Tra cielo e terra
Roberto CaramelliCuzco potrebbe essere nel 2009 Capitale Mondiale del Libro. La data è significativa perché segna la nascita della letteratuta peruviana. Vediamo da vicino la storia della città che fu capitale del grande Impero degli Incas
Mercoledì 3 maggio i kioscos di Lima, Cuzco e Arequipa hanno venduto più giornali del solito.
A far salire le vendite è stato il titolo di una locandina che sembrava l'annuncio di una rivoluzione geopolitica:
"Cuzco capitale?".
La notizia che i principali quotidiani peruviani, La Republica, El Comercio e Perù21, pubblicavano tra un pezzo sulle nazionalizzazioni nella vicina Bolivia e un altro dedicato al seno rifatto della top model Viviana Rivasplata, era che Cuzco stava per diventare sì capitale, oltretutto mondiale, ma del Libro. L'Unesco, che include un centinaio di siti peruviani nel World Heritage Fund, l'aveva infatti inclusa tra i possibili candidati all'ambito titolo per l'anno 2009.
Anche se la scelta definitiva non è ancora certa, nell'antica città imperiale inca già si festeggia, soprattutto perché il 2009 coincide con i 400 anni dei Comentarios Reales di Garcilaso de la Vega. Lo scrittore, nato a Cuzco nel 1539, chiamato El Inca perché mestizo, figlio cioè…
La notizia che i principali quotidiani peruviani, La Republica, El Comercio e Perù21, pubblicavano tra un pezzo sulle nazionalizzazioni nella vicina Bolivia e un altro dedicato al seno rifatto della top model Viviana Rivasplata, era che Cuzco stava per diventare sì capitale, oltretutto mondiale, ma del Libro. L'Unesco, che include un centinaio di siti peruviani nel World Heritage Fund, l'aveva infatti inclusa tra i possibili candidati all'ambito titolo per l'anno 2009.
Anche se la scelta definitiva non è ancora certa, nell'antica città imperiale inca già si festeggia, soprattutto perché il 2009 coincide con i 400 anni dei Comentarios Reales di Garcilaso de la Vega. Lo scrittore, nato a Cuzco nel 1539, chiamato El Inca perché mestizo, figlio cioè…
Mercoledì 3 maggio i kioscos di Lima, Cuzco e Arequipa hanno venduto più giornali del solito.
A far salire le vendite è stato il titolo di una locandina che sembrava l'annuncio di una rivoluzione geopolitica:
"Cuzco capitale?".
La notizia che i principali quotidiani peruviani, La Republica, El Comercio e Perù21, pubblicavano tra un pezzo sulle nazionalizzazioni nella vicina Bolivia e un altro dedicato al seno rifatto della top model Viviana Rivasplata, era che Cuzco stava per diventare sì capitale, oltretutto mondiale, ma del Libro. L'Unesco, che include un centinaio di siti peruviani nel World Heritage Fund, l'aveva infatti inclusa tra i possibili candidati all'ambito titolo per l'anno 2009.
Anche se la scelta definitiva non è ancora certa, nell'antica città imperiale inca già si festeggia, soprattutto perché il 2009 coincide con i 400 anni dei Comentarios Reales di Garcilaso de la Vega. Lo scrittore, nato a Cuzco nel 1539, chiamato El Inca perché mestizo, figlio cioè di un capitano dei conquistadores di Pizarro e di una nobile discendente dalla Stirpe del Sole, viene considerato uno dei simboli della storia peruviana, nata anch'essa dell'incontro tra l'antica cultura andina e quella spagnola.
I Comentarios Reales del 1609 e la Conquista del Perù del 1613, che Garcilaso scrisse "per far conoscere al mondo la nostra patria, la nostra gente e la nazione", furono considerati pericolosi dal regime coloniale (e stampati solo all'estero fino al 1821, anno dell'indipendeza del Paese liberato dal generale argentino José de San Martin) perché raccontavano le contraddizioni del colonialismo spagnolo e la grandezza della civiltà inca, definita "un'altra Roma".
