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Itenerario - Trieste (Italia)

Trieste ciak si gira

Il racconto di Giuseppe Tornatore che ha finito di girare il suo ultimo film "La sconosciuta", in uscita nelle sale. La scoperta dei luoghi classici e di quelli meno noti: una città dalle mille sorprese

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Rimasta precocemente vedova, la signora Silveria Zuppin ha trovato una ragione di vita sui set cinematografici di Trieste camuffandosi con sempre più sicuro mestiere da distinta borghese e da vecchia barbona. L'ultima volta, però, che delusione! Per ragioni assicurative la produzione della "Sconosciuta" di Giuseppe Tornatore non scritturava nessuno che avesse più di settant'anni e lei ne ha ormai settantacinque.

Settanta euro al giorno compresi gli straordinari. Quella del figurante è diventata una concreta opportunità di lavoro e di svago per molti triestini, medici e operai, casalinghe, studenti e tutti quegli arzilli pensionati (il più presenzialista è il signor Nereo Zannier, classe 1910) cui non bastava più la lettura del "Piccolo" per riempire le lunghe giornate al caffè: da quando, venticinque anni fa, Novella Castelli, attrice allo Stabile di Trieste, notando il proliferare dei set cinematografici ad ogni angolo della sua città, decise di fondare con il marito Dino un'agenzia di casting per le comparse locali; che oggi nella città multietnica sono più di millecinquecento, a giudicare dal variegato catalogo della ditta.

Quattrocentocinquanta concittadini di Svevo e di Saba appariranno orgogliosamente, anche solo per pochi secondi, nell'ultima, prestigiosa pellicola girata nella loro terra: dieci settimane di lavorazione negli ultimi mesi dello scorso anno per "La sconosciuta", che il regista Giuseppe Tornatore ha voluto immersa nei suoi colori invernali. "Le albe e i tramonti di Trieste non li ho visti da nessun'altra parte, L'architettura è straordinaria. E' una città che non è del tutto Italia, ma neanche del tutto 'non Italia', una specie di limbo geografico e stilistico".

Trieste città cinematografica, dalle colline del Carso alle acque del Golfo che quasi lambiscono le rive. La prima immagine della memoria è la sequenza iniziale di "Senilità" di Mauro Bolognini (1962), con la figura chiara di Claudia Cardinale, Angiolina sveviana con caschetto di capelli corvini alla Louise Brooks, che ci viene incontro a fianco del suo amante camminando sul pavimento livido del Molo Audace, la porta sul mare del capoluogo giuliano e set-simbolo della città prediletto da molti registi. Tra questi, Peter Del Monte che nell'87 vi girò alcune scene di "Giulia e Giulia". Accanto al Molo, detto Audace dal nome dell'incrociatore che portò i primi bersaglieri il 3 novembre del '18, ecco la Stazione Marittima, capolavoro degli anni Trenta ora trasformato in centro congressi: nel "Padrino parte seconda" di Coppola (1974) diventa Ellis Island, dove sbarca Vito Corleone bambino.

Dall'altro capo delle rive e lasciandoci alle spalle la fotografatissima Piazza Unità (dove si ritrovano persino Mastroianni e Gassman segnati dal tempo nei panni dei "Soliti ignoti vent'anni dopo" di Amanzio Todini , 1985) la Stazione Ferroviaria di Campo Marzio è una suggestiva location per ambientazioni d'epoca. Qui Sandro Bolchi ha girato nel '73 "Anna Karenina", con Lea Massari che nella finzione televisiva si buttava sotto il treno nella stazione di Mosca. Prezioso esempio di architettura Liberty, da cui partivano i treni per l'Istria e quelli per l'Austria e la Baviera, la vecchia stazione oggi compie cent'anni ed è sede di un magnifico Museo Storico Ferroviario (attualmente minacciato da un temuto cambio di proprietà) che sui binari espone undici locomotive a vapore e una piccola collezione di motrici della Trieste -Opicina, la trenovia nata nel 1902 (e tuttora funzionante) per collegare la città al Carso.

Sul "tram de Opcina" che sale verso l'altopiano e il Golfo che sbuca dal finestrino si svolge una scena tra i due protagonisti di "Un anno di scuola", uno dei film più triestini della storia del cinema per trama e ambientazione, dove il paesaggio del Carso appare in tutta la sua intatta bellezza.

