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Siviglia (Spagna)

Alla scoperta di Colombo

Andiamo a vedere da vicino i luoghi dell'Andalusia, dove il navigatore genovese preparò la sua spedizione verso le Indie e da cui partirono le caravelle

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Ai piedi della statua di Cristoforo Colombo, nel bel mezzo di Columbus Circle a New York, qualche anno fa una mano anonima lasciò scritto: "comunque, era uno che si era perso".

Sintesi irriverente della storia ufficiale: nel 1492, attraversando il Mar Oceano su incarico della Corona spagnola, procedendo verso Occidente per trovar l'Oriente, aveva sbattuto fortuitamente contro una terra imprevista, un Nuovo Mondo. Cercando altro, la nuova via per le Indie, aveva scoperto - per caso - l'America (come fu chiamata nel 1507 un anno dopo la sua morte).

O, sulla base di voci sull'esistenza di terre misteriose dall'altra parte del mare, di mappe leggendarie e di studi di cosmografi e geografi, era andato consapevolmente a caccia di un continente sconosciuto, come argomentano alcuni studiosi? Ancora oggi, a cinquecento anni dalla sua scomparsa, le questioni aperte sono diverse.

Messa un po' in disparte la disputa su chi effettivamente "scoprì" quelle terre (se i Fenici, i Vichinghi, i Cinesi) - risolta in sostanza a favore di Colombo che, seppure non fu il primo cronologicamente parlando, fu in grado di "comunicarla" adeguatamente - il dibattito si è spostato sui luoghi di nascita (era genovese, catalano, portoghese?) e sepoltura (in Spagna, a Cuba o Santo Domingo?) del navigatore.

Le università di Granada e di Tor Vergata hanno avviato investigazioni sul Dna dei supposti discendenti del navigatore, coinvolgendo centinaia di Colón e Colombo sparsi tra le due sponde dell'Atlantico.

In questi mesi, in occasione del cinquecentesimo anniversario della morte del navigatore (avvenuta a Valladolid il 20 maggio 1506), annunci vari, pur non ufficiali, hanno anticipato l'esito delle ricerche.

Anche se da più parti si avanzano dubbi sui criteri scientifici dell'operazione, la tesi che sembra ormai prevalere è quella che assegna una volta per tutte i natali di Colombo a Genova e riconosce come spoglie del navigatore quelle conservate nella cattedrale di Siviglia.

La Spagna resta centrale nella vicenda di Colombo, anzi di Cristóbal Colón come lo chiamano qui, oggi come ieri. Bisogna recarsi in Andalusia, tra Siviglia e la costa atlantica - dove soggiornò a lungo per riuscire a finanziare e preparare la prima spedizione e di ritorno dai quattro viaggi nel Nuevo Mundo - per ritrovarne le tracce più forti.

A Siviglia, all'interno della Cattedrale della città, c'è la sua tomba. Un mausoleo austero con quattro araldi che sostengono un'urna funeraria che contiene pochi resti.

Oggetto di pellegrinaggio, per gli appassionati dell'argomento; di sorpresa, per chi visita la chiesa (il maggior tempio gotico del mondo, la terza cattedrale più grande della Cristianità) e si ritrova d'improvviso davanti alla tomba dello scopritore dell'America.

Costruita durante l'epoca di Colombo, sulla preesistente Moschea Almohade (di cui ha inglobato il minareto, divenuta la celeberrima torre della Giralda), la cattedrale è ancora il simbolo dell'età dell'oro di Siviglia, a quel tempo la città più importante di Spagna. Basta osservare la profusione di oro sul suo altare maggiore per capire quanto contribuirono alla potenza del regno le ricchezze provenienti dalle terre di cui Colombo prese possesso.

Grazie alle nuove acquisizioni, la Spagna divenne, nel giro di quindici anni, il paese più grande del mondo. E la corona modificò il motto che campeggiava nel suo stemma: il Non Plus Ultra sulle Colonne d'Ercole che segnavano i limiti conosciuti divenne Plus Ultra, c'era qualcosa - e molto - al di là del mare.

L'itinerario sivigliano, sulle tracce di Colombo, è ricchissimo. Nella stessa Cattedrale, la Biblioteca Colombina conserva la copia appartenuta a Colombo del "Milione" di Marco Polo.

A poche centinaia di metri sorge l'Archivio delle Indie, che custodisce milioni di mappe e documenti legati all'impero spagnolo nelle Americhe. L'Alcazar, l'antico Palazzo reale, espone, nella Sala delle Udienze dove Colombo incontrava la regina Isabella, il dipinto della Madonna dei Marinai in cui è ritratto lo stesso Colombo e sullo sfondo un gruppo di indigeni portati in Europa, e sulla parete opposta lo stemma dell'ammiragliato concesso al navigatore dopo la scoperta, dal celebre motto: "A Castilla y a Leòn Nuevo Mundo dio Colón".

Nel monastero della Cartuja Colombo fu ospite a più riprese, e anche le sue spoglie vi riposarono per una trentina d'anni; oggi una statua lo raffigura accanto all'albero di ombù piantato dal figlio Hernando dove il padre soleva raccogliersi. Lo stesso viale che costeggia il fiume Guadalquivir, nel tratto dove un tempo sorgeva il porto, è intitolato al navigatore (Paseo Colón).

Sul più grandioso palazzo di Plaza de España, edificata per l'esposizione Iberoamericana del 1929, quattro degli azulejos commemorativi di eventi della hispanidad sono dedicati a Colombo. Non lontano, nei Giardini di Murillo, un monumento ricorda la scoperta dell'America, e nel parco San Geronimo un'immensa statua donata dalla Russia evoca l'uovo di Colombo.

Tra le costruzioni nate per l'esposizione universale del 1992, cinquecentenario della scoperta, l'icona è di certo il ponte dell'Alamillo, con una struttura ad arpa alta quanto una piramide egizia.

Seguendo i fiumi si arriva alla costa. Attorno a Huelva, città dalla grande vocazione di frontiera (sede delle Fiestas Colombinas, tra fine luglio e inizio agosto, e del Festival de Cine iberoamericano), sorgono i Lugares Colombinos, i luoghi dove Colombo preparò l'impresa e da cui partì. Come Moguer, con il suo monastero di S.Clara, la cui campana annunciò il ritorno dei marinai.

E, soprattutto, Palos de la Frontera. Il porto, da cui la spedizione partì il 3 agosto del 1492, è ormai insabbiato; il monastero della Rábida, invece, è ancora intatto, fermo nel tempo, se non fosse per i gruppi di visitatori che lo invadono per vedere i luoghi dove Colombo spiegò e discusse le sue teorie ai frati francescani.

Il vicino Molo delle Caravelle è un museo open-air sul bordo del Rio Tinto, con le navi della spedizione (la Niña e la Pinta e un galeone, la Santa Maria), ricostruite in scala, con i manichini di chi avvistò per primo la nuova terra, degli indigeni tra le palme e di Colombo che fa calcoli nella sua cabina.

Di fronte, sulla punta della costa alla confluenza dei fiumi Tinto e Odiel, davanti a cui sfilò la spedizione, si staglia la monumentale statua alla "Fede della scoperta", scolpita nel 1929 dalla statunitense Whitney secondo i canoni dell'estetica cubista.

Un Colombo enigmatico - che rimanda al dilemma: grande esploratore, evangelizzatore o colpevole di genocidio - scruta la costa verde fino al Portogallo, quel "mare tenebroso" svelato dal suo attraversamento.