Viaggi

Val Nerina (Umbria)

Piccole grandi acque

Il Parco del fiume Nera, che arriva fino alla spettacolare Cascata delle Marmore, comprende un territorio ricco di testimonianze culturali e minuscoli angoli sconosciuti. È anche terra di uliveti, vigneti e tartufi

4 minuti di lettura
Il fiume Nera rimbomba tra rocce e scivoli, s'infrange tra canyon e gole di cui non si vede il fondo; le rapide spumeggianti avvolgono i corpi che diventano più leggeri, l'acqua gelata sferza il viso, il cuore batte forte.

Ogni goccia d'acqua, cadendo, eleva infiniti echi di mistero. Intorno gli odori, intensi, lontani da qualsiasi altro tipo di flora che esiste sulla terra. Si è "dentro l'acqua" e si avverte una sensazione d'infinito. La Valnerina, una delle più selvagge valli appenniniche, modellata dal corso del fiume Nera e dai suoi affluenti, è una meta imperdibile per chi è a caccia di emozioni: percorrere la montagna - il "canyoning" o l'equivalente ma meno esotico "torrentismo" - o fare rafting (la discesa delle rapide in gommone) da brivido estremo.

E rappresenta quasi l'emblema dell'Umbria fluviale, un vero e proprio acquafan naturale da scegliere come alleato per le proprie performance sportive (è stata definita "valle estrema"), ma anche per semplici passeggiate o escursioni. Seguendo le tendenze per l'estate: la vacanza sui fiumi, a contatto con ambienti naturali incontaminati. "...Mi si aprì il cuore quando alcune miglia prima di Terni, mi si aprì la Valle del Nera, e di nuovo mi si spalancò davanti agli occhi il Paradiso...". Così il tedesco Johann Gottfried Seume, uno dei Viaggiatori del Grand Tour, descrive, ai primi dell'800, questo spettacolo naturale.

Da Hans Christian Andersen a Wilhelm Heinse, da De Sade a Goethe, tutti gli scrittori che visitarono la Valnerina ne rimasero affascinati. Oggi come all'epoca dei grandi viaggi di formazione attraverso l'Europa, il Parco fluviale del Nera, (definito "il Parco delle acque", comprende il fiume Nera nel tratto medio-inferiore del suo corso, dal confine con la Provincia di Terni alla confluenza con il Velino, alla Cascata delle Marmore), abbaglia come una visione.

L'incanto è totale poi quando ci si trova di fronte alle Cascate delle Marmore, una supefacente forza della natura "orribilmente bella" come disse Lord Byron (il belvedere Byron e quello di Penna Rossa offrono uno sguardo d'insieme insuperabile; Infopoint: 0744-62982) dove il torrente Velino precipita in tre acrobatici salti, sul fiume Nera che scorre 165 metri più in basso. La leggenda fa risalire l'origine alla ninfa Nera.

Si narra di un amore disperato del pastorello Velino, che rifiutato dalla Ninfa, si gettò dalla rupe pur di congiungersi alle sue acque. Il paesaggio (è la più alta cascata d'Italia) è così magico che quasi si potrebbe credere a questa storiella, in realtà nessun amore e nessun buon Dio ha contribuito alla sua realizzazione, ma solo l'opera dell'uomo. Fu, infatti, il console romano Manlio Curio Dentato che, nel 271 a.C., progettò e fece realizzare un canale in grado di consentire un più ampio deflusso delle acque con conseguente bonifica delle paludi.

Così le acque del Velino avrebbero potuto superare il costone della montagna e raggiungere il Nera anziché impaludarsi nel soprastante altipiano. Tuttavia il canale di Marmore non era sufficiente a contenere tutte le acque durante le piene e i reatini proposero di ampliarlo incontrando l'opposizione dei ternani che temevano inondazioni del loro territorio. Ciò diede luogo a lunghi contenziosi, tanto che quelli della vicina Rieti, in causa con quelli di Terni, si servirono di Cicerone come avvocato, allora considerato lo studio legale più caro di Roma.

Lasciato alle spalle il rumore assordante delle acque si riconquista il silenzio girovagando tra paesini e borghi medievali, arroccati sulle cime delle colline, simili a piccoli presepi. Come Arrone su un masso roccioso o Ferentillo con le sue case scolpite di pietra. Il fascino degli ambienti naturali è accresciuto da cortine murarie e torri medievali.

