Qui Melbourne
Massimo MorelloLa storia non è andata proprio così: il vecchio mondo appare incombente e l'Australia continua la sua corsa per sfuggire alle tensioni planetarie e stabilire un'identità nazionale sempre più forte. È una tendenza post-moderna, nel senso che non è un fenomeno residuale, non esprime il recupero di una vecchia cultura, ma si articola in forme più complesse, oltre quegli schemi che apparivano codificati nel resto del mondo, vecchio o nuovo che fosse. "Quando sei tagliato fuori dal resto d…
La storia non è andata proprio così: il vecchio mondo appare incombente e l'Australia continua la sua corsa per sfuggire alle tensioni planetarie e stabilire un'identità nazionale sempre più forte. È una tendenza post-moderna, nel senso che non è un fenomeno residuale, non esprime il recupero di una vecchia cultura, ma si articola in forme più complesse, oltre quegli schemi che apparivano codificati nel resto del mondo, vecchio o nuovo che fosse. "Quando sei tagliato fuori dal resto del mondo, le cose sono costrette a svilupparsi in modi interessanti", sentenzia John Slater, protagonista di My Life as a Fake, "La mia vita come un inganno", sottotitolato The Postmodern Prometheus, ultimo romanzo di Peter Carey, scrittore che continua a elaborare e dibattere il senso profondo dell'australianità.
A Melbourne le cose sono evolute in modo forse ancor più interessante, proprio nel contrasto con l'immagine di città e cultura tradizionalista, europea. Questo era, ed è tuttora, uno stereotipo profondamente radicato nel Paese stesso, giustificato dalle architetture vittoriane del centro, dai viali alberati, dai parchi, dall'impianto urbano sviluppato e finanziato durante la più grande e prolungata caccia all'oro australiana, iniziata nel 1851 e continuata sino ai primi anni del XX secolo. Una diversità culturale rispetto al resto dell'Australia di cui Melbourne faceva vanto per esorcizzare il complesso delle origini nazionali, quasi una presa di distanza da quella "Riva Fatale", poco a sud di Sydney, dove sbarcarono i primi deportati dall'Inghilterra, là dove "all the stuff start in Australia", è cominciato tutto.
Forse è per questo, quasi a volersi richiamare a una delle più classiche tradizioni britanniche, il Derby di Ascot, che la Melbourne Cup, la corsa di cavalli più antica e famosa d'Australia, è ormai divenuta una ricorrenza nazionale (si svolge il primo martedì di novembre) celebrata secondo tutti i crismi della più pura britishness, con un gigantesco picnic sul campo che fronteggia la pista e signore che sfoggiano i più eccentrici cappellini.
"Definire "europea" Melbourne è una forma di complesso che ci trasciniamo dietro. In realtà è la città più multiculturale del pianeta", puntualizzava però Sue Natrass, direttrice del Melbourne Festival, rassegna che richiama agli antipodi artisti di tutto il mondo. "Proprio perché siamo tanto lontani, chi invitiamo sono i migliori". Ma oggi, per un ennesimo ricorso storico, sembra cambiata anche questa percezione del multiculturalismo come elemento identitario. L'Australia non cerca più giustificazioni esterne alla propria cultura, ma la definisce in modo autonomo.
"Non mi è chiaro quello che è accaduto negli ultimi cinque anni: noi siamo cambiati perché il mondo è cambiato", dice Tony Wheeler, creatore delle Lonely Planet, le guide culto per i vagabondi indipendenti. La prima la scrisse nella cucina di un appartamento di Sydney. Oggi sovrintende alla pubblicazione di 650 titoli in 118 Paesi da una palazzina ristrutturata sui docks di Melbourne. Lui stesso, così come la sede della Lonely Planet - e il nuovo format delle guide, se è per questo - riflettono i cambiamenti avvenuti in Australia e la sua capacità di metabolizzare idee, tendenze e persone. "Arrivare qui è stato un caso. Poi ci siamo rimasti quasi senza rendercene conto. È un posto facile, un buon posto per lavorare, per vivere", asserisce Tony, ed è facilissimo dargli ragione, osservando lo scenario del porto di Melbourne oltre le vetrate della caffetteria all'ultimo piano, che funge anche da sala riunioni e "thinking room" per gli editor della casa editrice.
In questi rapidi cambi di contesto culturale e di scena urbana, Melbourne sta davvero trasformandosi nel simbolo di una nuova identità australiana, in un certo senso ancor più di Sydney, suo termine di confronto, in una rivalità antropologica paragonabile a quella che contrappone Milano a Roma. Certo, Sydney è benedetta dal clima e da uno straordinario scenario naturale. Ma proprio per ciò appare sempre più definita da un immaginario che sintetizza surf, culture e stile di vita laid back in un'ultima spiaggia planetaria (anche se i recenti disordini interrazziali, scoppiati nel dicembre 2005 sulla spiaggia di Cronulla, quella che per i Sydneysider è la più bella della costa, hanno infranto questo sogno).
