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Cinema - San Francisco (California)

Sulle strade di Chinatown

Un dedalo di viuzze che si intrecciano intorno a Grant avenue e Stockton street, le due arterie principali di questa città nella città. Un caleidoscopio di lanterne rosse e stucchi dorati, Buddha di plastica e insegne luminose che ha incantato gli occhi di milioni di turisti e sedotto la macchina da presa di registi americani ed europei

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L'autobus è di quelli turistici, col tetto scoperto. Sopra, le macchine fotografiche scattano inseguendo il brulichio del quartiere e la voce della guida, al microfono, cantilena con un accento che inclina a Oriente: "Molto tempo fa, un gruppo di cinesi in preda alla febbre dell'oro arrivò in California lasciando a casa mogli e figli per lavorare alla costruzione della ferrovia transcontinentale.
In seguito fecero arrivare anche le loro famiglie, perché li aiutassero a costruire la magnifica Chinatown". Stacco. La musica sale, la voce si perde tra rumori della città e, mentre l'autobus scompare alla vista, l'inquadratura si allarga scoprendo il Dragon Gate: benvenuti a Chinatown, San Francisco.

Il film , "Grosso guaio a Chinatown" di John Carpenter, è del 1986, ma il quartiere - 24 affollatissimi isolati proprio nel cuore della città californiana - è lo stesso dove, fin dal 1850, vive il più antico insediamento cinese d'Occidente.
Un dedalo di viuzze che si intrecciano intorno a Grant avenue e Stockton street, le due arterie principali di questa città nella città, in un caleidoscopio di lanterne rosse e stucchi dorati, Buddha di plastica e insegne luminose che ha incantato gli occhi di milioni di turisti e sedotto la macchina da presa dei grandi registi.

Dalla prima traccia di pellicola - datata 1897, anno in cui uno sconosciuto cineasta documentò l'arresto di un immigrato clandestino all'affollato incrocio tra Washington street e Ross Alley - è passato più di un secolo, durante il quale la Chinatown di San Francisco è stata, sul grande schermo, teatro degli incubi di Carpenter e delle fughe di Orson Welles, degli epici affreschi di Wayne Wang e delle fratture socio-culturali di Spike Lee.
Corrotta e violenta, esotica e impenetrabile o avvolta dal fumo dell'oppio e dagli aromi delle spezie, la Chinatown cinematografica è luogo di intrighi e apparizioni, conflitti ancestrali e scontri generazionali.

Ma se all'autobus del "Grosso guaio" di Carpenter basta una svolta a destra, da Grant avenue a Sacramento street, - per rischiare una collisione con il camion dell'ant)eroe Jack Burton, o per ritrovarsi, curvando da Grant verso gli ombrosi vicoli di Waverly place, tra i fendenti di una gang di tagliagole, nel quartiere che dalla collina di Telegraph Hill scende morbidamente fino a Union square può invece capitare di perdersi inseguendo i profumi delle cucine di centinaia di ristoranti, comprando gadget tecnologici e abiti di seta, o facendosi ipnotizzare dal ritmo lento del t'ai chi "danzato" dagli anziani nelle piazze.

Interamente ricostruita dopo il disastroso terremoto del 1906, la Chinatown odierna è il misto di architettura eduardiana e dettagli cinesi, edifici bassi dalle tinte pastello e rossi tetti a pagoda, che già compariva, nel bianco e nero del 1947, ne "La Signora di Shanghai" di Orson Welles.

Negli stropicciati panni del marinaio Michael O'Hara, Welles attraversa Union square e si arrampica lungo Grant avenue fermandosi, all'incrocio con Pine street e poi, più in alto, con Jackson, indeciso su che direzione dare alla sua fuga, mentre invisibili occhi a mandorla sembrano spiarlo attraverso le vetrine.
E proprio a Chinatown, nascosto in un fumoso teatro, Welles scoprirà, sulle note dell'opera di Pechino, il lato oscuro della biondissima Rita Haywarth.
Prima di lui, già William Wellman aveva fotografato il quartiere in tutte le sfumature del grigio in "Chinatown nights" (1929), in cui la regina del muto Florence Vidor perdeva tutto per amore di un boss della mafia tong e finiva a vagare per le strade che incrociano Grant avenue: un luogo ideale per cinematografici smarrimenti, visto che, quella che è oggi la principale strada turistica del quartiere, era in origine una sfilza di bordelli, case d'oppio e bische controllate dalla malavita locale.
Bisogna aspettare il 1972 perché la piccola Cina californiana mostri tutti i suoi colori sul grande schermo, in una vera e propria esplosione. Fuochi d'artificio e addobbi di carta, sete colorate dei costumi tipici e facce sorridenti della folla riunita per la sfilata del Capodanno, scorrono rapidissimi davanti agli occhi sgranati di Barbra Streisand, coinvolta in una rocambolesca discesa in bicicletta da California street fino al mare della baia nel finale di "Ma papà ti manda sola?" di Peter Bogdanovich.
Dieci anni più tardi, le lanterne rosse tornano in bianco e nero, ma, in "Chan is missing" di Wayne Wang, Chinatown acquista, per la prima volta, tutte le sfumature di una terra di confine su cui si consuma un quotidiano scontro tra culture, tra differenza e integrazione, tradizione e innovazione.

