Di città ideali rappresentate sulla tela o immaginate nelle pagine dei libri, ne esistono a centinaia. Quelle realizzate, anche solo parzialmente, si contano invece sulle dita di una mano.
Una di queste è Pienza. Dalla fine di maggio e fino all'inizio di ottobre, una mostra nel piccolo centro della Val d'Orcia ripercorre tutte le tappe della sua rifondazione architettonica e urbanistica in occasione dei 600 anni dalla nascita di Enea Silvio Piccolomini (1405-1464), il suo cittadino più illustre.
Salito sul trono papale nel 1458 con il nome di Pio II, fu vicario di Cristo per soli sei anni in un periodo turbolento di scoperte scientifiche e di depressione economica; in un'epoca che aveva visto l'elezione dell'ultimo antipapa nel 1449, la caduta in mano ottomana di Costantinopoli nel 1453, il tentativo fallito di lanciare l'ultima grande Crociata contro i Turchi nel 1464.
Papa Piccolomini, ambasciatore ed emissario di imperatori e cardinali in mezza Europa prima di salire al Pontificato, viene ricordato però, più che come abile politico, come uomo di lettere, come sostenitore del Neoplatonismo, come umanista, come mecenate delle arti.
La mostra pientina, che porta il significativo titolo "La Riforma umanistica dell'Architettura e del Paesaggio", racconta come e perché Pio II trasformò da borgo agricolo e medioevale a prototipo di città ideale, Corsignano, dove era nato dalla famiglia senese dei Piccolomini, esiliata in Val d'Orcia dal 1269 dopo la presa del potere a Siena da parte dei guelfi.
Il nucleo centrale di Pienza, che fu ribattezzata così in onore di Pio II, è stata, come lo sarebbero state successivamente Ferrara, Urbino, Sforzinda di Filarete (sulla carta) e Sabbioneta di Vespasiano Gonzaga, la prima città rinascimentale compiuta, la prima rappresentazione costruita dell'ordine ideale teorizzato da Leon Battista Alberti nel quarto libro della De Re Aedificatoria (1452) e nel dipinto La Città ideale del Palazzo Ducale di Urbino.
Esempio seguito in pittura da Perugino e da Raffaello nello Sposalizio della Vergine (1500-1504), in architettura da Michelangelo nel Campidoglio (1537) e da Bramante in San Pietro in Montorio (1506). Non esistono documenti che attestino un incontro tra Pio II e l'Alberti, è certo però che i due frequentassero gli stessi ambienti intelletuali e che Bernardo Rossellino (Bernardo di Matteo Gambarelli), a cui papa Piccolomini affidò il progetto della piazza di Pienza, fu allievo e collaboratore dell'architetto del Tempio Malatestiano.
Rossellino ha recuperato a Pienza gli ordini spaziali classici riscoperti dal Rinascimento, ha esteso il microcosmo degli edifici al macrocosmo urbano della piazza, rendendola insieme civile e religiosa e rispecchiando alla lettera l'ideale umanistico della centralità. Tutto sotto il controllo dello spazio attraverso la prospettiva, conquista fondamentale del Quattrocento.
I lavori per la rifondazione del centro di Pienza iniziarono nel 1462 e durarono pochi anni; Rossellino si trovò come preesistenze la cattedrale gotica e alcune costruzioni sulla destra, come illustrano le tavole esposte alla mostra, ricchissime di particolari e di dati tecnici.
In poco tempo ricostruì tutto il fronte della chiesa, allineandola lungo un asse centrale rivolto verso il Monte Amiata (sacro anche ad alcune tradizioni pagane) con un'attenzione al panorama che oggi chiameremmo "paesaggistica", dandole una facciata monumentale in travertino che richiamava lo schema classico dell'Arco trionfale.
Realizzò ex novo, abbattendo una serie di vecchie case, il Palazzo Piccolomini (sulla destra guardando la chiesa) ispirandosi all'architettura degli edifici nobiliari fiorentini coevi, il Palazzo Vescovile (sulla sinistra) e quello porticato dei Priori (sul lato opposto alla chiesa). Fu un modello inedito e innovativo di piazza che spostava altrove le funzioni mercantili e concentrava in un unico spazio tutte le funzioni politiche e religiose.
L'altra grande novità che Rossellino introdusse è la concezione della piazza come interno-esterno esaltato dalla prospettiva; lo sottolinea lo storico dell'arte Cesare Brandi nella sua bella raccolta di saggi Terre d'Italia, da poco pubblicato in edizione tascabile da Bompiani (640 p., 12 euro): "Rossellino impiantò la piazza come un trapezio, con la base più larga nella facciata della cattedrale dell'Assunta: con questo accorgimento, era come se rovesciasse l'imbuto prospettico verso l'osservatore-fruitore.
