La parte dello stagno dove s'immette il ruscello è un paradiso esplosivo. È pieno di uccelli. Al sole di giugno, pigola, scintilla... D'improvviso si sentono delle voci. Quando mi avvicino, migliaia di gabbiani infuriati straziano il cielo con imprecazioni e arabeschi.
Dopo l'inferno, ritorna la pace. Accucciato sulla tela del mio appostamento galleggiante, mi lascio portare dolcemente alla deriva, come un invisibile mostro acquatico, tra le ninfee, le canne e i salicari. Appiattito sul ventre, immerso fino al petto, con addosso un wader, una salopette in neoprene e un paio di stivaletti che mi tengono asciutto, mi avvicino a un turbinio di bolle nell'acqua fetida dove sfioro squadriglie di anatre.
Qua e là, una di loro, ebbra di gioia, si lancia pedalando con tutta la sua forza, in modo tale da sembrare un fuoribordo. Così nascosto raggiungo infine i tourandons, i cespugli giganti di vegetazione, le fortezze erbose dei gabbiani.
Visti da vicino, la loro maschera non è nera, ma color caffè, delicatamente sfumata. Sopra il mio naso, alcune coppie passeggiano, senza notarmi, mostrando le zampe scarlatte. Qualche gabbiano solitario dorme, il piumaggio asciutto, svegliandosi solo per aggiungere una nota al concerto. Giro lo sguardo verso le insondabili gole rosse, illuminate dal sole.
Nel nido, dei piccoli punk sbraitanti, con le piume dritte, tormentano madre e padre che vanno e vengono. Alla fine, esausti, i genitori si riprendono, vomitano degli appiccicosi pâté di vermi o di insetti, per poi decollare di nuovo.
Nel suo nido di erbe galleggiante, la folaga ha depositato cinque grandi uova. Appostata dietro a un cespuglio di canne, aspetta che io mi allontani per riprendere a covare. Muovendo le gambe, manovro non visto tra l'intenso traffico di palmipedi.
Con occhi colore della brace e le guance fiamma, uno svasso piccolo insegna al suo pulcino, già vivace come un lampo, a tuffarsi.
A veder brulicare questo eden, viene da dire che è un dono del cielo. "Errore!", mi avverte Renaud Banarrous, mentre mi guida sul bordo dell'acqua. Ricercando negli archivi e studiando la struttura degli stagni della Brenne, questo giovane archeologo ha scoperto che "sono tutti opera dell'uomo".
Un tempo si credeva che li avessero costruiti i monaci, ai tempi oscuri di Dagoberto e dei re fannulloni, per bonificare le paludi. Ma se è vero che i monaci lì c'erano, degli stagni non si trova traccia scritta prima del XIV secolo.
E inoltre, nell'acqua e tutt'attorno, Renaud ha trovato delle "ferriere" (dei depositi di scorie), resti di laboratori, di quei forni alimentati con il carbone dei boschi bruciati, per estrarre il ferro per le fucine antiche e poi medievali. Prima degli stagni, dunque, "non c'erano paludi, ma sicuramente boschi che successivamente sono stati interamente bruciati".
Invece di scavare, di drenare la Brenne, i monaci di allora costruivano delle "chiuse", delle dighe per fermare i ruscelli. Perché, durante la Quaresima e il venerdì, questi buongustai e i loro fedeli amavano mangiare pesce e altre creature acquatiche.
Sotto la diga, per arrotondare le entrate, installavano dei mulini a pagamento. Più tardi, i signori delle terre li avevano imitati, ricavandone ottimi profitti. "Se la Brenne è diventata paludosa", azzarda lo storico, "forse è a forza di tagliare i boschi che drenavano l'acqua in eccesso".
Sulla riva dello stagno di Blizon, l'acqua schizza e ribolle. È l'ora del pranzo che viene servito dalle macchine sotto forma di granuli. Le carpe saltano e sbattono con forza. Carpe locali? "Errore ancora, le carpe d'allevamento vengono dal bacino del Danubio, sono passate dalla Germania e sono comparse soltanto nel XIII secolo nel Nord della Francia e nel XIV nel Berry".
Sono anni che Renaud estrae carote dalle torbiere dello stagno per datare i pollini. Preleva anche dischi di vecchi tronchi che possono essere datati, contando gli anelli, con la tecnica della dendrocronologia. Nello stagno di Blizon, si è risaliti in questo modo all'inizio del XV secolo. In quello di Gran Mez al periodo tra il 980 e il 1237.