Nelle pieghe di una detective story (ispirata ai film di Charlie Chan, molti dei quali ambientati a Chinatown) che vede due tassisti sinoamericani andare alla disperata ricerca di un amico fuggito con i soldi della loro licenza, il regista racconta, portando i suoi protagonisti dentro e fuori le botteghe di Grant o nella semioscurità dei locali di Jackson street, le contraddizioni di un luogo crocevia di lingue - cantonese, mandarino e vietnamita - e storie diverse.
Lontano da ogni stereotipo cinematografico sugli asiatico americani, il cinema di Wang riscopre Chinatown lungo il filo di una riflessione su ciò che significa "casa" per una comunità di immigrati in cui la volontà di radicamento sul suolo americano è forte quanto l'attaccamento alle proprie radici, tra cui il cinese degli anziani che giocano a mah-jong in Portmouth square si mescola al californiano dei loro nipoti che ascoltano l'hip pop sulle panchine.

Ed è proprio l'ingresso della giovane June nel circolo di mah-jong (gioco popolarissimo in Cina, che ricorda il nostro domino) delle amiche della madre appena morta ad aprire le porte - ne "Il circolo della fortuna e della felicità" di Wang - al racconto di due generazioni di donne, dalla Cina di inizio secolo alla San Francisco dei giorni nostri. Chinatown - con i negozi di spezie e le botteghe di barbiere di Commercial street, le onde d'asfalto delle vie che scendono a valle e il groviglio di vicoli di Waverly place - appare allora dalle finestre delle loro case, sullo sfondo delle loro storie, come il luogo della possibilità e del riscatto, dove le madri venute dall'altra parte dell'oceano sognano un mondo nuovo per le loro figlie, in cui crescere "così sazie da non ingoiare dispiaceri".
Il ricordo della povertà e la memoria del rifiuto - nel 1882 il governo americano emanò il Chinese exclusion act, prima legge sull'immigrazione dedicata a un singolo gruppo etnico, limitando l'acceso agli Usa ai soli uomini single - animano queste madri premurose e terribili e trasudano nelle vite delle loro giovani figlie americane, nate "straniere" ma con alle spalle una storia già lunghissima.

Oggi, ogni sabato, le donne si affollano ancora per compare lychees e durian al mercato notturno di Portsmouth square, le centrifughe di centinaia di lavanderie a gettoni continuano ogni giorno a girare e sull'arco del Dragon Gate quattro ideogrammi continuano a recitare Xia tian wei gong (Vivere significa fare il bene comune), ma, intanto, McDonald's ha piantato la sua insegna (scritta in caratteri cinesi) su Grant avenue e una nuova generazione di sinoamericani è cresciuta.
Il quartiere terrorizzato da Bela Lugosi in "Shadows of Chinatown" ha cambiato pelle e ha oggi tutt'altri fantasmi: sospeso tra identità diverse, è un territorio dall'incerta geografia culturale nel quale, al di fuori delle rotte quotidianamente battute dal turismo di massa, i sinoamericani coltivano il legame con le loro radici, in un difficile equilibrio tra memoria e autoghettizzazione. "Vuoi dimenticare da dove vieni? Vuoi dimenticare chi sei? C'è già troppa gente in questo paese che lo dimentica", dice il giovane cinese Lincoln ai suoi fratelli minori in "Sucker free city" di Spike Lee, film del 2003 con cui il regista newyorkese si confronta con le tensioni razziali di San Francisco.
E, mentre i nuovi flussi migratori creano nuove osmosi con la Cina e ulteriori commistioni etniche (sono sempre più i coreani, i thailandesi e i laotiani che arrivano nel quartiere) innescano inaspettati confronti, Lincoln continua la sua strada in bilico tra passato e futuro, integrazione e emarginazione, Oriente e Occidente.