Ma in realtà non ci si ne avverte: l'accorgimento serve bensì a chiudere otticamente l'inizio della piazza", conclude Brandi, "attenuando la diminuzione alla distanza verso il punto focale".
Un'attenzione particolare merita il pozzo monumentale in travertino con gli stemmi della famiglia del papa, quasi all'angolo di Palazzo Piccolomini: secondo alcuni, l'allineamento alla pavimentazione è funzionale all'esaltazione della prospettiva centrale della piazza Pio II.
Secondo altri, è una sorta di antico trompe-l'oeil che riproduce simmetricamente il portale cieco a sinistra del portone principale del Palazzo, quasi fosse una finzione architettonica nella realtà metafisica della piazza: un teatro nel teatro. Palazzo Piccolomini, che è il cuore delle varie sezioni della mostra e sede delle visite guidate attraverso le sue sale, è anch'esso una sorta di laboratorio architettonico rinascimentale per il cortile porticato, le logge arcate su tre livelli ed il giardino affacciato sulla Val d'Orcia, che ha la stessa superficie della planimetria dell'edificio.
Anche in questo caso, si può ritrovare una concezione scenografica di grande effetto: il portale su corso Rossellino si apre su un unico asse con il cortile, il giardino e, più oltre, la veduta del Monte Amiata.
Il dialogo squisitamente rinascimentale tra i palazzi, la facciata della chiesa e la piazza, viene sottolineato da Rossellino nel disegno della pavimentazione divisa in nove settori, tutti uguali, con al centro un cerchio che è il ribaltamento esatto a terra dell'occhio circolare del prospetto: riproduce simbolicamente l'occhio onniveggente di Dio.
Disegno pavimentale che è contemporaneamente l'elemento più razionale e più irrazionale dell'intero impianto. Razionale (e umanista) perché l'ombra della chiesa, durante l'equinozio primaverile e autunnale, si sovrappone con precisione geometrica sui riquadri pavimentali.
Irrazionale perché una leggenda circonda quell'ombra: rappresenterebbe l'anima di Pio II che gioca ancora inquieta sui riquadri della piazza. Un fantasma buono che non vuole lasciare la sua piccola, strordinaria città.
Una di queste è Pienza. Dalla fine di maggio e fino all'inizio di ottobre, una mostra nel piccolo centro della Val d'Orcia ripercorre tutte le tappe della sua rifondazione architettonica e urbanistica in occasione dei 600 anni dalla nascita di Enea Silvio Piccolomini (1405-1464), il suo cittadino più illustre.
Salito sul trono papale nel 1458 con il nome di Pio II, fu vicario di Cristo per soli sei anni in un periodo turbolento di scoperte scientifiche e di depressione economica; in un'epoca che aveva visto l'elezione dell'ultimo antipapa nel 1449, la caduta in mano ottomana di Costantinopoli nel 1453, il tentativo fallito di lanciare l'ultima grande Crociata contro i Turchi nel 1464.
Papa Piccolomini, ambasciatore ed emissario di imperatori e cardinali in mezza Europa prima di salire al Pontificato, viene ricordato però, più che come abile politico, come uomo di lettere, come sostenitore del Neoplatonismo, come umanista, come mecenate delle arti.
La mostra pientina, che porta il significativo titolo "La Riforma umanistica dell'Architettura e del Paesaggio", racconta come e perché Pio II trasformò da borgo agricolo e medioevale a prototipo di città ideale, Corsignano, dove era nato dalla famiglia senese dei Piccolomini, esiliata in Val d'Orcia dal 1269 dopo la presa del potere a Siena da parte dei guelfi.
Il nucleo centrale di Pienza, che fu ribattezzata così in onore di Pio II, è stata, come lo sarebbero state successivamente Ferrara, Urbino, Sforzinda di Filarete (sulla carta) e Sabbioneta di Vespasiano Gonzaga, la prima città rinascimentale compiuta, la prima rappresentazione costruita dell'ordine ideale teorizzato da Leon Battista Alberti nel quarto libro della De Re Aedificatoria (1452) e nel dipinto La Città ideale del Palazzo Ducale di Urbino.