"I primi stagni furono creati in fondo alle valli", riassume il ricercatore. "Alcuni si sono prosciugati. Altri sono stati estesi da un secolo all'altro alzando il livello delle chiuse". Nella Brenne, questo era molto facile. Questo suolo granitico, rosso o grigio, non è forse grès? Impermeabile e duro, ferma l'acqua e l'aratro, come dicono i contadini. Ma da dove proviene? Nel Terziario, fiumi dalla portata imponente scaricarono nel bacino della Brenne, che poggiava su un fondo di calcari marini, grandi quantità di sabbie del Massiccio Centrale.
Nel clima tropicale di allora, i batteri trasformarono il materiale delle alluvioni in lateriti e altri materiali solidificati.
Osserviamo lo stagno Colin, il Bergeroux, il Petite Caillière, tutti conosciuti e registrati già dal 1505. Salendo su un mammellone, staniamo un capriolo. A perdita d'occhio, sul mosaico di campi, si vedono mammelloni, cinti da campi di fiori. Ginestre e brughiera.
A Rosnay, percorriamo, salendo e scendendo, "la cordigliera dei bottoni", una modesta catena di piccoli rilievi di grès che resistono all'erosione. Allineati da est a ovest, sono perle di bellezza della Brenne. In alto, circondato da un boschetto, il castello di Bouchet è esso stesso abbarbicato su un "bottone".
Qui lo chiamano "le départures de Gargantua", perché il gigante, "impantanato nella Brenne", si era "rotto le gambe", scuotendo gli stivali. Tra questi rilievi, ancora oggi, sono rimasti intrappolati alcuni stagni che si snodano in una sorta di scala, fino a un bacino dove scorrono verso quattro ruscelli e fiumi, dalla Claise a nord fino alla Creuse a sud. "Dei 27 stagni di cui si conosceva storicamente l'esistenza", spiega Reanud, "nelle mappe del sistema idrico del 1974 se ne sono contati 1149. Nel 2001 erano 2237! Nel 2005, 2.400".
Il fatto è che uno stagno per la caccia o la pesca vale dieci volte il prezzo di un semplice campo. Il risultato? Se ne costruiscono ovunque, fino in alto, bloccando i ruscelli con dighe e alterando a volte il bacino idrico.
È qui, sulle rive, che alcune tartarughe palustri si scaldano al sole tra un tuffo e l'altro. In Francia è la Brenne a ospitare il numero più alto di queste piccole tartarughe d'acqua, una specie che risale ai tempi dei dinosauri. Se la passano bene, con tutti questi stagni dove nutrirsi e "bottoni" ben asciutti dove deporre le uova.
Si fecondano nello stagno, poi la tartaruga ovaiola di notte esce a terra, portando nella vescica lombare un quarto di litro d'acqua. "Scavano la loro buca facendo pipì", dicono qua nella Brenne.
Ammorbidendo la terra in questo modo, la tartaruga scava una buca dove deposita le uova. Anche se è ricoperto, il nido viene spesso razziato dai corvi che volteggiano sopra in agguato, dai cinghiali che sono sempre più numerosi e voraci e da molti altri predatori ghiotti di queste piccole uova tonde.
La vegetazione della Brenne, come niente, si inselvatichisce. Da un'altura, osservo l'inarrestabile invasione: a destra, a nord, un mosaico di campi e stagni blu, dove pascola del bestiame chiaro. A sinistra avanza un oceano di terre abbandonate: i terreni incolti e i canali conquistano i vecchi pascoli.
A Mézières, ricordano ancora l'immensa prateria di Vigneaux, un tempo fertile: "In vent'anni", mi racconta un immigrato disincantato, "la natura si è fermata. Non si vedono più cervi o cinghiali, perché appena attraversano un sentiero...".
Agricoltura e allevamento non rendono più. Quando un contadino lascia la sua terra, questa diventa presto una terra inselvatichita adatta alle riserve di caccia. Da Ruffec a Mézières, da Douadic a Migné, cresce la preoccupazione per la conservazione della natura. La maggior parte degli agricoltori si sta avvicinando all'età della pensione. Dopo di loro, centinaia di ettari potrebbero ritornare terre incolte e infine boschi.