Tratto dal romanzo di Giani Stuparich (1913. Una ragazza di origine viennese per poter frequentare l'università si iscrive al ginnasio maschile), "Un anno di scuola" è firmato da Franco Giraldi, nato a Comeno-oggi Komen, Slovenia - e nostalgico dei rigidi inverni su quelle colline, anche se arrivato a un momento in cui sul Carso serviva la neve è dovuto andare a cercarla a Piancavallo, nelle montagne del Friuli. Era il 1976 e Giraldi faticò non poco a ricostruire la Trieste d'epoca. "In una passeggiata in Piazza Unità i due attori sono inquadrati dal basso per non vedere le macchine e le insegne moderne; in compenso risalta il disegno delle finestre, icona del passato asburgico. Impossibili i campi lunghi, per questa ragione nel film non ci sono comparse".

Nelle prime inquadrature di "Un anno di scuola" la protagonista sfida la paura e il biasimo delle amiche inerpicandosi sulla roccia. Siamo tra Prosecco e Opicina, su quella sensazionale Passeggiata Napoleonica (oggi meta di rocciatori) che fu costruita dall'esercito di Bonaparte, come sancisce uno stemma inciso nella parete a ridosso del sentiero che fa da cornice a una spettacolare veduta sul mare, fino all'Istria da 250 metri d'altezza. L'ultimo regista che ha girato quassù, nel 2002, è Ferdinando Vicentini Orgnani con il suo "Ilaria Alpi": nella scena del posto di blocco la Napoleonica fungerà da sentiero della Croazia.

Nei giardini dell'Ospedale Psichiatrico sede della rivoluzione manicomiale di Franco Basaglia si svela il segreto della schizofrenica Ornella Muti: "La ragazza di Trieste", di Pasquale Festa Campanile, 1982. E oggi i responsabili della dinamica Film Commission del Friuli Venezia Giulia attendono la troupe dell'israeliano Amos Gitai che nel gennaio prossimo utilizzerà come set nel solo, tragico modo possibile l'ex campo di concentramento e oggi monumento nazionale della Risiera di San Sabba.

Ma questa città ciclotimica dove la bora condiziona l'umore e anche l'andatura frenetica del dialetto, come ci fa notare l'istriana Annamaria Percavassi, direttrice della diciottenne rassegna dei paesi dell'est "Trieste Film Festival", è essenzialmente un "non luogo" del cinema: così è apparsa al primo sguardo del regista siciliano Giuseppe Tornatore e in questo senso continua ad affascinare Sergio Grmek Germani, massimo studioso del tema Trieste- cinema. "Nonostante l'innegabile bellezza anche visiva, e benché questa bellezza abbia lasciato delle tracce nel cinema, il rapporto col set è contraddittorio e fatto di paradossi; è il caso di "Senilità" di Mauro Bolognini, da Svevo, che per un soffio non ha portato il regista a Venezia e che invece è stato girato in una Trieste molto reinventata nella sua topografia. C'è anche il paradosso del maggior cineasta triestino, Giacomo Gentilomo, che mai ha voluto girare niente a Trieste e nemmeno tornarvi pur portandosela ferocemente dentro".

"Non ho bisogno di andare a Trieste perchè io sono sempre a Trieste": anche il grande Tullio Kezich un giorno e chissà quale ha abbandonato la sua città. "Ci torno ormai solo per andare in ospedale, ai funerali e al Teatro della Contrada per le prime delle mie commedie". Il futuro critico e scrittore fa il suo debutto nel mondo del cinema come segretario di produzione in quell'epocale "Cuori senza frontiere"(1949) di Luigi Zampa, con Raf Vallone e la Lollobrigida (ma Kezich vi compare in un cameo come ufficiale sovietico, e il suo collega Callisto Cosulich come ufficiale tedesco) che racconta di un gruppo di bambini in un paese del Carso diviso in due dopo la seconda guerra mondiale. Sulla collina di Monrupino e a Santa Croce dove il film fu girato l'accoglienza non fu delle migliori: "I comunisti sloveni esortavano i contadini a ribellarsi, dicevano che era un film trionfalistico, e invece era solo ingenuo e buonista; ci hanno anche presi a sassate, ma io il cinema l'ho imparato lì.

Facevo il casting delle comparse chiamando a raccolta tutti gli amici delle filodrammatiche locali che erano bravissimi ma non potevano fare gli attori di professione perché era ancora l'epoca in cui per fare teatro bisognava" farsi il guardaroba", e non c'erano i soldi. Dovevo tenere a bada dieci ragazzini, c'era anche Enzo Stajola che veniva da "Ladri di biciclette", era un inferno, e ancora adesso mi sento male quando vedo film coi bambini: una volta che c'era uno che faceva casino l'ho fatto prendere dai macchinisti e legare a un albero".