Melbourne, invece, non è così evidentemente australe, non ha un impatto tropicale. Come dicono qui, con una punta di compiacimento, "puoi vivere le quattro stagioni in un sol giorno" e il mare appare lontano dall'orizzonte centrale, alla foce del fiume Yarra, in un contesto topografico quasi londinese. Il che spiega l'entusiasmo per la città manifestato sul finire dell'800 da visitatori britannici come lo scrittore Anthony Trollope. Questo spiega anche l'idea di una città meno "energetic" - sempre rispetto agli standard australiani - in cui non si manifestano segni di quella "hoon culture", che nello strine, lo slang australiano, definisce la cultura di chi crede che la forza fisica sia una dimostrazione di australianità.
Nel secondo caso non si tratta di una carenza, bensì di un'evoluzione sociologica, determinata proprio dalle radici multiculturali di Melbourne, che dovrebbe preservare la città dal cultural clash che alcuni osservatori prevedono in seguito alle prossime ondate migratorie e in reazione all'impegno australiano su molti teatri (in Iraq come a Timor Est). Nel primo caso, invece, si tratta di una differenza di percezione provocata proprio dalla morfologia geografica.
Ma basta spostarsi a St. Kilda, il quartiere sul mare più frequentato, e passeggiare lungo l'Esplanade per ritrovarsi tra piste di jogging, bike, roller, in uno scenario che sembra fondere le suggestioni di Ocean Drive a Miami e della Promenade des Anglais di Nizza. Scorrendo ancora lungo il grande arco che disegna Port Phillip, l'immenso golfo che si apre di fronte alla città e sfocia nello stretto di Bass (tra Australia e Tasmania), si apre uno dei più spettacolari campi di regata del mondo, mentre i surfer trovano i loro luoghi di culto a ovest, a Bells Beach, dove si svolge la Rip Curl Pro, uno dei massimi eventi della tavola da onda. Ancora a ovest, infine, ad Apollo Bay, si può imboccare Great Ocean Walk, un percorso di trekking di 91 chilometri (aperto a gennaio 2006) a picco sul mare e tra le foreste.
Ma è nella struttura urbana, in continuo divenire negli ultimi sei anni, che Melbourne manifesta il suo più interessante e originale sviluppo. Ne è segno evidente Federation Square, realizzazione pressoché unica al mondo, i cui lavori sono iniziati nel 2000 e conclusi nel 2002. Occupa lo spazio di un intero isolato, delimitato dal fiume Yarra e dalle tre vie maggiori (Swanston, Flinder e quella Russell Street in cui campeggiava il murale del nuovo millennio) che rappresenta il nuovo baricentro metropolitano: punto d'incontro, divertimento, cultura. L'impostazione è stata definita, ancora una volta, "europea" semplicemente perché è un complesso di edifici multifunzionali (ristoranti, musei, sale d'esposizione e concerti) che integra un'enorme piazza - elemento urbano anomalo per gli antipodi - che per il suo andamento a conchiglia qualcuno azzarda a paragonare alla senese Piazza del Campo. In realtà con i suoi palazzi a pannelli di arenaria, zinco e vetro montati su un complesso reticolo di moduli triangolari che formano facciate a frattali, Federation Square è un impianto strutturale futuristico che contraddice tutti i classici stilemi europei e si pone piuttosto come modello autonomo, quasi definibile "australe". Altro nuovo punto cospicuo è il Melbourne Museum, il più grande complesso museale di tutto l'emisfero sud, nonché uno dei più avanzati del pianeta, ostentatamente aperto prima delle Olimpiadi di Sydney, un edificio di sei piani (di cui tre sotterranei) nei centrali Carlton Gardens, uno dei cuori verdi di Melbourne, dalle strutture classico-moderniste. Ospita venti esposizioni permanenti dedicate a ogni possibile aspetto della cultura, dell'arte, della storia, della natura australiana, con una sezione aborigena (la Bunjilaka Exibit) che rappresenta, almeno in parte, una sorta di risarcimento nei confronti dei nativi. Un'attenzione, per altro, in linea con la tradizione di collezionisti e studiosi che ha fatto di Melbourne uno dei centri della rinnovata aboriginal art e di cui era testimonial una colta signora di origini italiane, Gabrielle Pizzi, titolare di una delle gallerie più quotate a livello internazionale (www.gabriellepizzi.com.au). Scomparsa lo scorso anno, questo ricordo le è dovuto.
In un tale contesto, soprattutto nella prospettiva di definirsi quale polo turistico-culturale d'Australia, Melbourne punta sui cosiddetti fashion conscious, che qui continuano a trovare nuove suggestioni ultra-hip: alberghi, ristoranti, showroom. Attenzione, però, nel rincorrere le attrazioni di tendenza non bisognerebbe dimenticare le più tradizionali: dai bar di Fitzroy, quartiere dov'è possibile ritrovare le atmosfere del village newyorchese anni '80, ai locali in centro modellati sullo stile della café society, sino agli straordinari Botanical Gardens, che fondono giardini all'inglese con macchie di foresta tropicale e spazi zen.