Una civiltà considerata "barbara e brutale da quegli spagnoli che entrarono nel Perù settantuno anni fa", scrisse Garcilaso, una civiltà capace invece, sappiamo oggi, di edificare palazzi antisismici grazie alle pietre incastrate tra loro come in un puzzle; di tracciare migliaia di chilometri di strade attraverso tutte le province dell'impero; di costruire raffinati impianti di irrigazione che portavano l'acqua dalle Ande alle valli; di governare, anche senza scrittura, uno stato complesso ed efficiente che garantiva terra e lavoro a tutti.
Il Perù, unico Paese americano insieme al Messico con alle spalle grandiose civiltà precolombiane, sta attraversando oggi, come il resto del Sudamerica, una stagione di grande rinnovamento culturale e politico; da Cuzco e dagli Incas, però, si deve partire per comprenderne l'identità nazionale, non perché il loro impero, chiamato Tahuantinsuyo (i quattro angoli) ebbe vita lunghissima - il massimo splendore va dal 1420 al 1532 - ma perché gli Incas furono la prima cultura unificante del Paese; dopo di loro iniziò la storia del Perù coloniale, troppo simile a quella degli altri Paesi latinoamericani.
Prima di loro fiorirono una serie di grandi civiltà, spesso misteriose, come quella wari, quella tiwanaku, quella nazca, quella moche, quella ica-cincha, quella chachapoya.
Queste antichissime civiltà, alcune delle quali nacquero 2500 anni prima di Cristo, regalano ogni anno straordinarie scoperte archeologiche, come se volessero prendersi una rivincita sul tempo e sui coloni spagnoli che avevano l'abitudine di edificare le loro pur belle architetture barocche sopra le costruzioni precolombiane.
I 91 idiomi parlati in Perù sono tutti di derivazione inca: si dice che la maggioranza dei peruviani parli spagnolo ma, in realtà, pensi in quechua, l'antica lingua dei discendenti del Sole.
Discendenti che si incontrano tra i palazzoni scrostati di Lima, sotto i portici della Plaza de Armas di Cuzco: gli uomini con i berretti con i paraorecchie e i pantaloni al ginocchio, le donne con le gonne ampie sovrapposte una all'altra e i coloratissimi poncho di lana di alpaca, spesso a piedi nudi, quasi sempre con un bambino sulla schiena.
Se è vero che il paesaggio influenza i sentimenti, i figli degli Incas, molti dei quali credono che un giorno o l'altro ritornino i loro dèi, si portano dietro con la loro malinconia il peso di questo Paese magico e antico dove la terra e il cielo si incontrano.
"Il soroche", scrisse Manuel Scorza nel suo romanzo Rulli di tamburo per Rancas, "colpisce chi arriva dalla costa": è il mal d'aria, il leggero mal di testa che si fa sentire appena si scende dall'areo che arriva a Cuzco da Lima.
Volare è d'altronde il modo più veloce per spostarsi in un Paese dove sono ancora poche le strade comode e veloci. La vecchia capitale inca fu costruita a 3300 metri sul livello del mare e, per curare il disagio causato dall'altitudine, tutti gli alberghi offrono agli ospiti il mate de coca, un infuso di foglie di coca.
Considerata la capitale archeologica del Sudamerica, Cuzco è una delle città più belle del continente, sia per l'architettura coloniale che per i resti inca, spesso usati dai conquistadores come base per i loro edifici. Fu l'antica e potente capitale dei figli del Sole che la concepirono urbanisticamente come un puma, animale sacro al culto dell'Apu Kuntur, insieme al serpente e al condor.
Secondo la leggenda fu fondata nel XII secolo da Manco Capac, figlio del Sole e primo inca, che segnò con il suo bastone d'oro un punto sulla terra chiamato qosqo in quechua (ombelico del mondo). Molte leggende come questa sono raccontate nei Comentarios Reales da Garcilaso de la Vega, che nacque e visse a Cuzco fino all'età di 21 anni.
