urlando verso il Grand Trianon, gruppi di adulti guidati da una bandierina che spunta in mezzo alle loro teste, ombrellini e zainetti che saltellano qua e là. Tutti qui per vedere le stanze - chiamiamole così - e i dipinti, gli scaloni, gli arredi, i teatri, le volte, gli affreschi, i marmi, le dorature, i legni intagliati, per attraversare insomma i 680 metri della reggia più reggia d'Europa: Versailles.

Una Disneyland del reale dove si entra come si entrasse sul set di un film, ci si guarda intorno con curiosità, comparse capitate per caso. Sensazione mica tanto sbagliata: da non molto Sofia Coppola ha finito di girare il suo terzo film (dopo il successo planetario di Lost in translation), Marie Antoniette, passando con la sua troupe tre mesi nelle sale del palazzo, girando di notte per non impedire a bandierine, zainetti e ombrellini di fare il tour del castello più sontuoso di Francia e forse del mondo intero.

Affascinata come lo sono in molti da Maria Antonietta, Sofia Coppola, dopo aver letto la biografia a lei dedicata di Stefan Zweig ("che non ho finito, troppo rigido, troppo severo"), dopo essersi innamorata di quella scritta da Antonia Fraser - la brava storica famosa però, chissà perché, per essere la moglie di Harold Pinter - ha deciso di lanciarsi nel racconto di un'altra semiadolescente, di un'altra ragazza sola e problematica e complessa e delusa, dopo averlo già fatto con il primo film, Il giardino delle vergini suicide (tra le interpreti Kristen Dunst ora protagonista di Marie Antoinette), e con il secondo Lost in translation.

La pellicola - presentata ieri al Festival di Cannes, in Italia uscirà in autunno - racconta gli anni incantati e rutilanti, divertenti e vuoti della delfina bambina, figlia di Maria Teresa imperatrice d'Austria, l'Autrichienne, come dicevano di lei con insolenza tutta francese (perché che insulto è essere definita "austriaca" visto che Maria Antonietta lo era?), la regina che la leggenda - ma solo la leggenda - vuole che affermasse indicando pigramente il popolo affamato che si accalcava fuori della reggia: "Hanno fame? Date loro le brioches", la sposa di Luigi XVI, colei che ebbe la testa mozzata dalla Rivoluzione Francese.

Arrivò qui, nella sontuosa, esageratissima, splendente reggia di Versailles, "capriccio pietrificato d'un gran signore, di splendore folle e inaudito", come scriveva Zweig, nel maggio del 1770. Arrivò dopo aver attraversato l'Europa centrale con un corteo di 57 carrozze in un viaggio interminabile di due settimane e mezzo, che lei passò, per nove ore al giorno, sobbalzando sui sedili imbottiti della sua carrozza foderata di velluto e oro, come un pacco reale.

Ogni paese la festeggiava, a ogni tappa trovava sudditi a benedirla. "Oh, se anche vivessi cent'anni, non potrei scordare quel giorno, quelle celebrazioni, le grida di gioia di un popolo ebbro di felicità", avrebbe scritto la baronessa Henriette d'Oberkirch, annotando di come i bambini fossero vestiti da pastori e pastorelle e le offrissero cestini di fiori o di come le ragazze della borghesia gettassero fiori per terra al suo passaggio.

Giunse alla reggia di Versailles il 16 maggio 1770: l'attendevano non meno di seimila persone, tutti in grand habit de Cour, l'abito di corte di gala che, come ricorda la Fraser, consisteva in"spada e giacca di seta per gli uomini, stretti bustini con stecche di balena, gonne a crinolina e lungo strascico per le donne, ed elaborate acconciature incipriate.

La duchessa di Northumberland, per esempio, dovette alzarsi alle sei del mattino per farsi acconciare i capelli". Sofia Coppola prende le mosse proprio da qui, dall'arrivo a corte, dalla cerimonia della svestizione (che in realtà avvenne in un'isola in mezzo al Reno, vicino a Kehl), che imponeva "che la delfina" scrive la Fraser "venisse spogliata completamente dello splendido abbigliamento di nozze austriaco, comprese le calze e la biancheria intima, per indossare indumenti di provenienza francese".

Dopo le "cerimonie da delirio", dice la Coppola, il film segue la ragazza nella sua esplorazione del Palazzo e nella sua vita tra feste e futilità, per fermarsi prima della ghigliottina.

La cinepresa gira per i corridoi, tutti marmi ed enormi finestre, arriva nella Galerie des Glaces (Galleria degli Specchi), lunga 75 metri e adornata da 17 specchiere da un lato e dall'altro da un numero uguale di finestre che guardano verso i giardini e il tramonto.

Giunge al Grand Appartement du Roi (Appartamento del Re), dove ogni giorno si fermano zainetti, ombrellini chiusi ticchettano metallici a terra, passano bandierine abbassate, mentre chi le tiene in mano alza il viso alle pareti per ammirare le stanze dedicate a Ercole, Venere, Diana, Marte e Mercurio.

Ci sono, nel film, scene di feste, con le comparse che in costume al ritmo di musica punk rock e neoromantic attraversano i giardini, mentre la cinepresa passa veloce su un paio di Converse in mezzo a scarpette settecentesche (sembra di vedere un videoclip neogothic o neoromantic in stile anni Ottanta, facce marmoree di bianco, camicie tutte pizzi): questi giardini sono in stile formale francese, geometrici, allineati, con aiuole fiorite, sentieri puntellati di alberi alti uguali, piantati alla stessa distanza, geometrie che si allargano o si stringono grazie a laghetti e fontane, statue di marmo, bronzo e piombo.

Più oltre si trovano anche i Jardins du Petit Trianon, all'inglese, più selvaggi, per quanto possa essere possibile: offrono un minimo di riparo a ombrellini e zainetti che spuntano improvvisi facendo prendere un colpo a chi passa di lì, il naso per aria, la testa nella storia della sfortunata regina.

Sofia Coppola non ha voluto raccontare della morte per decapitazione di Maria Antonietta, degli anni bui e pieni di dolore di questa donna che si trovò "con la persona sbagliata, nel posto sbagliato, nel momento sbagliato".

Di quei momenti restano i dipinti che la ritraggono con le mani legate dietro alla schiena, la testa china, i capelli scarmigliati, i vestiti strappati e addosso solo abiti leggeri di mussolina. Restano le grida di quella stessa gente che qualche anno prima la osannava e cospargeva di fiori la strada su cui posava i suoi passi.

Ma questa è la vita: che prima dà. E poi riprende. Ma non importa. L'importante è attraversarla come una regina: a testa alta. Possibilmente sul collo.