Ce n'è per tutti i gusti: salares o laghi salati dalle candide superfici increspate, su cui fenicotteri rosa sembrano danzare per noi; geysers fumanti che all'alba paiono magici giochi d'acqua; surreali valli lunari, ammorbidite da dune di sabbia dove brillano cristalli di gesso, come Swarovski; canyons dalle pareti rosate, perfetti per una carovana di cow-boys; letti di fiumi e torrenti con una verde moquette di bofedal (vegetazione muschiosa galleggiante) dove pascolano lama e vicunas; gole punteggiate da cardones, cactus giganti, come dita puntate verso il cielo; e bizzarre forme di roccia e sale che paiono sculture all'aperto.
In questa culla di civiltà andine scorrazzavano bande di cacciatori già 10.000 anni fa; e popolazioni che hanno lasciato rovine di villaggi antichissimi, affascinanti petroglifi e pitture rupestri e mummie, conservate nel piccolo Museo Archeologico del paese di San Pedro de Atacama (che ne custodisce più di 200). Un paradiso per i novelli Indiana Jones, dunque. Ma anche un nirvana per i "Siddharta del nuovo millennio", ovvero i cultori della New Age o chiunque cerchi una forma di spiritualità: qui palpabile nell'aria limpida e trasparente, un toccasana per lo stress metropolitano. Un'energia trasmessa senza filtri dalla madreterra o Pachamama (come la chiamano qui): che qui sembra parlarci in prima persona, regalandoci una vera catarsi.
Che questo fosse un posto speciale lo intuirono già le tribù nomadi che scelsero le oasi dell'Atacama come dimora permanente, dando origine, negli anni, alla Cultura atacamena, di cui sopravvive la lingua, il kunza (ovvero "di qui"). Gli Atacamenos ci sono ancora oggi, scampati alle decimazioni degli Inca e dei conquistadores spagnoli. Li si incontra, coi visi scuri e rugosi nascosti dai cappelli di feltro, a condurre greggi di lama per dirupi e vallate; o a coltivare campicelli di mais o quinoa, strappati alle scarpate rocciose.
I più giovani, in T-shirts alla moda, stanno alla cassa di boutique di artigianato, dietro i banconi di agenzie di viaggio, o nei nuovissimi Internet Cafés che spuntano come funghi a San Pedro e dintorni. Sono i "nuovi Atacamenos", quelli che, non senza resistenze, hanno abbandonato i vecchi costumi, per inserirsi nelle maglie della crescente industria turistica. Come Renée, 30 anni, figlio di pastori, cresciuto in una baracca di fango senza luce né acqua corrente, che oggi fa la guida turistica, studia l'inglese e sogna di girare il mondo. O César, 27 anni: che si ricorda come in Caracoles, la strada principale dello struscio dove gestisce Km Zero, Internet Point oltre che noleggio-biciclette, un tempo fra la polvere giocavano i ragazzini del paese.
Ce ne sono tanti come lui a San Pedro, il pueblo di un centinaio di anime a 2443 metri d'altitudine, sul lato nord dell'immenso Solar de Atacama, che è il fulcro socio-economico della regione. Di giorno, quando il sole non concede tregua, pare un paese fantasma, nelle cui strade di terra, fiancheggiate da case basse di adobe, (sistema costruttivo di paglia e fango tipico dei climi molto secchi) si aggirano cani randagi. Ma al calar del sole, quando la calura dà sollievo, e i turisti, riposati e rinfrescati, sbarcano nelle viuzze polverose, una nuova San Pedro prende vita.
Allora i battenti di legno dei negozi si aprono, e un'umanità colorata e vivace (c'è persino qualche Rasta locale) affolla le boutique di souvenirs, la piazza con la chiesa intonacata a calce, il piccolo mercato coperto coi tessuti tipici e i ponchos di alpaca; e la pletora di bar-ristoranti, dove la sera si beve Pisco & Coca attorno a scoppiettanti falò, fino alle prime ore del mattino.
Ci sono gli onnipresenti backpackers, dalle chiome sbiadite, gli shorts e lo zaino gigante, e una comunità cosmopolita di artisti, attratti dalle tante opportunità di ispirazione. E ci sono giovani yuppies "pentiti", già disillusi dalla società dei consumi: vengono qui a calibrare la propria esistenza. Prendono un anno sabbatico nella natura, e non riescono più ad andar via.
Come Alvaro, 29 anni, di Santiago, uno spilungone dall'aria nordica, laureato in amministrazione di impresa e professionista di pallavolo. È arrivato due anni fa, e oggi guida i turisti con perizia in spedizioni in luoghi remoti. "L'energia, qui, è molto forte", racconta, "C'è chi non regge, e parte dopo sei mesi. C'è chi come me, ne rimane stregato".
Come Romina, 28 anni, argentina, due enormi occhi verdi e uno sguardo aperto, alla Amélie: anche lei guida turistica, qui da quattro anni. Nella sua "vita passata" era pasticcera e sfornava deliziosi bigné in un caffé di Buenos Aires. "La vita frenetica della città, la mancanza di sicurezza mi aveva stancata", racconta. "Qui si può condurre sia una vita sana, tranquilla, e sportiva, che una vita sociale, e anche portare avanti una carriera. È un privilegio vivere qui".