Ultimamente, però, alla preghiera si sovrappone un suono decisamente più moderno, un suono che simboleggia la nuova direzione intrapresa da questa languida città di 400 mila anime: il rumore dei cantieri che tirano su edifici. Tantissimi nuovi edifici. Secondo l'Ente del Turismo del Qatar, sono oltre 100 i palazzi e le torri in costruzione a Doha, il cui modesto skyline è attualmente caratterizzato da una ventina di grattacieli. Le gru si stagliano nel cielo bollente. Scheletri di hotel, resort e centri commerciali circondano Doha Bay. E a ogni angolo una sinfonia di scavatrici scandisce il ritmo di una delle nazioni più ricche del pianeta (se si considera il prodotto interno lordo pro capite), una nazione che vuole diventare un epicentro commerciale e turistico di livello internazionale.
"Il Qatar sta cambiando rapidamente", sostiene Nick Bashkiroff, direttore allo sviluppo della United Development Company, la principale impresa edile del Paese, nel suo quartier generale affacciato sul Souk Waqif. Sulla parete della sala conferenze, due piani sopra l'ufficio di rappresentanza della Ferrari, è appesa una foto scattata dal satellite del megaprogetto che incarna le ambiziose aspirazioni del Qatar: la Pearl, un'isola artificiale di 4 milioni di metri quadrati del valore di 2,5 miliardi di dollari, che comprende alberghi a cinque stelle, un'area shopping di 184 mila metri quadrati e "beach club come quelli che potreste trovare nel Sud della Francia", tiene a precisare Nick Bashkiroff.
La Pearl, la cui prima fase dovrebbe partire nel 2007, è solo una delle tante attrazioni che sembrano apparire all'improvviso dalla lampada di Aladino. Così, quasi per magia, è comparso sulla spiaggia anche il Sharq Village & Spa, un resort di lusso che ricorda molto un'antica città araba. Ancora in un battibaleno si è materializzato lungo la baia il modernista Museo di Arte Islamica, progettato da I.M. Pei. L'ultimo sforzo della bacchetta magica? Il più grande shopping center del Paese, con dettagli che si rifanno al Rinascimento italiano e percorso da canali simil-veneziani.
Tanto fiorire di edifici e strutture dice chiaramente una cosa: che il Qatar sta capitanando un gruppo di nazioni del golfo verso il turismo globale, un mercato che vale mezzo trilione di dollari. Ma come mai queste piccole e conservatrici nazioni islamiche hanno improvvisamente deciso di corteggiare i vacanzieri di lusso, dopo decenni di indifferenza? La prima ragione va ricercata sotto terra. Dato che le riserve petrolifere stanno lentamente diminuendo, molte economie dipendenti dal petrolio si stanno dando da fare per diversificare i propri flussi di reddito.
La fonte d'ispirazione più immediata è il Paese dirimpettaio, l'ultima storia a lieto fine dell'industria del turismo: l'Emirato di Dubai. "Dubai è senza ombra di dubbio il faro dello sviluppo del turismo internazionale", sostiene James Wilson, chief executive della Dubai's Nakheel, una società per lo sviluppo del territorio di proprietà della famiglia reale dell'Emirato. Sorseggiando un cappuccino in un ristorante panoramico situato all'ultimo piano del Burj Al-Arab, l'hotel più alto e probabilmente più lussuoso del mondo, a James Wilson basta indicare il panorama circostante per chiarire il concetto, e una rapida occhiata al Golfo Persico lo conferma senza tentennamenti. A sinistra si estende il pomposo Palm Jumeirah, una vasta isola artificiale a forma di palma destinata a ospitare una trentina di hotel a cinque stelle. A destra si staglia il World, un arcipelago formato da centinaia di isole artificiali che disegnano la mappa della Terra. Grazie a questi e altri progetti oggi Dubai è letteralmente esplosa, e da zona arida e polverosa si è trasformata in un dinamico luna park globale, capace di attirare qualcosa come cinque milioni di turisti all'anno.
La "copia" in versione Qatar si chiama Tourism Master Plan, un'aggressiva strategia di edilizia e marketing che punta a lanciare il Paese sulla scena internazionale. Inaugurato con grandi squilli di tromba nel 2004, il progetto ha stanziato 15 miliardi di dollari per costruire hotel di lusso, creare musei e parchi a tema, ampliare la compagnia aerea di bandiera. Il suo obiettivo è quello di triplicare il numero dei turisti, arrivando, nel 2008, a ospitarne 1,4 milioni all'anno. Un obiettivo ambiziosissimo, se si pensa che oggi arriva qui soltanto una minuscola fetta del mercato turistico mondiale, circa lo 0,1%, stando alle cifre fornite dal World Travel and Tourism Council.