Si schiude come un'ostrica e domina la Valle del Nera, l'Abbazia benedettina di San Pietro in Valle (apertura 10-12 e 13.30 - 17.30, per prenotazioni gruppi: 0744/380018, dopo le 19), poco distante da Ferentillo, uno dei monumenti tra i più importanti - anche se poco conosciuto - dell'epoca medievale dell'Italia centrale, un angolo di storia sopravvissuto allo scorrere del tempo. Sorge su un luogo solitario, dove avevano vissuto gli eremiti Lazzaro e Giovanni e ci si arriva attraverso un lungo viale alberato di cipressi.

Dall'esterno la facciata rinascimentale, semplice e austera, non dà l'idea della ricchezza di quanto conserva. Una volta dentro è uno scrigno d'opere d'arte pregevoli: affreschi medievali e rinascimentali, cinque sarcofagi di epoca romana. Per conoscere ogni più piccolo dettaglio, più che a una guida cartacea, bisogna affidarsi alla signora Teresa, la custode del complesso da più di trent'anni (puro volontariato e prima di lei sua nonna e sua mamma).

"San Pietro - dice - apparve in sogno, nel secolo VII, al sesto Duca Longobardo di Spoleto, Faroaldo II, invitandolo ad edificare in suo onore un monastero, da qui la costruzione di questa chiesa. La nostra famiglia ha sentito qualcosa di profondo che ci ha spinto ad accudirla come se fosse una nostra creatura. Ogni giorno, con sole, pioggia o vento vengo qui a piedi, due chilometri da casa mia fino al piazzale, ma lo faccio tuttora con entusiasmo. Sono a stretto contatto con la cultura e con un ambiente che mi rilassa e mi aiuta a pensare".

San Pietro in Valle, infatti, non è un posto per la fretta e la furia delle ore. Intorno a sé l'immensità di boschi di querce e lecci, di alberi di Giuda dai fiori dalle tonalità lilla (pur non essendo essenza autoctona della Valnerina, ha trovato qui un habitat naturale), macchie di lentischi e qualche grappolo dorato dei fiori del Maggiociondolo. In questa vastità di verde fa capolino il pittoresco borgo di Umbriano, completamente abbandonato alle piante e ai rovi.

Mancano solo i cavalieri che vanno a caccia, i greggi di pecore no, quelli s'incontrano ancora, come pure i cavalli al pascolo. Impronta medievale anche per Narni che nasconde affascinanti percorsi sotterranei: sono acquedotti, cisterne, cunicoli, cripte, celle (info: Associazione Culturale Subterranea, 0744/722292; www.narnisotterranea.it). E continuano gli scavi, all'interno della chiesa di Santa Maria Maggiore che fanno riafforare un ricco passato (per saperne di più il 29 e 30 settembre vi sarà un convegno nazionale, Info: 0744/722292).

Tra un reperto e l'altro, non si perda "L'incoronazione della Vergine", una tavola del Ghirlandaio, conservata nella sala consiliare del Comune. Nei dintorni di Narni, i romani hanno lasciato la loro impronta nel ponte di Augusto (I secolo a.C.): delle quattro arcate originarie ne rimane solo una in piedi (recentemente restaurata) che s'innalza sopra il fiume Nera per ben trenta metri.

Da dietro spunta, in mezzo ad alberi secolari, l'abbazia di San Cassiano, ritenuta tra le prime benedettine della zona. Visibili, infine, i resti dell'acquedotto della Formina, costruito sempre dai Romani nel I secolo d.C.: il suo tragitto è rimasto invariato fino ai nostri giorni. Appena fuori dal paese attraversa anche ponte Cardona, indicato da recenti studi dall'Istituto Geografico Militare, come "l'ombelicus d'Italia", il centro (situato a 42 30' 11" di latitudine e 12 34' e 24" di longitudine), spostando questo punto da quello indicato da Marco Terenzio Varrone a Rieti: "viandante, il centro che tu cerchi è qui, toccalo sarà per te fortuna e salute, profanarlo non ci sarà più pace per il resto dei tuoi giorni".