Garcilaso parla anche dei maestosi edifici inca e delle mura i cui resti sono visibili ancora, tra questi i resti del Palazzo Colcampata e la Fortezza di Sacsayaman a nord della città; le rovine del tempio Coricancha (del Sole) che formano la base della chiesa di Santo Domingo costruita dagli spagnoli nel '600, non lontano dalla centralissima Avenida Sol; l'Inca Roca, un palazzo di cui rimane visibile dall'esterno il massiccio muro su Calle Hatunrumiyoc su cui fu costruito dagli spagnoli un edificio dove vissero le autorità religiose e politiche della città, oggi è sede del Museo de Arte Religoso (antico Palazzo Arcivescovile, tra Calle Hatunrumiyoq e Calle Herrajes).
La pietra più singolare delle mura inca è la "pietra dei 12 angoli" che crea incastri perfetti con le altre intorno. Da visitare è anche il Museo de Historia Regional, ospitato in quella che fu la casa di Garcilaso de la Vega, sepolto nella Cattedrale: nella collezione, oggetti delle culture chavin, chimu, mochica, mummie nazca, oggetti d'oro inca.
Molti degli edifici coloniali della città sono stati ricostruiti dopo il terribile terremoto del marzo 1650 che lasciò intatti i manufatti inca mentre fece crollare numerosi palazzi barocchi. La cittadinanza si riunì nella cattedrale per chiedere al Cristo la grazia di interrompere le scosse che si susseguivano senza sosta.
Il miracolo avvenne e, da allora, ogni lunedì di Pasqua una processione porta in giro per le vie di Cuzco quel Cristo nero, El señor de los Temlores, in memoria del milagro. Cuzco è considerata a ragione la capitale archeologica del Sudamerica anche per due siti spettacolari: Ollantaytambo, città-fortezza inca dove si svolse una delle battaglie tra i conquistadores di Pizarro e i guerrieri di Manco Inca nel 1536 (si raggiunge in autobus dal centro di Cuzco), e il Machu Picchu (Montagna Vecchia in quechua) a oltre 2400 m. di altitudine.
Quest'ultima è una delle meraviglie del mondo inca; scoperta dall'archeologo americano Hiram Bingham nel 1911, è oggi una delle mete turistiche più visitate del Perù (il periodo ideale è tra giugno e settembre). A una settantina di chilometri da Cuzco, si raggiunge con un treno che ferma a Aguas Calientes, da qui un autobus trasferisce all'ingresso del sito archeologico.
Altro modo di raggiungere Machu Picchu è a piedi, attraverso El Camino Inca, un percorso spettacolare tra valli e i rilievi andini innevati, creato dagli stessi Incas. Si impiegano tre giorni e ci si deve attrezzare con scarpe da trekking, una tenda e sacco a pelo per dormire, acqua e provviste.
Cartelli raccomandano di non lasciare rifiuti lungo la strada, anche perché l'elevato numero di turisti rischia di compromettere il delicato equilibrio dell'Area protetta della Valle dell'Urubamba che comprende una fauna e una flora ricchissime, tra queste, 400 varietà di uccelli e 200 specie di orchidee.
La cittadella di Machu Picchu, costruita lungo i 4 assi cardinali, è in ottimo stato di conservazione. Si possono riconoscere le case, i templi, le piazze, i terrazzamenti agricoli; quella che non è ancora stata decifrata del tutto è la sua destinazione: secondo alcuni era una fortezza, secondo altri un centro di formazione di sacerdotesse o una stazione di osservazione degli astri; tra le rovine è stata rinvenuta la intihuatana, colonna di pietra che serviva per registrare le posizioni del sole nel corso dell'anno.
La notizia che i principali quotidiani peruviani, La Republica, El Comercio e Perù21, pubblicavano tra un pezzo sulle nazionalizzazioni nella vicina Bolivia e un altro dedicato al seno rifatto della top model Viviana Rivasplata, era che Cuzco stava per diventare sì capitale, oltretutto mondiale, ma del Libro. L'Unesco, che include un centinaio di siti peruviani nel World Heritage Fund, l'aveva infatti inclusa tra i possibili candidati all'ambito titolo per l'anno 2009.
Anche se la scelta definitiva non è ancora certa, nell'antica città imperiale inca già si festeggia, soprattutto perché il 2009 coincide con i 400 anni dei Comentarios Reales di Garcilaso de la Vega. Lo scrittore, nato a Cuzco nel 1539, chiamato El Inca perché mestizo, figlio cioè di un capitano dei conquistadores di Pizarro e di una nobile discendente dalla Stirpe del Sole, viene considerato uno dei simboli della storia peruviana, nata anch'essa dell'incontro tra l'antica cultura andina e quella spagnola.