Grande un terzo del Belgio, con una popolazione di soli 885 mila abitanti, il Qatar è rimasto sostanzialmente chiuso su se stesso fino al 1995, quando l'attuale emiro Sheikh Hamad bin Khalifa al-Thani è succeduto al padre, basando la sua strategia di governo su obiettivi globali. Per esempio, la Qatar Airways si sta dotando di nuove rotte internazionali e sta triplicando la propria flotta, mentre sta per entrare in funzione un nuovo aeroporto da 5 miliardi di dollari, costruito per la nuova generazione di Airbus 380, per intendersi, quelli a due piani.
A dicembre gli occhi del mondo saranno puntati su Doha in occasione dei XV Giochi Asiatici, una sorta di Olimpiadi che vedono schierati gli atleti di 45 nazioni, pronti a darsi battaglia in 423 specialità. E poi Al-Jazeera, la tv araba con sede in Qatar che ha cambiato il modo di fare informazione, inizierà tra pochissimo a trasmettere in lingua inglese. Comprensibile quindi la corsa intrapresa dalle grandi catene, Four Seasons, Hilton e Marriott per invadere Doha di grandi alberghi: entro il 2009 ne sono previsti 40 nuovi di zecca.
La frenesia, a ben guardare, è più regionale che locale. Quasi tutte le nazioni del Golfo, infatti, stanno cercando di stare al passo. In Oman è in cantiere Blue City, una vera e propria metropoli turistica che ospiterà 250 mila persone, mentre anche il piccolo Bahrein sta provando a contrastare lo strapotere di Dubai a colpi di progetti turistici via via più numerosi. Per quanto Dubai rappresenti un concorrente ingombrante, l'esagerazione che ne caratterizza il turismo potrebbe rivelarsi una carta in più per i vicini. Le malelingue del Golfo considerano l'Emirato un po' come Britney Spears: grandi ambizioni ma poca raffinatezza.
"Sono in molti a chiedermi: che cosa vi rende diversi da Dubai?", racconta Jan Poul de Boer, chief executive dell'Ente del Turismo del Qatar. A Dubai, sostiene, "ogni mese spunta qualcosa di più grande, di più nuovo, di più straordinario. Dove andremo a parare? È un atteggiamento sostenibile? Non ne sono tanto sicuro. Con tutto il rispetto per Dubai, noi ci siamo imbarcati in un percorso diverso. Vogliamo diventare una destinazione più esclusiva". Per dirla con Nick Bashkiroff, della Pearl: "Se Dubai è Orlando o Las Vegas, allora potremmo dire che il Qatar è più simile a Palm Beach o Santa Barbara: cioè, più classe, più charme".
Una delle principali attrattive per i viaggiatori di alto livello, si augurano i funzionari del Qatar, sarà l'operazione di re-styling di Doha Bay. Se ora il lungo mare non offre granché oltre alle palme, entro la fine del decennio architetti di fama internazionale trasformeranno quei sei chilometri nella "mecca" del Medio Oriente in fatto di musei. Sospeso all'estremità di una strada lastricata, come un futuristico Mont St. Michel, il bianco edificio angolare di Pei ospita il Museo di Arte Islamica. Ancora più spettacolare sarà la postmoderna Biblioteca Nazionale del Qatar progettata da Arata Isozaki. E ancora, grazie anche all'ampliamento del Museo Nazionale, opera dell'architetto francese Jean Nouvel, Doha diventerà la sede di collezioni di livello mondiale.
Certo, in questa folle corsa per un posto al sole il Paese dovrà fare i conti con alcuni ostacoli: il clima, per dirne una. Sia quello atmosferico - d'estate le temperature superano i 40 gradi - sia quello religioso e politico. Al di fuori dei grandi alberghi per le donne c'è il velo, l'alcol è quasi introvabile e il rischio terrorismo, seppur moderato, esiste. Ma l'elemento più penalizzante rimane la pessima reputazione turistica del Qatar. La Lonely Planet, in passato, non era stata certo magnanima: l'aveva definito "il posto più noioso sulla faccia della Terra".
Sono in molti, però, a credere che quella fama abbia i minuti contati. "Doha è oggi quello che Dubai era sei anni fa", sostiene Eric Alund, direttore del Pearl Club, un nightclub aperto presso il Marriott. "Il concetto di nightclub", spiega questo svedese che ha lanciato locali come il China White di Londra e il Trilogy di Dubai, "è del tutto nuovo per la città". Eppure è un'idea che sembra voler prendere piede. Fuori dal locale, il parcheggio è ingombro di Ferrari, Hummer e Bmw. All'interno, ragazze libanesi e asiatiche ballano e ordinano maki roll al sushi bar. I barman si esibiscono in giochi di destrezza con le bottiglie, mentre uomini d'affari arabi discutono nella zona Vip con i secchielli dello champagne in bella mostra.
Pur ammettendo che il resto della vita notturna di Doha è piuttosto anemico, Eric Alund è convinto che in futuro andrà molto meglio. "Credo che fra un anno al massimo registreremo una vera e propria esplosione", confida, riferendosi agli hotel e ai resort a cinque stelle in costruzione. "Il potenziale è enorme, altrimenti non sarei qui: sarei a Dubai, e guadagnerei molto di più".