Milos guida veloce. Tiene il volante con una mano, cerca un cd, alza il volume compone un numero sul cellulare. Canta, supera un camion, viene a sua volta superato da una Bmw grigia scassata.
Balenio di denti e capelli imbrillantinati, la Bmw si infila veloce tra l'Audi e un'ape, mentre Milos fa uno scarto per non finire contro la roulotte che arriva dall'altra parte. Se non sei di qui rischi un infarto ogni cinque minuti sulla strada che da Belgrado porta a Uzice, Zlatibor, Mokra Gora e poi Drven Grad.
E più oltre ancora a Dubrovnik. Ma se riesci ad arrivare vivo a Mokra Gora, angolo sperduto dei Balcani, sei pronto a dimenticare tutto. In un attimo. Mokra Gora è alla frontiera della Repubblica serba, quasi in Bosnia. Isolata dal resto del mondo dal valico di Shargan, entrò nella storia nel 1925 quando fu ultimata la linea ferroviaria che l'avrebbe collegata a Belgrado da una parte e Sarajevo e Dubrovnik dall'altra.
Una linea ferroviaria che smise di funzionare nel 1974 e che oggi è tornata a vivere come attrazione turistica, proprio nel tratto del valico di Shargan dove attraversa dieci ponti e 22 gallerie. Boschi, nebbia, prugneti, un'aria frizzante che mette voglia di cantare insieme a Milos, e poi, più su ancora, oltre Mokra Gora e la sua ferrovia, Drven Grad, un villaggio che è il sogno diventato realtà di un personaggio eccentrico e geniale, Emir Kusturica, che nei dintorni sta girando un film.
La scoprì qualche anno fa cercando la location per La vita è un miracolo. Girò tra Mokra Gora e Visegrad, là dove Ivo Andric ambientò Il Ponte sulla Drina, già Bosnia, e proprio qui, sul monte Mecavnik, decise di venire a vivere.
È proprio un villaggio Drven Grad, non gli manca niente. Solo che per entrare devi pagare un biglietto, superare l'esame delle guardie e di lui, Kusturica, che la sera, seduto al bar che serve esclusivamente bevande preparate con le ciliegie, i lamponi, i limoni, le prugne coltivati quassù, può decidere se hai la possibilità di rimanere oppure te ne devi andare.
Perché, dice, " questo è il mio paese, la città di cui mi sono autoproclamato sindaco, il solo luogo al mondo in cui il sindaco sceglie i cittadini. Non sono loro a votare il primo cittadino: è l'esatto contrario. Se qualcuno non mi piace, allora non ha il permesso di stare qui. Sì, lo so" continua sorridendo sornione "è assolutamente l'opposto delle regole della democrazia. Ma è così che è governato questo mondo. Che è ormai il mio. Anche perché non riconosco più Sarajevo. È stata cancellata".
Cancellata dalla storia, una storia dura, cruda, infuocata, che l'ha resa irriconoscibile, ecco dunque Drven Grad nata dal nulla. Un ristorante che serve cucina tradizionale, un bar, uno spazio espositivo che organizza mostre di artisti serbi, un negozietto che vende prodotti artigianali, una chiesa ortodossa intitolata a San Sava, il primo arcivescovo del paese, con tanto di icone, tutta in legno e pietra, proprio come le case, una ventina di abitazioni tradizionali acquistate dai Vlasio, i montanari di Tara e Zlatibor, portate quassù dove sono state ristrutturate e restituite alla vita.
Emir Kusturica lo scorso anno ha anche inaugurato la scuola di cinema cui ha dato un nome programmatico: Transition. E ha fatto costruire una sala cinematografica ultramoderna che si trova nei sotterranei della sua abitazione. Si chiama, non a caso, Underground, omaggio a sé stessa e a una delle più fortunate pellicole del regista.
