Sulle colline dell'interno, i contadini guardavano verso la costa: capitava di tanto in tanto, a molti di loro, di scendere laggiù, in cerca di lavoro come mietitori nei campi di grano che, nonostante le paludi, rendevano la Maremma una delle aree agricole più importanti della Toscana. Partivano con la famiglia e le poche cose che possedevano. Ma il ritorno non era garantito: "Chi va in Maremma e lassa la montagna, perde la dama e altro non guadagna", cantavano pieni di rabbia: "sia maledetta Maremma, sia maledetta Maremma e chi l'ama". "Tutti mi dicon Maremma, Maremma..." continua la canzone: "Ma a me mi pare una Maremma amara".
Se proviamo a cambiare prospettiva, però, ci si rende conto che la Maremma era anche una delle aree naturalisticamente più importanti d'Italia: nelle aree umide nidificavano centinaia di specie di uccelli, nei boschi trovavano rifugio caprioli, cinghiali, martore, lungo la costa la macchia mediterranea fioriva rigogliosa e dava rifugio ad innumerevoli animali. Ma questi due mondi, quello dell'uomo e quello della natura, sembravano destinati a non dialogare: nel 1737 con l'avvento dei Lorena, si iniziano i lavori per la bonifica, terminati solo due secoli dopo, tra il 1930 ed il 1932, quando le prime famiglie di coloni provenienti dal Veneto occuparono le nuove terre "redente".
Eppure, chi si accinge a visitare oggi la provincia di Grosseto, che ingloba la gran parte dell'antica Maremma, si rende subito conto che - a differenza di altre aree sottoposte a bonifica - qui il territorio non è stato degradato, non si è puntato a distruggere tutto per mettere a coltivazione ogni spazio disponibile. E che molta dell'antica bellezza e ricchezza naturalistica, ancora sopravvive. Così oggi è possibile visitare ampie aree umide o estese aree collinari protette che rendono appieno le atmosfere del passato: è come se la Maremma mostrasse al visitatore il proprio biglietto da visita, fatto di lucidi specchi d'acqua, canneti dove trovano rifugio aironi, tomboli coperti dalla macchia profumata di mille essenze, spiagge incontaminate, boschi di leccio e sughera, pinete a perdita d'occhio e, verso l'interno, un mare di verde che ricopre le sinuose colline su cui giacciono decine di piccoli borghi, che spesso rimandano, anche nel nome, alle loro antiche origini etrusche.
E, sullo sfondo, il monte Amiata, cono vulcanico ormai spento, i cui fianchi, ricoperti dal faggio e dal cerro, offrono sempre nuovi spunti di meditazione per le molte comunità mistiche sorte nella zona. Questa montagna, che sfiora i 1800 metri di quota, costituisce un potente polo d'attrazione per coloro che sono in cerca del silenzio, della pace. C'è chi sostiene che si trovino qui alcuni dei più intensi "punti energetici" d'Italia, come quello collocato sulla vetta del vicino Monte Labbro, che fu scenario della vicenda umana e spirituale di Davide Lazzaretti, asceta nato ad Arcidosso nel 1834 e fondatore di un movimento che criticava le ricchezze della Chiesa.
Ma è soprattutto alla straordinaria natura della montagna che ha pensato la provincia di Grosseto quando ha istituito la Riserva Naturale del Monte Labbro, vero giardino incantato ricchissimo di fioriture (circa 400 specie, anche rare), alle cui pendici si trova il Parco Faunistico dell'Amiata: un luogo in cui gli animali (soprattutto ungulati - camosci, cervi, daini, caprioli, ecc. - ma anche lupi ed animali domestici come l'asino amiatino) vivono in recinti molto ampi, realizzati in un ambiente naturale di straordinaria bellezza e possono decidere di non farsi vedere dai visitatori.
Nella zona dell'Amiata si trovano altre 4 aree protette provinciali, sebbene la più spettacolare sia quella di Rocconi, gestita dal WWF. Qui Roberta Margiacchi accompagna i visitatori in un viaggio che non è solo esteriore, ma anche interiore: "Cerco sempre di far provare alle persone che vengono a vistarci", racconta, "tutte quelle sensazioni che in città si perdono. Più che vedere e imparare, credo che le persone abbiano bisogno di emozionarsi. Riscoprire profumi, suoni, sapori che si credevano perduti è un'esperienza impagabile...".
