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La gran Via

La strada più "ricca" della capitale spagnola: negozi, ristoranti, cinema, musei, alberghi, pub. Il regno del divertimento, dello shopping e della cultura
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Madrid, 1906. Spianati 44 lotti di terreno. Demoliti 312 palazzi. 9 chilometri di marciapiedi in pezzi. 25.000 metri quadrati di selciato distrutti. Non è un bollettino di guerra, ma l'elenco dei lavori preparatori la realizzazione della colossale strada che, terminata nel 1929, rivoluzionò l'aspetto urbano della città. L'entrata della capitale spagnola nel nuovo secolo avveniva attraverso l'ideale arco di trionfo della Gran Vía, tracciata tra la Calle Alcalá e la Plaza de España.

Secondino Zuazo, Pedro Muguruza, Crispulo Moro e Jacinto Guerrero erano tra gli architetti incaricati di costruirla, conducendo la capitale spagnola verso una modernità che s'annunciava, allora, carica di promesse: delle tre invenzioni per le quali il Novecento merita d'essere ricordato - il fascismo, il comunismo e il cinema - le prime due, tragiche, erano ancora di là da venire. Un'avenida monumentale cambiava volto alla città ottocentesca e di…

Madrid, 1906. Spianati 44 lotti di terreno. Demoliti 312 palazzi. 9 chilometri di marciapiedi in pezzi. 25.000 metri quadrati di selciato distrutti. Non è un bollettino di guerra, ma l'elenco dei lavori preparatori la realizzazione della colossale strada che, terminata nel 1929, rivoluzionò l'aspetto urbano della città. L'entrata della capitale spagnola nel nuovo secolo avveniva attraverso l'ideale arco di trionfo della Gran Vía, tracciata tra la Calle Alcalá e la Plaza de España.

Secondino Zuazo, Pedro Muguruza, Crispulo Moro e Jacinto Guerrero erano tra gli architetti incaricati di costruirla, conducendo la capitale spagnola verso una modernità che s'annunciava, allora, carica di promesse: delle tre invenzioni per le quali il Novecento merita d'essere ricordato - il fascismo, il comunismo e il cinema - le prime due, tragiche, erano ancora di là da venire. Un'avenida monumentale cambiava volto alla città ottocentesca e diventava il cuore della vita e degli affari, la Broadway madrileña: negozi, uffici, palazzi avveniristici, e soprattutto cinematografi, degni di un'epoca in cui all'ultimo spettacolo si andava in tenue de soirée. Sontuosi, di un barocco sfrontato e senza mezze misure, con balaustre, colonne e scalinate di marmo italiano, soffitti dipinti, palchi drappeggiati, lampadari di cristallo di Boemia.

Anni dopo, Luis Buñuel, che li detestava, davanti a quelle facciate di granito affrettava il passo verso la terrazza del Plaza, le copas del Museo Chicote e la compagnia attorno ai tavoli di Viva Madrid. Oggi il bar in cima all'hotel prediletto da Don Luis è chiuso, Viva Madrid è una discoteca e il Museo Chicote - che non è una galleria d'arte né uno spazio espositivo, bensì il più celebre cocktail-bar della città - è sempre meno il ritrovo dell'intellettualità madrileña. La sindrome da multisala ha contagiato i cinema della Gran Vía, che si sono adeguati alle nuove esigenze conservando sdegnosamente, sotto la tutela delle Belle Arti spagnole, i décor fastosi e gli arredi abbaglianti; soltanto i cartelloni dipinti a mano (che, quasi un secolo fa, annunciavano pellicole come La piedra maldita o El misterio del cuarto amarillo) non ci sono più.

Nonostante l'età, la Gran Vía mantiene il fascino di una signora non più giovanissima, ma di rango e di classe. Non è soltanto una voce della toponomastica locale: è un distillato della storia, della vita, delle abitudini di un secolo di società madrileña. Un binario di marciapiedi in parata tra architetture maestose, l'icona di una Madrid tutta da passeggiare, un viale regalato al vagabondaggio del turista un po' flaneur, una strada che non appartiene a nessun quartiere: la Gran Vía è una città nella città. Le poltrone dei lustrascarpe, specie altrove estinta, vi convivono con gli uffici delle società d'affari, le tiendas dello shopping commerciale con le vetrine degli stilisti alla moda, i bar de tapas con i mercati multietnici, le librerie internazionali con i centri benessere degli alberghi, i piercing e i tatuaggi con il lifting, i jeans con i mantelli dei caballeros, il pret-à-porter con i colli di visone, le vetrine pacchiane con lo sfarzo dei cinema storici.