Ogni giorno presenta proiezioni di film di Kusturica che vi tiene anche le lezioni di Transition. Fuori di qui, oltre l'incanto del sole che sparisce in mezzo ai rami, oltre monti, colline e strade tortuose, oltre le pietre della campagna, una campagna dura, arida, oltre la gente che cammina sul ciglio della strada, oltre le biciclette senza luci che di notte improvvisamente appaiono di fronte ai fari della macchina, laggiù, come un miraggio brulicante di uomini, donne e animali, il set del film.
Ci sono le facce tipiche dei film di Kusturica, un po' zingare e tanto slave, i vestiti composti con una fantasia da negozietto dell'usato. C'è il nonno, una specie di Padrino con la vestaglia di seta verde e il pistolone in mano. E ci sono le mucche, le galline, i galli e delle oche che oggi fanno le attrici insieme a un bambino in una piscinetta di plastica.
Come lui tremano di freddo: la truccatrice cerca di asciugarle con il phon, mentre il vecchio con il pistolone e gli occhiali neri si fuma una sigaretta. Tutt'intorno la troupe con le luci, i cavi, i binari, le macchine che riprendono la scena da diverse angolazioni. Un insieme po' surreale e pieno di poesia.
Come i film di Kusturica. "Protagonista è un ragazzo di un villaggio della Serbia occidentale" racconta il regista tra un ciak e un altro, "dove è ormai l'ultimo alunno della scuola. Viene mandato dal nonno a vendere una mucca, comprare un'icona e prendere moglie.
È un film che racconta di come un ragazzo puro, con ingenuità e candore, incontra la città e vive esperienze decisamente paradossali, come d'altronde è paradossale la vita nelle metropoli". Il ragazzo puro e ingenuo è lì, seduto su una sedia di plastica a righe, con un cappellino di paglia in testa e la faccia truccata. Si chiama Uros Milovanovic, ha undici anni, è biondo e non sorride mai, come d'altronde nessuno da queste parti, anche se sono tutti gentilissimi e disponibili.
Ha lasciato la scuola e si è trasferito a Drven Grad per girare il film. Non vede l'ora di andare a Cannes. A guardare con i suoi occhi che ricordano le nocciole e che tanto somigliano ai boschi del monte Mecavnik la colorata e paradossale magnificenza di Cannes.
Balenio di denti e capelli imbrillantinati, la Bmw si infila veloce tra l'Audi e un'ape, mentre Milos fa uno scarto per non finire contro la roulotte che arriva dall'altra parte. Se non sei di qui rischi un infarto ogni cinque minuti sulla strada che da Belgrado porta a Uzice, Zlatibor, Mokra Gora e poi Drven Grad.
E più oltre ancora a Dubrovnik. Ma se riesci ad arrivare vivo a Mokra Gora, angolo sperduto dei Balcani, sei pronto a dimenticare tutto. In un attimo. Mokra Gora è alla frontiera della Repubblica serba, quasi in Bosnia. Isolata dal resto del mondo dal valico di Shargan, entrò nella storia nel 1925 quando fu ultimata la linea ferroviaria che l'avrebbe collegata a Belgrado da una parte e Sarajevo e Dubrovnik dall'altra.
Una linea ferroviaria che smise di funzionare nel 1974 e che oggi è tornata a vivere come attrazione turistica, proprio nel tratto del valico di Shargan dove attraversa dieci ponti e 22 gallerie. Boschi, nebbia, prugneti, un'aria frizzante che mette voglia di cantare insieme a Milos, e poi, più su ancora, oltre Mokra Gora e la sua ferrovia, Drven Grad, un villaggio che è il sogno diventato realtà di un personaggio eccentrico e geniale, Emir Kusturica, che nei dintorni sta girando un film.
La scoprì qualche anno fa cercando la location per La vita è un miracolo. Girò tra Mokra Gora e Visegrad, là dove Ivo Andric ambientò Il Ponte sulla Drina, già Bosnia, e proprio qui, sul monte Mecavnik, decise di venire a vivere.
