Voci e suoni della valle
Rory CappelliIsolata, povera e ricca allo stesso tempo, fiera e individualista, questa parte di Piemonte è diventata negli ultimi anni il luogo dove passare una vacanza alla scoperta della cultura occitana, dei sentieri e delle montagne. Ma anche dell'ottima cucina
Aveva 15 anni e si chiamava ancora Giacomo quel ragazzino magro, con gli occhi grandi e le mani forti, quando decise di scappare in montagna. Si chiamava ancora Giacomo ma da quel giorno di settembre del 1943 sarebbe diventato Jack.
Jack ancora Giacomo forzò la porta del collegio con altri due amici e scappò via dalla sua solitudine di orfano, dalla vita monotona e dura fatta del nulla di quelle quattro mura grigie. A Dronero regnava il caos, c'erano bombardamenti continui, un'armata italiana era sbandata proprio lì, i fascisti scappavano, i militi scappavano, i tedeschi giravano con le loro camionette seminando terrore e morte.
Giacomo non ancora Jack salì su in montagna con i due amici. Arrivati a Castignano i tre ragazzi si separarono. Giacomo andò verso Celle. Arrivato sulla colla allungò la baionetta sul fucile da carabiniere che aveva trovato a valle, ci mise sopra la maglietta bianca e si incamminò verso i partigiani.
"…
Jack ancora Giacomo forzò la porta del collegio con altri due amici e scappò via dalla sua solitudine di orfano, dalla vita monotona e dura fatta del nulla di quelle quattro mura grigie. A Dronero regnava il caos, c'erano bombardamenti continui, un'armata italiana era sbandata proprio lì, i fascisti scappavano, i militi scappavano, i tedeschi giravano con le loro camionette seminando terrore e morte.
Giacomo non ancora Jack salì su in montagna con i due amici. Arrivati a Castignano i tre ragazzi si separarono. Giacomo andò verso Celle. Arrivato sulla colla allungò la baionetta sul fucile da carabiniere che aveva trovato a valle, ci mise sopra la maglietta bianca e si incamminò verso i partigiani.
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Aveva 15 anni e si chiamava ancora Giacomo quel ragazzino magro, con gli occhi grandi e le mani forti, quando decise di scappare in montagna. Si chiamava ancora Giacomo ma da quel giorno di settembre del 1943 sarebbe diventato Jack.
Jack ancora Giacomo forzò la porta del collegio con altri due amici e scappò via dalla sua solitudine di orfano, dalla vita monotona e dura fatta del nulla di quelle quattro mura grigie. A Dronero regnava il caos, c'erano bombardamenti continui, un'armata italiana era sbandata proprio lì, i fascisti scappavano, i militi scappavano, i tedeschi giravano con le loro camionette seminando terrore e morte.
Giacomo non ancora Jack salì su in montagna con i due amici. Arrivati a Castignano i tre ragazzi si separarono. Giacomo andò verso Celle. Arrivato sulla colla allungò la baionetta sul fucile da carabiniere che aveva trovato a valle, ci mise sopra la maglietta bianca e si incamminò verso i partigiani.
"E così entrai in banda" racconta ora, la voce rotta dall'emozione, indicando la collina da cui era sceso, la barma (una roccia che faceva da capanna) dove i partigiani mettevano le armi e i mortai, la fontana dietro cui si era nascosto per mitragliare una Cicogna - uno di quei piccoli micidiali aerei tedeschi - il forno dentro cui dormiva per scaldare le notti fredde di montagna, il Castello dove i partigiani nascondevano il cibo.
Jack rimase lassù fino al 1945. Alla fine della guerra trovò lavoro come calzolaio, poi andò a Torino ed entrò alla Fiat. E così Jack tornò Giacomo e da montanaro divenne cittadino. Ma non scordò mai la valle dove tornava ogni fine settimana per mettere a posto la casa di Macra.
