✕

Sul tetto d'Europa

Il lato italiano è il più selvaggio e spettacolare: verso la Val Veny, piccolo gioiello delle nostre Alpi, crea un autentico muro di roccia
3 minuti di lettura
Guarda, lo vedi?... Laggiù.. E' quello interamente innevato, ispido di guglie, il più alto di tutti... ": dalla finestra del suo studio a Ginevra, Horace Benedict de Saussure, uno dei maggiori scienziati svizzeri del secolo dei Lumi, indicava sempre ai suoi ospiti la massa gigantesca del tetto d'Europa, quel Monte Bianco che già diversi anni prima, nel 1760, lo aveva ammaliato durante una escursione a Chamonix.

In quell'occasione, scrutando la vetta della maestosa montagna incombente sui tetti del grazioso paesino della Savoia (allora parte del Regno di Sardegna), decise che un giorno sarebbe riuscito a salire sin lassù, avrebbe portato i suoi strumenti sul punto più alto del continente, avrebbe scrutato il paesaggio circostante, ininterrotto sino all'orizzonte.

Ma aveva bisogno che qualcuno, più esperto di lui, scoprisse la via d'accesso a quel mondo magico; era necessario tentare più e più volte, sino ad identificare, tra il ghiaccio e la neve perenni, tra le rocce i…
Guarda, lo vedi?... Laggiù.. E' quello interamente innevato, ispido di guglie, il più alto di tutti... ": dalla finestra del suo studio a Ginevra, Horace Benedict de Saussure, uno dei maggiori scienziati svizzeri del secolo dei Lumi, indicava sempre ai suoi ospiti la massa gigantesca del tetto d'Europa, quel Monte Bianco che già diversi anni prima, nel 1760, lo aveva ammaliato durante una escursione a Chamonix.

In quell'occasione, scrutando la vetta della maestosa montagna incombente sui tetti del grazioso paesino della Savoia (allora parte del Regno di Sardegna), decise che un giorno sarebbe riuscito a salire sin lassù, avrebbe portato i suoi strumenti sul punto più alto del continente, avrebbe scrutato il paesaggio circostante, ininterrotto sino all'orizzonte.

Ma aveva bisogno che qualcuno, più esperto di lui, scoprisse la via d'accesso a quel mondo magico; era necessario tentare più e più volte, sino ad identificare, tra il ghiaccio e la neve perenni, tra le rocce insidiose, un passaggio sicuro: un'impresa che a lui, buon escursionista ma niente di più, non sarebbe mai riuscita.

Così, fece affiggere in tutte le chiese della valle un annuncio in cui prometteva una lauta ricompensa a chi -per primo- avrebbe saputo individuare il sentiero che conduce tra le nuvole, in alto, al di sopra di tutto e di tutti. Finalmente, l'8 agosto 1786 (quest'anno si celebra quindi il 220 anniversario), alle ore 18:23, un'asta di legno con un fazzoletto rosso percosso dal vento, venne conficcata sull'inviolata vetta del Monte Bianco: era il segnale che il barone von Gersdorff, rimasto a valle a scrutare verso la cima, attendeva per certificare l'avvenuta conquista.

Mai un uomo era salito ad una quota simile, mai nessuno aveva avuto il coraggio di sfidare gli elementi e le superstizioni per conquistare la montagna, il cui umore varia continuamente, e promette pericoli e difficoltà insormontabili. Autori dell'impresa furono due abitanti di Chamonix, Michel Gabriel Paccard, di professione medico condotto e grande appassionato di botanica e mineralogia e Jacques Balmat, che per vivere andava a caccia di cristalli.

Per chi nasce ai piedi di una montagna come il Monte Bianco, è difficile resistere al fascino dell'esplorazione, della sfida, del salire tra le cengie in cerca della propria anima. L'anno dopo, il 3 agosto 1787, de Saussure, aiutato da Balmat (oramai soprannominato "le Mont Blanc") ed altre 18 guide incaricate di portare la sua pesante attrezzatura scientifica, ma anche materassi, coperte, lenzuola, un grande telo da tenda, due scrittoi, libri e -noblesse oblige- vasi di patè e pane, potè coronare il suo sogno e raggiungere l'agognata quota 4808 (nel 2005 l'altezza del Monte Bianco è stata misurata con maggior precisione: 4808,75 m).