Scendendo lungo il sentiero che dal piccolo centro visite conduce al fiume Albegna, si scoprono preziosi particolari e, grazie a Roberta e al suo entusiasmo, si scopre la necessità di avere tempo: "È importante trovare il tempo di guardarsi intorno, di attendere che il falco pellegrino torni a volare per andare a caccia, il tempo per osservare i piccoli insetti che si nascondono tra le erbe, tutti i molteplici segni che una visita frettolosa non consentirebbe di apprezzare". Ed il tempo di giocare, perché - raggiunto il fiume - durante la bella stagione, si può fare il bagno nelle sue acque limpidissime: "un'esperienza diventata oramai rara, dato lo stato in cui si trovano gran parte dei fiumi italiani", osserva Roberta.
Più a nord, le stesse sensazioni si provano visitando la Riserva Naturale del Farma, istituita a protezione della valle di questo pulitissimo torrente, che scorre tra le colline ricoperte di boschi. L'ambiente è selvaggio e solitario: la luce filtra tra il fogliame che si riflette nelle acque limpide del Farma. Tuffarsi nelle sue gelide pozze assume i contorni di un'esperienza mistica, e si va col pensiero a coloro che in Maremma hanno forse trovato Dio, ai tanti che ancora lo cercano.
Tutti questi Parchi che la provincia ha creato nelle aree interne, salvaguardano ambienti delicati ed unici, preziosissimi, eppure nessuno di questi luoghi avrebbe un senso se non ci fossero le Riserve che proteggono la costa, la vera anima della Maremma. Il dialogo tra le aree interne e quelle costiere è un fatto storico e culturale e lo è ancora di più se pensiamo qui c'è stato un enorme sforzo di mettere al sicuro gli habitat più minacciati, quelli che il turismo balneare di massa sta rapidamente annientando quasi dovunque.
Basterà affacciarsi sulla Laguna di Orbetello dal bosco della Patanella, per comprendere quanto impegno sia stato necessario per salvare simili ricchezze: "Il bosco stava per essere acquistato dai privati: qui il WWF ha vinto la sua prima battaglia, riuscendo ad acquisire la macchia, nucleo iniziale della futura Oasi e quindi del Parco che oggi protegge la laguna", Marco Carsughi, che dirige l'Oasi WWF, si infervora mentre racconta le battaglie, le sconfitte, i successi. Puntando il cannocchiale verso le colonie di sterne, offre al visitatore lo spettacolo della natura e, nel contempo, la più convincente spiegazione del perché è da qui - forse più che dallo storico Parco della Maremma, istituito nel lontano 1975 dalla Regione Toscana - che è partita la riscossa della natura maremmana, o meglio dei suoi difensori. Che oggi sono tanti.
Così, se una delle bonifiche più intense è stata quella che ha interessato Castiglione della Pescaia, poco a nord di Grosseto, col prosciugamento di un intero lago costiero, proprio la consapevolezza della necessità di salvaguardare quanto rimaneva delle antiche paludi, ha portato alla creazione della Riserva Naturale della Diaccia Botrona, un simbolo, prima che una delle più importanti aree umide d'Europa.
All'ingresso della Riserva, la Casa Rossa Ximenes, icona del paesaggio maremmano: "Un capolavoro architettonico nato da un errore", racconta Lapo Marliani, guida dell'annesso museo: "Nel '700 si credeva che la Malaria nascesse dalla commistione di acqua dolce e salata, così venne realizzata questa struttura con delle chiuse per impedire che il mare risalisse il fiume entrando nella palude: opera inutile dal punto di vista sanitario, ma di grande bellezza".
La Diaccia Botrona, che accoglie migliaia di uccelli durante le migrazioni, è uno dei fiori all'occhiello del Comprensorio di Castiglione, dove lo sviluppo turistico si unisce alla conservazione della natura e che proprio per questo è stato premiato dalla Comunità Europea e riceve da anni le Cinque Vele da Legambiente.
Passeggiando lungo le spiagge bordate dalla macchia e dalle pinete, ammirando il mare e le scogliere verso Punta Ala (chiamata così da Balbo il trasvolatore che ne acquistò gran parte, prima si chiamava Punta Troia), o il castello delle Rocchette, potremo convincerci che Dante, se riscrivesse oggi la Divina Commedia, utilizzerebbe la Maremma non per l'Inferno, ma per il Paradiso.