Ora Giacomo vive lì, proprio a Macra, ed è tornato Jack perché qui per tutti sarà sempre questo, Jack il partigiano, quello che sparava alle Cicogne. Cammina ancora su per quei monti che lo nascosero e gli regalarono una vita: una passione che ha trasmesso alla figlia Bruna, nata e cresciuta a Torino "frutto dell'emigrazione", come dice lei stessa, tornata però a vivere "in valle".
Dove ha scelto di diventare assessore alla Comunità Montana Valle Maira, con deleghe alla cultura, al patrimonio linguistico, alle pari opportunità. "Sono anche presidente dell'associazione Valmaira In Rosa della quale sono socio fondatore con Fulvia Ceaglio e Nino Perino, una storica guida alpina. Abbiamo creato una rete tra un gruppo di donne della Valle Maira, che si occupano di accoglienza turistica, di produzioni lattiero casearie, di coltivazioni. Ci crediamo. Perché la vita quassù è magica. Ha una qualità diversa".
Eccola la parola. Magica. Sembra un posto come un altro. Sembra. Ma poi arrivi in cima a una montagna: improvvisamente un raggio di luce e capisci il senso della vita.
"È successo a me" racconta Chiara Benfatti che insieme al marito Flavio Bianco gestisce La Maison a San Damiamo Macra.
"Questo è un posto che ha tutto e non ha niente. Non a caso questa località si chiama Macra che in piemontese vuol dire magra: ma come tutte le cose apparentemente povere nasconde tesori, grandezze, altezze insospettabili. Sette mesi fa ero sulla cresta di una montagna, proprio qua sopra. Mi sono fermata a guardare le pietre e ho visto il profilo di una persona. Sembrava un graffito ma forse era solo un gioco di linee. Il cielo era nuvoloso, tutto scuro, nero: d'improvviso un raggio di sole come una freccia di meraviglia ha illuminato quella pietra e nient'altro che quella. Un volto bagnato di luce, come un segno mistico: ecco cosa ho visto. È in momenti come questi che capisco perché sono venuta fin quaggiù, io che sono di Cremona".
"È vero che la Valle Maira è stata povera, isolata, tortuosa" spiega Alberto Bersani, presidente della Proloco di Celle.
"Ed è isolata perché tortuosa, di difficile accesso. Piena di singolarità: geologiche (qui sono stati trovati fossili marini), ma anche di civiltà, storiche: durante i quattro secoli del Marchesato di Saluzzo, la Valle Maira aveva comunque una sua autonomia, riconosciuta negli Statuti della Valle Maira che io, persino, studiai nel corso di Storia del Diritto Italiano. Forse per questo il valmairese ha un forte senso dell'autonomia, dell'individualità, è pronto a fare blocco a chi viene dall'esterno, salvo avere poi una forte conflittualità interna. Il valmairese è orgoglioso, autonomo, indipendente. E poi questa è zona occitana" continua Bersani. "E dove ci sono due occitani ci sono tre idee, come recita un adagio di queste parti".
Già. Gli occitani. Questo mistero, questa entità non entità, questa scoperta degli anni Sessanta (vedi riquadro pagina 25). Che è stata forte, importante. Oggi sono in tanti a dirsi occitani, a difendere le tradizioni, anche se, come dice Sergio Berardo - musicista leader del gruppo Lu Dolfin, insegnante di tutti gli strumenti musicali occitani, tra cui "questa specie di nave pirata con la polena che ti porta via", la ghironda - "una tradizione è veramente morta quando la si difende invece di inventarla. Noi la tradizione ce la inventiamo giorno per giorno e vogliamo essere tutto tranne che folcloristici. E sai come facciamo? Uniamo agli strumenti della tradizione, alla ghironda per esempio o alla cornamusa, il basso, la chitarra elettrica, la batteria: e la musica che viene fuori è viva. Affonda le sue radici nella crociata contro gli albigesi e sventola i suoi verdi rami nei ritmi punk rock dei centri sociali".