Era nato così l'alpinismo moderno, e la moda di scalare le alte quote. Due secoli e passa dopo, non ci sono più grandi sfide da vincere, sulle Alpi, tranne una, forse la più importante e decisiva: quella della salvaguardia. Perchè tutto potevano pensare Paccard, Balmat e de Saussure, tranne che il loro "gioco" potesse dare il via ad una lenta ma inesorabile trasformazione di quel mondo fatto di silenzi e spazi infiniti che allora era il Monte Bianco.

Impianti di risalita, sciovie, percorsi attrezzati, rifugi, cabinovie transfrontaliere, strade e tunnel hanno oggi reso accessibile la montagna, col rischio di banalizzarla. Così nel 1986, in occasione del bicentenario della prima scalata, è nato un accordo tra Francia, Italia e Svizzera che intende proprio salvaguardare questo patrimonio fondamentale: l'Espace Mont-Blanc (EMB), che coinvolge una trentina di comuni ed un totale di circa 100.000 abitanti.

L'obiettivo è quello di promuovere lo sviluppo sostenibile, conservare la natura ed i paesaggi, ridurre l'impatto dei trasporti e sostenere l'agricoltura di montagna, tradizionalmente povera. Un'impresa che sul versante italiano non sembra impossibile: se si escludono i problemi legati al traforo del Monte Bianco, col conseguente traffico di mezzi pesanti, la situazione ambientale è eccellente. Il "tetto d'Europa", che nel versante francese appare come una grande massa compatta che gradualmente scende verso le quote inferiori, presenta verso l'Italia il suo lato più selvaggio e spettacolare, precipitando quasi verticalmente verso la Val Ferret e creando un autentico muro di roccia nella Val Veny, piccolo gioiello delle nostre Alpi.

Attraversata da una sola, stretta stradina, la Val Veny appare, a chi proviene dalla vivace e graziosa cittadina turistica di Courmayeur, come un'oasi di pace e serenità, in cui il silenzio delle alte quote è rotto solo dal rombo dei ghiacciai che, sciogliendosi, formano decine di cascate e diversi, deliziosi laghetti. Nelle vecchie foto ingiallite di sessant'anni fa -e stranamente anche in alcune carte più recenti- la Val Veny appare in buona parte invasa dalla massa dei ghiacciai, ma oggi le cose sono molto diverse.

Enormi morene occupano il posto del ghiaccio, e solo in alto si vedono i seracchi e le gelide lame cerulee del ghiacciaio. Le cascate ed i torrenti, e la Dora che ne raccoglie le acque, sono gonfi e cavalcano selvaggi verso Courmayeur, per la gioia di coloro che amano il Rafting.

E' l'effetto del riscaldamento globale, mai così evidente come in alta montagna. Il ghiacciaio della Brenva - la più alta cascata di ghiaccio delle Alpi- e quello del Miage che chiude la Val Veny quasi al confine con la Francia, costituiscono le due attrattive più spettacolari, ma anche le guglie di roccia (tra tutte la più famosa è il Dente del Gigante, così battezzato proprio da de Saussure), i torrenti, le vaste fioriture, i boschi, contribuiscono a creare un ambiente in cui l'amante della montagna trova il massimo dell'appagamento, soprattutto se ama camminare.

In un luogo come la Val Veny, il semplice e banale gesto del camminare assume infatti tutta un'altra dimensione. Se poi si sceglie di visitare la valle tra il 5 ed il 9 luglio, al piacere delle escursioni si può coniugare quello della musica e delle danze celtiche. Nel secolare bosco del Peuterey si tiene anche quest'anno, siamo oramai alla decima edizione, Celtica, festival internazionale di arte, cultura e musica ispirati al primo popolo davvero "europeo" della storia, quei Celti che popolarono la Val Veny ben prima che vi giungessero i Romani, e che guardando alle vette inviolate del Monte Bianco -a differenza di noi uomini moderni e positivisti- non sentirono il desiderio di scalarle, ma solo di ammirarle e di scorgervi così il riflesso della benevolenza e della grandezza divina.