Maurice Alarmagot, contro questa eventualità si è assicurato: un genero dinamico gli succederà nella conduzione del vasto podere, quasi un ranch, che conta diciassette campi separati con mucche da latte, con ciascuno un toro pieno di energia e strutture coperte. Maurice ha "l'occhio americano". Sul calar della sera, va con il suo 4x4 a ispezionare i recinti delle charolaises, delle limousine, delle mucche bionde di Aquitania.
Dietro alle madri trotterellano i vitellini paffuti. Senza lasciare il volante, con i fari bassi, il padrone individua il recinto delle mucche che devono partorire, quelle che veglierà durante la notte: "È come distrutta. Vede quel vuoto sull'anca, vuol dire che il bacino si sta allargando... Occhio del professionista", dice.
"Le bestie non sono numeri". All'alba, senza aver incontrato degli ostacoli, perforerà l'orecchio del vitellino e inserirà il suo codice a barre nel programma Bovitel che ha nel suo computer. Maurice è un allevatore che ama la Brenne, da cui guadagna bene.
Sulle sue terre, cura le siepi e le grandi querce e ripulisce i fossati dove vivono le ranocchie. Sui prati umidi, ciurli irrequieti vogliono attirare la sua attenzione. E nel giardino mi mostra il suo tesoro: l'antico "tappo" dello stagno di Epinières. Perché gli stagni vengono svuotati attraverso uno scarico sul fondo, come un barile o una vasca da bagno: "Oggi si usa della plastica o della ghisa".
Fatto di legno di quercia scuro e screpolato, ha le dimensioni del portone di un garage. Tra due "zampe", scorre un "pestello" scolpito a mano a forma di mazza, che chiude e apre lo scarico. "E dovrebbe vedere come scorre l'acqua!".
Maurice ama l'odore dell'autunno "quando si bruciano le sterpaglie dove il ruscello entra nello stagno, quelle enormi balle che un tempo in inverno seccavano sui campi. Bruciavano per mesi. A quei tempi c'era da queste parti una piccola mucca rustica, la brennouse. A febbraio s'immergeva nell'acqua e brucava le sterpaglie dove l'acqua entra negli stagni. Mangiava persino i rovi. Gli insetti non le facevano niente. Sparita, perché bisognava produrre!".
Ma la Brenne non diventerà mai la Beauce, né la Bretagna. (Foto dell'ag. G. Neri tratte dal volume Terre de Brenne).
Dopo l'inferno, ritorna la pace. Accucciato sulla tela del mio appostamento galleggiante, mi lascio portare dolcemente alla deriva, come un invisibile mostro acquatico, tra le ninfee, le canne e i salicari. Appiattito sul ventre, immerso fino al petto, con addosso un wader, una salopette in neoprene e un paio di stivaletti che mi tengono asciutto, mi avvicino a un turbinio di bolle nell'acqua fetida dove sfioro squadriglie di anatre.
Qua e là, una di loro, ebbra di gioia, si lancia pedalando con tutta la sua forza, in modo tale da sembrare un fuoribordo. Così nascosto raggiungo infine i tourandons, i cespugli giganti di vegetazione, le fortezze erbose dei gabbiani.
Visti da vicino, la loro maschera non è nera, ma color caffè, delicatamente sfumata. Sopra il mio naso, alcune coppie passeggiano, senza notarmi, mostrando le zampe scarlatte. Qualche gabbiano solitario dorme, il piumaggio asciutto, svegliandosi solo per aggiungere una nota al concerto. Giro lo sguardo verso le insondabili gole rosse, illuminate dal sole.
Nel nido, dei piccoli punk sbraitanti, con le piume dritte, tormentano madre e padre che vanno e vengono. Alla fine, esausti, i genitori si riprendono, vomitano degli appiccicosi pâté di vermi o di insetti, per poi decollare di nuovo.
Nel suo nido di erbe galleggiante, la folaga ha depositato cinque grandi uova. Appostata dietro a un cespuglio di canne, aspetta che io mi allontani per riprendere a covare. Muovendo le gambe, manovro non visto tra l'intenso traffico di palmipedi.
Con occhi colore della brace e le guance fiamma, uno svasso piccolo insegna al suo pulcino, già vivace come un lampo, a tuffarsi.
A veder brulicare questo eden, viene da dire che è un dono del cielo. "Errore!", mi avverte Renaud Banarrous, mentre mi guida sul bordo dell'acqua. Ricercando negli archivi e studiando la struttura degli stagni della Brenne, questo giovane archeologo ha scoperto che "sono tutti opera dell'uomo".