I Comentarios Reales del 1609 e la Conquista del Perù del 1613, che Garcilaso scrisse "per far conoscere al mondo la nostra patria, la nostra gente e la nazione", furono considerati pericolosi dal regime coloniale (e stampati solo all'estero fino al 1821, anno dell'indipendeza del Paese liberato dal generale argentino José de San Martin) perché raccontavano le contraddizioni del colonialismo spagnolo e la grandezza della civiltà inca, definita "un'altra Roma".
Una civiltà considerata "barbara e brutale da quegli spagnoli che entrarono nel Perù settantuno anni fa", scrisse Garcilaso, una civiltà capace invece, sappiamo oggi, di edificare palazzi antisismici grazie alle pietre incastrate tra loro come in un puzzle; di tracciare migliaia di chilometri di strade attraverso tutte le province dell'impero; di costruire raffinati impianti di irrigazione che portavano l'acqua dalle Ande alle valli; di governare, anche senza scrittura, uno stato complesso ed efficiente che garantiva terra e lavoro a tutti.
Il Perù, unico Paese americano insieme al Messico con alle spalle grandiose civiltà precolombiane, sta attraversando oggi, come il resto del Sudamerica, una stagione di grande rinnovamento culturale e politico; da Cuzco e dagli Incas, però, si deve partire per comprenderne l'identità nazionale, non perché il loro impero, chiamato Tahuantinsuyo (i quattro angoli) ebbe vita lunghissima - il massimo splendore va dal 1420 al 1532 - ma perché gli Incas furono la prima cultura unificante del Paese; dopo di loro iniziò la storia del Perù coloniale, troppo simile a quella degli altri Paesi latinoamericani.
Prima di loro fiorirono una serie di grandi civiltà, spesso misteriose, come quella wari, quella tiwanaku, quella nazca, quella moche, quella ica-cincha, quella chachapoya.
Queste antichissime civiltà, alcune delle quali nacquero 2500 anni prima di Cristo, regalano ogni anno straordinarie scoperte archeologiche, come se volessero prendersi una rivincita sul tempo e sui coloni spagnoli che avevano l'abitudine di edificare le loro pur belle architetture barocche sopra le costruzioni precolombiane.
I 91 idiomi parlati in Perù sono tutti di derivazione inca: si dice che la maggioranza dei peruviani parli spagnolo ma, in realtà, pensi in quechua, l'antica lingua dei discendenti del Sole.
Discendenti che si incontrano tra i palazzoni scrostati di Lima, sotto i portici della Plaza de Armas di Cuzco: gli uomini con i berretti con i paraorecchie e i pantaloni al ginocchio, le donne con le gonne ampie sovrapposte una all'altra e i coloratissimi poncho di lana di alpaca, spesso a piedi nudi, quasi sempre con un bambino sulla schiena.
Se è vero che il paesaggio influenza i sentimenti, i figli degli Incas, molti dei quali credono che un giorno o l'altro ritornino i loro dèi, si portano dietro con la loro malinconia il peso di questo Paese magico e antico dove la terra e il cielo si incontrano.
"Il soroche", scrisse Manuel Scorza nel suo romanzo Rulli di tamburo per Rancas, "colpisce chi arriva dalla costa": è il mal d'aria, il leggero mal di testa che si fa sentire appena si scende dall'areo che arriva a Cuzco da Lima.
Volare è d'altronde il modo più veloce per spostarsi in un Paese dove sono ancora poche le strade comode e veloci. La vecchia capitale inca fu costruita a 3300 metri sul livello del mare e, per curare il disagio causato dall'altitudine, tutti gli alberghi offrono agli ospiti il mate de coca, un infuso di foglie di coca.
Considerata la capitale archeologica del Sudamerica, Cuzco è una delle città più belle del continente, sia per l'architettura coloniale che per i resti inca, spesso usati dai conquistadores come base per i loro edifici. Fu l'antica e potente capitale dei figli del Sole che la concepirono urbanisticamente come un puma, animale sacro al culto dell'Apu Kuntur, insieme al serpente e al condor.
