Viaggi

Isole - Samoa (Oceania)

Alla ricerca degli ultimi paradisi

Savai'i e Upolu sono le due isole di questo piccolo eden nel Pacifico meridionale. Sono anche una minuscola, curiosa monarchia costituzionale.
In queste pagine il racconto di un medico-viaggiatore che nel 1977 vi si stabilì, per aiutare la popolazione locale attraverso il suo lavoro

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Al bar dell'Aggie Grey's servono ancora gli aperitivi come ai tempi di Gary Cooper, William Holden e Raimond Burr, quando le star di Hollywood venivano qui per girare film esotici tratti dai libri di Maugham e Michener. I saloni dell'hotel conservano un certo fascino. Alle pareti molte fotografie con militari americani sbarcati a Upolu durante la seconda guerra mondiale. Questo è l'hotel più chic di Apia e delle Samoa. L'ha creato Aggie Grey, figlia di un farmacista inglese migrato nei Mari del Sud. Aggie è morta nel 1988 all'età di novant'anni, ma nel Pacifico è ancora una leggenda. Il governo di Samoa le ha dedicato anche un francobollo.

Dalle finestre dell'Aggie Grey's si può vedere il porto di Apia, dove il mattino del sette dicembre 1889 fece il suo ingresso l'Equator, uno shooner che portava Robert Louis Stevenson sull'isola. Qui si fermò per sempre. Oggi Stevenson è sepolto in cima al monte Vaea, alle spalle della città. A Vailima la sua casa, divenuta museo, è circondata da un vasto prato bordato di fiori, un'immensa terrazza sul Pacifico.

Sono già stato a visitare tutti i luoghi di Stevenson e da qualche giorno sto seguendo le tracce di un italiano che è vissuto a lungo a Samoa. Qui al bar dell'Aggie Grey's chiedo a un cameriere notizie del dottor Caffarelli. Mi dice che è tornato in Italia da qualche anno, ma sull'isola di Sawaii c'è il Si'ufaga Beach Resort, dove posso trovare qualcuno della famiglia.

Due giorni dopo mi imbarco per Sawai'i. Il traghetto parte da Mulifanua, sulla punta Est di Upolu. Appena staccati dal molo vedo Manono e Apolima, due piccolissime isole con palme, spiaggette e quattro capanne. Sono i luoghi che si immaginano quando si sogna una fuga d'amore. Dopo un'ora e mezzo approdiamo a Sawaii, più grande ma meno abitata di Upolu. È un'isola molto primitiva. In pochi chilometri si arriva al Si'ufaga Beach Resort, l'hotel che Caffarelli ha costruito per i suoi dieci figli. I bungalow, molto confortevoli, sono immersi in un prato che dà su una spiaggia deliziosa. Un cameriere mi ripete che il dottor Caffarelli è tornato in Italia con la moglie e sette dei suoi figli. Purtroppo nessuno dei tre rimasti qui è presente. Decido di fare un bagno e di pranzare sul terrazzo al primo piano del Parenzo's Bar & Restaurant. Tutto è molto curato, nel menù c'è anche qualche piatto italiano, ma soprattutto lì c'è l'unica macchina per caffè espresso del Pacifico. Riparto per visitare Sawaii.

Nel frattempo raccolgo altre notizie su Caffarelli. È duca, discende da un'antica famiglia della nobiltà romana. Tra i suoi avi ci sono crociati, condottieri, consiglieri di papi, mecenati. Ha un palazzo in via Condotti, ma lui è scappato ai tropici per quarant'anni, a fare il medico.

L'incontro con Parenzo Caffarelli detto Peter avviene nel cuore di Roma qualche settimana dopo il mio rientro dalle Samoa. Mi riceve con molta cortesia all'ingresso di casa, nel suo palazzo di via Condotti. Mette subito da parte i titoli e mi chiede di dargli del tu. È un uomo di ottant'anni, minuto, con due ciuffi di capelli bianchi ai lati della testa. Mi porta dentro una grande stanza con dipinti del Seicento che ritraggono i suoi antenati. In un angolo c'è un pianoforte a coda, un salottino di poltrone e vari mobili antichi. C'è poca luce nella stanza. "I miei occhi non funzionano bene", dice accompagnandomi a un divano.

Comincia il racconto della sua vita. Si è laureato in medicina nel 1949, ha esercitato in qualche ospedale di Roma, ma la carriera medica non lo interessava. E i suoi privilegi gli sembravano una limitazione della libertà. "Io non sopportavo i rapporti costruiti", dice, "anche con le donne cercavo un rapporto spontaneo, naturale, non viziato da calcoli e convenienze. Cose che non potevo trovare qui in via Condotti".

Andò a fare il medico in Nigeria, poi per Sumatra e nel Borneo.
"Nel Sessantasette mi trovavo a Tonga, dove non mi lasciavano esercitare la professione. Su un giornale americano vidi una classifica dei Paesi in base al reddito pro capite. Andai a guardare in fondo, l'ultimo era Samoa. Decisi di andare a Samoa. Lì mi accorsi che in queste classifiche gli economisti non tengono conto di molti fattori, come il reddito che la natura distribuisce gratuitamente..."

Alle Samoa, Caffarelli si è fermato trent'anni a fare il medico. Racconta con passione le sue vicende a Siufaga.
"Un caso che mi è rimasto impresso fu un bambino che mi portarono con la testa sfondata, privo di coscienza. Gli era caduta una noce di cocco dall'alto. Io non avevo attrezzi adatti. Mandai a prendere un cacciavite da un falegname e facendo leva rialzai meccanicamente il disco osseo che si era abbassato premendo sulla materia grigia, qualche minuto dopo il ragazzino era cosciente e parlava. Mi sembrò un miracolo... Ricordo casi drammatici di pescatori a cui ho dovuto amputare una mano o un braccio perché pescavano con la dinamite. Ma c'erano grandi soddisfazioni... Un giorno mi portarono una donna che doveva partorire, il medico locale disse che il bambino era morto e bisognava salvare lei. Riuscii a estrarre il bambino e mi accorsi che era ancora vivo. Gli feci mettere l'ossigeno. Dopo dieci minuti lo sentii piangere... Vent'anni dopo venne in ospedale un ragazzotto robusto che mi disse: Io sono Peter. Mia madre mi ha chiamato come lei perché mi avevano dato per morto e lei mi ha salvato. L'ho abbacciato con un nodo in gola..."

Dopo due ore di racconti scendo in via Condotti. Si sono accese già le luci della sera. Le vetrine scintillano, le commesse tornano a casa, i manichini strizzano l'occhio, i prodotti danzano, gli stilisti lottano per un centimetro in più di vetrina. Guardo su alle finestre del dottor Caffarelli illuminate da una luce fioca e tento di immaginarlo sulla spiaggia abbagliante di Siufaga. O sulla terrazza del Vaisala Beach, dove la padrona del ristorante, con 40 chili in più di quelli consentiti in via Condotti, si scatena in danze senza complessi e senza pudori.