Esempio seguito in pittura da Perugino e da Raffaello nello Sposalizio della Vergine (1500-1504), in architettura da Michelangelo nel Campidoglio (1537) e da Bramante in San Pietro in Montorio (1506). Non esistono documenti che attestino un incontro tra Pio II e l'Alberti, è certo però che i due frequentassero gli stessi ambienti intelletuali e che Bernardo Rossellino (Bernardo di Matteo Gambarelli), a cui papa Piccolomini affidò il progetto della piazza di Pienza, fu allievo e collaboratore dell'architetto del Tempio Malatestiano.
Rossellino ha recuperato a Pienza gli ordini spaziali classici riscoperti dal Rinascimento, ha esteso il microcosmo degli edifici al macrocosmo urbano della piazza, rendendola insieme civile e religiosa e rispecchiando alla lettera l'ideale umanistico della centralità. Tutto sotto il controllo dello spazio attraverso la prospettiva, conquista fondamentale del Quattrocento.
I lavori per la rifondazione del centro di Pienza iniziarono nel 1462 e durarono pochi anni; Rossellino si trovò come preesistenze la cattedrale gotica e alcune costruzioni sulla destra, come illustrano le tavole esposte alla mostra, ricchissime di particolari e di dati tecnici.
In poco tempo ricostruì tutto il fronte della chiesa, allineandola lungo un asse centrale rivolto verso il Monte Amiata (sacro anche ad alcune tradizioni pagane) con un'attenzione al panorama che oggi chiameremmo "paesaggistica", dandole una facciata monumentale in travertino che richiamava lo schema classico dell'Arco trionfale.
Realizzò ex novo, abbattendo una serie di vecchie case, il Palazzo Piccolomini (sulla destra guardando la chiesa) ispirandosi all'architettura degli edifici nobiliari fiorentini coevi, il Palazzo Vescovile (sulla sinistra) e quello porticato dei Priori (sul lato opposto alla chiesa). Fu un modello inedito e innovativo di piazza che spostava altrove le funzioni mercantili e concentrava in un unico spazio tutte le funzioni politiche e religiose.
L'altra grande novità che Rossellino introdusse è la concezione della piazza come interno-esterno esaltato dalla prospettiva; lo sottolinea lo storico dell'arte Cesare Brandi nella sua bella raccolta di saggi Terre d'Italia, da poco pubblicato in edizione tascabile da Bompiani (640 p., 12 euro): "Rossellino impiantò la piazza come un trapezio, con la base più larga nella facciata della cattedrale dell'Assunta: con questo accorgimento, era come se rovesciasse l'imbuto prospettico verso l'osservatore-fruitore.
Ma in realtà non ci si ne avverte: l'accorgimento serve bensì a chiudere otticamente l'inizio della piazza", conclude Brandi, "attenuando la diminuzione alla distanza verso il punto focale".
Un'attenzione particolare merita il pozzo monumentale in travertino con gli stemmi della famiglia del papa, quasi all'angolo di Palazzo Piccolomini: secondo alcuni, l'allineamento alla pavimentazione è funzionale all'esaltazione della prospettiva centrale della piazza Pio II.
Secondo altri, è una sorta di antico trompe-l'oeil che riproduce simmetricamente il portale cieco a sinistra del portone principale del Palazzo, quasi fosse una finzione architettonica nella realtà metafisica della piazza: un teatro nel teatro. Palazzo Piccolomini, che è il cuore delle varie sezioni della mostra e sede delle visite guidate attraverso le sue sale, è anch'esso una sorta di laboratorio architettonico rinascimentale per il cortile porticato, le logge arcate su tre livelli ed il giardino affacciato sulla Val d'Orcia, che ha la stessa superficie della planimetria dell'edificio.
Anche in questo caso, si può ritrovare una concezione scenografica di grande effetto: il portale su corso Rossellino si apre su un unico asse con il cortile, il giardino e, più oltre, la veduta del Monte Amiata.
Il dialogo squisitamente rinascimentale tra i palazzi, la facciata della chiesa e la piazza, viene sottolineato da Rossellino nel disegno della pavimentazione divisa in nove settori, tutti uguali, con al centro un cerchio che è il ribaltamento esatto a terra dell'occhio circolare del prospetto: riproduce simbolicamente l'occhio onniveggente di Dio.
Disegno pavimentale che è contemporaneamente l'elemento più razionale e più irrazionale dell'intero impianto. Razionale (e umanista) perché l'ombra della chiesa, durante l'equinozio primaverile e autunnale, si sovrappone con precisione geometrica sui riquadri pavimentali.
Irrazionale perché una leggenda circonda quell'ombra: rappresenterebbe l'anima di Pio II che gioca ancora inquieta sui riquadri della piazza. Un fantasma buono che non vuole lasciare la sua piccola, strordinaria città.