Un tempo si credeva che li avessero costruiti i monaci, ai tempi oscuri di Dagoberto e dei re fannulloni, per bonificare le paludi. Ma se è vero che i monaci lì c'erano, degli stagni non si trova traccia scritta prima del XIV secolo.
E inoltre, nell'acqua e tutt'attorno, Renaud ha trovato delle "ferriere" (dei depositi di scorie), resti di laboratori, di quei forni alimentati con il carbone dei boschi bruciati, per estrarre il ferro per le fucine antiche e poi medievali. Prima degli stagni, dunque, "non c'erano paludi, ma sicuramente boschi che successivamente sono stati interamente bruciati".
Invece di scavare, di drenare la Brenne, i monaci di allora costruivano delle "chiuse", delle dighe per fermare i ruscelli. Perché, durante la Quaresima e il venerdì, questi buongustai e i loro fedeli amavano mangiare pesce e altre creature acquatiche.
Sotto la diga, per arrotondare le entrate, installavano dei mulini a pagamento. Più tardi, i signori delle terre li avevano imitati, ricavandone ottimi profitti. "Se la Brenne è diventata paludosa", azzarda lo storico, "forse è a forza di tagliare i boschi che drenavano l'acqua in eccesso".
Sulla riva dello stagno di Blizon, l'acqua schizza e ribolle. È l'ora del pranzo che viene servito dalle macchine sotto forma di granuli. Le carpe saltano e sbattono con forza. Carpe locali? "Errore ancora, le carpe d'allevamento vengono dal bacino del Danubio, sono passate dalla Germania e sono comparse soltanto nel XIII secolo nel Nord della Francia e nel XIV nel Berry".
Sono anni che Renaud estrae carote dalle torbiere dello stagno per datare i pollini. Preleva anche dischi di vecchi tronchi che possono essere datati, contando gli anelli, con la tecnica della dendrocronologia. Nello stagno di Blizon, si è risaliti in questo modo all'inizio del XV secolo. In quello di Gran Mez al periodo tra il 980 e il 1237.
"I primi stagni furono creati in fondo alle valli", riassume il ricercatore. "Alcuni si sono prosciugati. Altri sono stati estesi da un secolo all'altro alzando il livello delle chiuse". Nella Brenne, questo era molto facile. Questo suolo granitico, rosso o grigio, non è forse grès? Impermeabile e duro, ferma l'acqua e l'aratro, come dicono i contadini. Ma da dove proviene? Nel Terziario, fiumi dalla portata imponente scaricarono nel bacino della Brenne, che poggiava su un fondo di calcari marini, grandi quantità di sabbie del Massiccio Centrale.
Nel clima tropicale di allora, i batteri trasformarono il materiale delle alluvioni in lateriti e altri materiali solidificati.
Osserviamo lo stagno Colin, il Bergeroux, il Petite Caillière, tutti conosciuti e registrati già dal 1505. Salendo su un mammellone, staniamo un capriolo. A perdita d'occhio, sul mosaico di campi, si vedono mammelloni, cinti da campi di fiori. Ginestre e brughiera.
A Rosnay, percorriamo, salendo e scendendo, "la cordigliera dei bottoni", una modesta catena di piccoli rilievi di grès che resistono all'erosione. Allineati da est a ovest, sono perle di bellezza della Brenne. In alto, circondato da un boschetto, il castello di Bouchet è esso stesso abbarbicato su un "bottone".
Qui lo chiamano "le départures de Gargantua", perché il gigante, "impantanato nella Brenne", si era "rotto le gambe", scuotendo gli stivali. Tra questi rilievi, ancora oggi, sono rimasti intrappolati alcuni stagni che si snodano in una sorta di scala, fino a un bacino dove scorrono verso quattro ruscelli e fiumi, dalla Claise a nord fino alla Creuse a sud. "Dei 27 stagni di cui si conosceva storicamente l'esistenza", spiega Reanud, "nelle mappe del sistema idrico del 1974 se ne sono contati 1149. Nel 2001 erano 2237! Nel 2005, 2.400".
Il fatto è che uno stagno per la caccia o la pesca vale dieci volte il prezzo di un semplice campo. Il risultato? Se ne costruiscono ovunque, fino in alto, bloccando i ruscelli con dighe e alterando a volte il bacino idrico.