Un mondo sospeso tra modernità e tradizione, dove quest'ultima si reiventa continuamente, dunque. Persino con le capre da queste parti è successo così. "Sì. È vero. Quando siamo arrivati qui, mio marito Giorgio ed io" racconta Marta Cannuto "ero il medico condotto della Valle. Dopo quattro figli, che oggi sono diventati cinque, mi trovai costretta a lasciare quel lavoro. E insieme a Giorgio, che aveva il mito del pastore filosofo, decisi di allevare capre. All'inizio ne avevamo 12. Le tenevamo in una stalla vecchia, buia, umida dove d'inverno, all'alba, gelando, andavamo a mungere. Ma era troppo difficile, troppo faticoso. Così decidemmo di usare le nuove tecnologie: siamo sempre pastori filosofi ma abbiamo le macchine per mungere e i bidoni per aspirare il latte. Perché amo questo posto?" continua Marta spalancando ancora di più i suoi occhi azzurri e il bellissimo sorriso. "Perché per me è una lieve carezza della terra, è una Valle ancora incontaminata, che vorrei rimanesse così. Ogni percorso che prendi quando esci dalla statale, ogni viuzza, ogni sentiero, è una sorpresa. Anche per me che abito qui da tanti anni. E in più è piena di storie. Di voci". Le voci e i suoni della Valle.
Jack ancora Giacomo forzò la porta del collegio con altri due amici e scappò via dalla sua solitudine di orfano, dalla vita monotona e dura fatta del nulla di quelle quattro mura grigie. A Dronero regnava il caos, c'erano bombardamenti continui, un'armata italiana era sbandata proprio lì, i fascisti scappavano, i militi scappavano, i tedeschi giravano con le loro camionette seminando terrore e morte.
Giacomo non ancora Jack salì su in montagna con i due amici. Arrivati a Castignano i tre ragazzi si separarono. Giacomo andò verso Celle. Arrivato sulla colla allungò la baionetta sul fucile da carabiniere che aveva trovato a valle, ci mise sopra la maglietta bianca e si incamminò verso i partigiani.
"E così entrai in banda" racconta ora, la voce rotta dall'emozione, indicando la collina da cui era sceso, la barma (una roccia che faceva da capanna) dove i partigiani mettevano le armi e i mortai, la fontana dietro cui si era nascosto per mitragliare una Cicogna - uno di quei piccoli micidiali aerei tedeschi - il forno dentro cui dormiva per scaldare le notti fredde di montagna, il Castello dove i partigiani nascondevano il cibo.
Jack rimase lassù fino al 1945. Alla fine della guerra trovò lavoro come calzolaio, poi andò a Torino ed entrò alla Fiat. E così Jack tornò Giacomo e da montanaro divenne cittadino. Ma non scordò mai la valle dove tornava ogni fine settimana per mettere a posto la casa di Macra.
Ora Giacomo vive lì, proprio a Macra, ed è tornato Jack perché qui per tutti sarà sempre questo, Jack il partigiano, quello che sparava alle Cicogne. Cammina ancora su per quei monti che lo nascosero e gli regalarono una vita: una passione che ha trasmesso alla figlia Bruna, nata e cresciuta a Torino "frutto dell'emigrazione", come dice lei stessa, tornata però a vivere "in valle".
Dove ha scelto di diventare assessore alla Comunità Montana Valle Maira, con deleghe alla cultura, al patrimonio linguistico, alle pari opportunità. "Sono anche presidente dell'associazione Valmaira In Rosa della quale sono socio fondatore con Fulvia Ceaglio e Nino Perino, una storica guida alpina. Abbiamo creato una rete tra un gruppo di donne della Valle Maira, che si occupano di accoglienza turistica, di produzioni lattiero casearie, di coltivazioni. Ci crediamo. Perché la vita quassù è magica. Ha una qualità diversa".
Eccola la parola. Magica. Sembra un posto come un altro. Sembra. Ma poi arrivi in cima a una montagna: improvvisamente un raggio di luce e capisci il senso della vita.
"È successo a me" racconta Chiara Benfatti che insieme al marito Flavio Bianco gestisce La Maison a San Damiamo Macra.