È proprio un villaggio Drven Grad, non gli manca niente. Solo che per entrare devi pagare un biglietto, superare l'esame delle guardie e di lui, Kusturica, che la sera, seduto al bar che serve esclusivamente bevande preparate con le ciliegie, i lamponi, i limoni, le prugne coltivati quassù, può decidere se hai la possibilità di rimanere oppure te ne devi andare.
Perché, dice, " questo è il mio paese, la città di cui mi sono autoproclamato sindaco, il solo luogo al mondo in cui il sindaco sceglie i cittadini. Non sono loro a votare il primo cittadino: è l'esatto contrario. Se qualcuno non mi piace, allora non ha il permesso di stare qui. Sì, lo so" continua sorridendo sornione "è assolutamente l'opposto delle regole della democrazia. Ma è così che è governato questo mondo. Che è ormai il mio. Anche perché non riconosco più Sarajevo. È stata cancellata".
Cancellata dalla storia, una storia dura, cruda, infuocata, che l'ha resa irriconoscibile, ecco dunque Drven Grad nata dal nulla. Un ristorante che serve cucina tradizionale, un bar, uno spazio espositivo che organizza mostre di artisti serbi, un negozietto che vende prodotti artigianali, una chiesa ortodossa intitolata a San Sava, il primo arcivescovo del paese, con tanto di icone, tutta in legno e pietra, proprio come le case, una ventina di abitazioni tradizionali acquistate dai Vlasio, i montanari di Tara e Zlatibor, portate quassù dove sono state ristrutturate e restituite alla vita.
Emir Kusturica lo scorso anno ha anche inaugurato la scuola di cinema cui ha dato un nome programmatico: Transition. E ha fatto costruire una sala cinematografica ultramoderna che si trova nei sotterranei della sua abitazione. Si chiama, non a caso, Underground, omaggio a sé stessa e a una delle più fortunate pellicole del regista.
Ogni giorno presenta proiezioni di film di Kusturica che vi tiene anche le lezioni di Transition. Fuori di qui, oltre l'incanto del sole che sparisce in mezzo ai rami, oltre monti, colline e strade tortuose, oltre le pietre della campagna, una campagna dura, arida, oltre la gente che cammina sul ciglio della strada, oltre le biciclette senza luci che di notte improvvisamente appaiono di fronte ai fari della macchina, laggiù, come un miraggio brulicante di uomini, donne e animali, il set del film.
Ci sono le facce tipiche dei film di Kusturica, un po' zingare e tanto slave, i vestiti composti con una fantasia da negozietto dell'usato. C'è il nonno, una specie di Padrino con la vestaglia di seta verde e il pistolone in mano. E ci sono le mucche, le galline, i galli e delle oche che oggi fanno le attrici insieme a un bambino in una piscinetta di plastica.
Come lui tremano di freddo: la truccatrice cerca di asciugarle con il phon, mentre il vecchio con il pistolone e gli occhiali neri si fuma una sigaretta. Tutt'intorno la troupe con le luci, i cavi, i binari, le macchine che riprendono la scena da diverse angolazioni. Un insieme po' surreale e pieno di poesia.
Come i film di Kusturica. "Protagonista è un ragazzo di un villaggio della Serbia occidentale" racconta il regista tra un ciak e un altro, "dove è ormai l'ultimo alunno della scuola. Viene mandato dal nonno a vendere una mucca, comprare un'icona e prendere moglie.
È un film che racconta di come un ragazzo puro, con ingenuità e candore, incontra la città e vive esperienze decisamente paradossali, come d'altronde è paradossale la vita nelle metropoli". Il ragazzo puro e ingenuo è lì, seduto su una sedia di plastica a righe, con un cappellino di paglia in testa e la faccia truccata. Si chiama Uros Milovanovic, ha undici anni, è biondo e non sorride mai, come d'altronde nessuno da queste parti, anche se sono tutti gentilissimi e disponibili.
Ha lasciato la scuola e si è trasferito a Drven Grad per girare il film. Non vede l'ora di andare a Cannes. A guardare con i suoi occhi che ricordano le nocciole e che tanto somigliano ai boschi del monte Mecavnik la colorata e paradossale magnificenza di Cannes.