Secondo la leggenda fu fondata nel XII secolo da Manco Capac, figlio del Sole e primo inca, che segnò con il suo bastone d'oro un punto sulla terra chiamato qosqo in quechua (ombelico del mondo). Molte leggende come questa sono raccontate nei Comentarios Reales da Garcilaso de la Vega, che nacque e visse a Cuzco fino all'età di 21 anni.
Garcilaso parla anche dei maestosi edifici inca e delle mura i cui resti sono visibili ancora, tra questi i resti del Palazzo Colcampata e la Fortezza di Sacsayaman a nord della città; le rovine del tempio Coricancha (del Sole) che formano la base della chiesa di Santo Domingo costruita dagli spagnoli nel '600, non lontano dalla centralissima Avenida Sol; l'Inca Roca, un palazzo di cui rimane visibile dall'esterno il massiccio muro su Calle Hatunrumiyoc su cui fu costruito dagli spagnoli un edificio dove vissero le autorità religiose e politiche della città, oggi è sede del Museo de Arte Religoso (antico Palazzo Arcivescovile, tra Calle Hatunrumiyoq e Calle Herrajes).
La pietra più singolare delle mura inca è la "pietra dei 12 angoli" che crea incastri perfetti con le altre intorno. Da visitare è anche il Museo de Historia Regional, ospitato in quella che fu la casa di Garcilaso de la Vega, sepolto nella Cattedrale: nella collezione, oggetti delle culture chavin, chimu, mochica, mummie nazca, oggetti d'oro inca.
Molti degli edifici coloniali della città sono stati ricostruiti dopo il terribile terremoto del marzo 1650 che lasciò intatti i manufatti inca mentre fece crollare numerosi palazzi barocchi. La cittadinanza si riunì nella cattedrale per chiedere al Cristo la grazia di interrompere le scosse che si susseguivano senza sosta.
Il miracolo avvenne e, da allora, ogni lunedì di Pasqua una processione porta in giro per le vie di Cuzco quel Cristo nero, El señor de los Temlores, in memoria del milagro. Cuzco è considerata a ragione la capitale archeologica del Sudamerica anche per due siti spettacolari: Ollantaytambo, città-fortezza inca dove si svolse una delle battaglie tra i conquistadores di Pizarro e i guerrieri di Manco Inca nel 1536 (si raggiunge in autobus dal centro di Cuzco), e il Machu Picchu (Montagna Vecchia in quechua) a oltre 2400 m. di altitudine.
Quest'ultima è una delle meraviglie del mondo inca; scoperta dall'archeologo americano Hiram Bingham nel 1911, è oggi una delle mete turistiche più visitate del Perù (il periodo ideale è tra giugno e settembre). A una settantina di chilometri da Cuzco, si raggiunge con un treno che ferma a Aguas Calientes, da qui un autobus trasferisce all'ingresso del sito archeologico.
Altro modo di raggiungere Machu Picchu è a piedi, attraverso El Camino Inca, un percorso spettacolare tra valli e i rilievi andini innevati, creato dagli stessi Incas. Si impiegano tre giorni e ci si deve attrezzare con scarpe da trekking, una tenda e sacco a pelo per dormire, acqua e provviste.
Cartelli raccomandano di non lasciare rifiuti lungo la strada, anche perché l'elevato numero di turisti rischia di compromettere il delicato equilibrio dell'Area protetta della Valle dell'Urubamba che comprende una fauna e una flora ricchissime, tra queste, 400 varietà di uccelli e 200 specie di orchidee.
La cittadella di Machu Picchu, costruita lungo i 4 assi cardinali, è in ottimo stato di conservazione. Si possono riconoscere le case, i templi, le piazze, i terrazzamenti agricoli; quella che non è ancora stata decifrata del tutto è la sua destinazione: secondo alcuni era una fortezza, secondo altri un centro di formazione di sacerdotesse o una stazione di osservazione degli astri; tra le rovine è stata rinvenuta la intihuatana, colonna di pietra che serviva per registrare le posizioni del sole nel corso dell'anno.