La mattina, sulla Gran Vía, il traffico da autostrada non è ancora del tutto impazzito e i suoi fumi azzurrini svaporano nella luce tersa dell'autunno madrileño; è il momento di vagabondare in mezzo ai palazzi colorati, decorati, cesellati, intarsiati nelle forme di un barocco pomposo, appena addolcito da ghirigori déco, arabeschi art-nouveau e arzigogoli liberty. Dietro le vetrine, mille pretesti per estrarre la carta di credito: le coloratissime tee-shirt di Paramita, le scarpe un po' folli di Ulanka, gli elaborati fermagli in osso e strass per serrare le capigliature delle ballerine di flamenco nei quali è specializzata la storica profumeria Ysusi. E sull'adiacente calle de Fuencarral, i capi femminili in lino, tra l'hippy e l'elegante, di Hoss Homeless, le borse trendy di Vas, le esuberanti giacche di Desigual, le classiche polo dello stilista galiziano Adolfo Dominguez, le candele d'arredo di Velas de la Ballena, i gioielli etno-tribal di Reggy Design o di Claudia Lira, in vendita all'interno del centro commerciale Mercado Fuencarral.

Di ritorno sui marciapiedi della Gran Vía, è d'obbligo la sosta golosa sotto i prosciutti appesi al soffitto del Museo del Jamón, tempio del jamón ibérico e del pata negra. Invece gli snob disdegnano pinchos, tapas e bocadillos e puntano dritto sull'adiacente hotel Senator. Al concierge non chiedono una camera ma il biglietto d'ingresso che spalanca le porte della spa dell'albergo: sale massaggi, grotte, bagni turchi, vasche, saune, colonnati, vapori, effluvi, piscine in stile neo-nilotico che ricordano le terme di una villa romana passate attraverso un film alla DeMille. Un'esperienza comunque da provare, prima di tuffarsi nuovamente, ritemprati e corroborati, nel fiume della grande strada, che scorre tra file di persone in attesa delle prime proiezioni pomeridiane al Palacio de la Prensa, al Capitol, al Callao, all'Avenida, al Palacio de la Musica. Vale la pena gettare anche solo un'occhiata nelle hall e negli atri sfarzosi, prima di perdersi tra gli scaffali della libreria internazionale Casa del Libro oppure, sfogliato l'ultimo numero della Guia del Ocio, bibbia degli spettatori madrileñi, avviarsi decisamente verso il Circulo de Bellas Artes, accademia multiculturale che organizza mostre, spettacoli, proiezioni ed eventi d'ogni genere.

Alle prime luci della sera, la movida gastronomica già scivola tra taverne, osterie e bar de tapas di mezza città, preparandosi all'assalto di ammucchiate di tortillas, colonne di calamares, vassoi di jamón de bellota, sauté di chipirones e mejillones e trionfi arcimboldeschi di gambas fritas. Scocca l'ora giusta per i cocktails del Museo Chicote, dal 1931 vera e propria istituzione, ritrovo della Madrid intellettuale, bar de copas dalle suggestioni fané accresciute dai ritratti in bianco e nero di attori e scrittori che ti guardano di sottecchi dalle pareti, sui rossi divani di velluto liso. Di nuovo giù in strada ad aspettare un tavolo libero da Barraca, nella parallela Calle de la Reina, per l'immancabile paella alla valenciana, prima di chiudere in bellezza la giornata sulla Gran Vía con una notte all'Hotel de las Letras: 103 camere di design incastonate nel guscio déco di un palazzo d'epoca, tra parquet, luci soffuse, citazioni letterarie alle pareti, terrazzo con annessa jacuzzi. E, manco a dirlo, una vista incomparabile sulla luna che smalta d'argento i tetti della strada più bella di Madrid.