"Questo è un posto che ha tutto e non ha niente. Non a caso questa località si chiama Macra che in piemontese vuol dire magra: ma come tutte le cose apparentemente povere nasconde tesori, grandezze, altezze insospettabili. Sette mesi fa ero sulla cresta di una montagna, proprio qua sopra. Mi sono fermata a guardare le pietre e ho visto il profilo di una persona. Sembrava un graffito ma forse era solo un gioco di linee. Il cielo era nuvoloso, tutto scuro, nero: d'improvviso un raggio di sole come una freccia di meraviglia ha illuminato quella pietra e nient'altro che quella. Un volto bagnato di luce, come un segno mistico: ecco cosa ho visto. È in momenti come questi che capisco perché sono venuta fin quaggiù, io che sono di Cremona".
"È vero che la Valle Maira è stata povera, isolata, tortuosa" spiega Alberto Bersani, presidente della Proloco di Celle.
"Ed è isolata perché tortuosa, di difficile accesso. Piena di singolarità: geologiche (qui sono stati trovati fossili marini), ma anche di civiltà, storiche: durante i quattro secoli del Marchesato di Saluzzo, la Valle Maira aveva comunque una sua autonomia, riconosciuta negli Statuti della Valle Maira che io, persino, studiai nel corso di Storia del Diritto Italiano. Forse per questo il valmairese ha un forte senso dell'autonomia, dell'individualità, è pronto a fare blocco a chi viene dall'esterno, salvo avere poi una forte conflittualità interna. Il valmairese è orgoglioso, autonomo, indipendente. E poi questa è zona occitana" continua Bersani. "E dove ci sono due occitani ci sono tre idee, come recita un adagio di queste parti".
Già. Gli occitani. Questo mistero, questa entità non entità, questa scoperta degli anni Sessanta (vedi riquadro pagina 25). Che è stata forte, importante. Oggi sono in tanti a dirsi occitani, a difendere le tradizioni, anche se, come dice Sergio Berardo - musicista leader del gruppo Lu Dolfin, insegnante di tutti gli strumenti musicali occitani, tra cui "questa specie di nave pirata con la polena che ti porta via", la ghironda - "una tradizione è veramente morta quando la si difende invece di inventarla. Noi la tradizione ce la inventiamo giorno per giorno e vogliamo essere tutto tranne che folcloristici. E sai come facciamo? Uniamo agli strumenti della tradizione, alla ghironda per esempio o alla cornamusa, il basso, la chitarra elettrica, la batteria: e la musica che viene fuori è viva. Affonda le sue radici nella crociata contro gli albigesi e sventola i suoi verdi rami nei ritmi punk rock dei centri sociali".
Un mondo sospeso tra modernità e tradizione, dove quest'ultima si reiventa continuamente, dunque. Persino con le capre da queste parti è successo così. "Sì. È vero. Quando siamo arrivati qui, mio marito Giorgio ed io" racconta Marta Cannuto "ero il medico condotto della Valle. Dopo quattro figli, che oggi sono diventati cinque, mi trovai costretta a lasciare quel lavoro. E insieme a Giorgio, che aveva il mito del pastore filosofo, decisi di allevare capre. All'inizio ne avevamo 12. Le tenevamo in una stalla vecchia, buia, umida dove d'inverno, all'alba, gelando, andavamo a mungere. Ma era troppo difficile, troppo faticoso. Così decidemmo di usare le nuove tecnologie: siamo sempre pastori filosofi ma abbiamo le macchine per mungere e i bidoni per aspirare il latte. Perché amo questo posto?" continua Marta spalancando ancora di più i suoi occhi azzurri e il bellissimo sorriso. "Perché per me è una lieve carezza della terra, è una Valle ancora incontaminata, che vorrei rimanesse così. Ogni percorso che prendi quando esci dalla statale, ogni viuzza, ogni sentiero, è una sorpresa. Anche per me che abito qui da tanti anni. E in più è piena di storie. Di voci". Le voci e i suoni della Valle.