È qui, sulle rive, che alcune tartarughe palustri si scaldano al sole tra un tuffo e l'altro. In Francia è la Brenne a ospitare il numero più alto di queste piccole tartarughe d'acqua, una specie che risale ai tempi dei dinosauri. Se la passano bene, con tutti questi stagni dove nutrirsi e "bottoni" ben asciutti dove deporre le uova.
Si fecondano nello stagno, poi la tartaruga ovaiola di notte esce a terra, portando nella vescica lombare un quarto di litro d'acqua. "Scavano la loro buca facendo pipì", dicono qua nella Brenne.
Ammorbidendo la terra in questo modo, la tartaruga scava una buca dove deposita le uova. Anche se è ricoperto, il nido viene spesso razziato dai corvi che volteggiano sopra in agguato, dai cinghiali che sono sempre più numerosi e voraci e da molti altri predatori ghiotti di queste piccole uova tonde.
La vegetazione della Brenne, come niente, si inselvatichisce. Da un'altura, osservo l'inarrestabile invasione: a destra, a nord, un mosaico di campi e stagni blu, dove pascola del bestiame chiaro. A sinistra avanza un oceano di terre abbandonate: i terreni incolti e i canali conquistano i vecchi pascoli.
A Mézières, ricordano ancora l'immensa prateria di Vigneaux, un tempo fertile: "In vent'anni", mi racconta un immigrato disincantato, "la natura si è fermata. Non si vedono più cervi o cinghiali, perché appena attraversano un sentiero...".
Agricoltura e allevamento non rendono più. Quando un contadino lascia la sua terra, questa diventa presto una terra inselvatichita adatta alle riserve di caccia. Da Ruffec a Mézières, da Douadic a Migné, cresce la preoccupazione per la conservazione della natura. La maggior parte degli agricoltori si sta avvicinando all'età della pensione. Dopo di loro, centinaia di ettari potrebbero ritornare terre incolte e infine boschi.
Maurice Alarmagot, contro questa eventualità si è assicurato: un genero dinamico gli succederà nella conduzione del vasto podere, quasi un ranch, che conta diciassette campi separati con mucche da latte, con ciascuno un toro pieno di energia e strutture coperte. Maurice ha "l'occhio americano". Sul calar della sera, va con il suo 4x4 a ispezionare i recinti delle charolaises, delle limousine, delle mucche bionde di Aquitania.
Dietro alle madri trotterellano i vitellini paffuti. Senza lasciare il volante, con i fari bassi, il padrone individua il recinto delle mucche che devono partorire, quelle che veglierà durante la notte: "È come distrutta. Vede quel vuoto sull'anca, vuol dire che il bacino si sta allargando... Occhio del professionista", dice.
"Le bestie non sono numeri". All'alba, senza aver incontrato degli ostacoli, perforerà l'orecchio del vitellino e inserirà il suo codice a barre nel programma Bovitel che ha nel suo computer. Maurice è un allevatore che ama la Brenne, da cui guadagna bene.
Sulle sue terre, cura le siepi e le grandi querce e ripulisce i fossati dove vivono le ranocchie. Sui prati umidi, ciurli irrequieti vogliono attirare la sua attenzione. E nel giardino mi mostra il suo tesoro: l'antico "tappo" dello stagno di Epinières. Perché gli stagni vengono svuotati attraverso uno scarico sul fondo, come un barile o una vasca da bagno: "Oggi si usa della plastica o della ghisa".
Fatto di legno di quercia scuro e screpolato, ha le dimensioni del portone di un garage. Tra due "zampe", scorre un "pestello" scolpito a mano a forma di mazza, che chiude e apre lo scarico. "E dovrebbe vedere come scorre l'acqua!".
Maurice ama l'odore dell'autunno "quando si bruciano le sterpaglie dove il ruscello entra nello stagno, quelle enormi balle che un tempo in inverno seccavano sui campi. Bruciavano per mesi. A quei tempi c'era da queste parti una piccola mucca rustica, la brennouse. A febbraio s'immergeva nell'acqua e brucava le sterpaglie dove l'acqua entra negli stagni. Mangiava persino i rovi. Gli insetti non le facevano niente. Sparita, perché bisognava produrre!".
Ma la Brenne non diventerà mai la Beauce, né la Bretagna. (Foto dell'ag. G. Neri tratte dal volume Terre de Brenne).