La prima volta nel Sahara
Livio QuagliataE se una volta nel deserto potesse servirvi a bucare il frutto esotico che vi salverà la vita da disidratazione certa? Razionalizzerete, vi direte che quello è solo uno stupido pezzetto di legno, che il vostro pacchetto-viaggio si chiama "Sahara per tutti" e che non c'è alcuna ragione di ritenere che possiate diventare proprio voi il motivo di un deprecabile "quasi" per tutti.
Ma intanto, con fare distratto, allungherete la mano e riporrete lo stuzzicadenti nella tasca destra dei pantaloni. A questo punto saprete di essere malati, d'accordo, ma anche potenzialmente vivi.
È che per l'essere umano medio che per la prima volta si avventura nel deserto (nel deserto non ci si "va", come al mare o in …
E se una volta nel deserto potesse servirvi a bucare il frutto esotico che vi salverà la vita da disidratazione certa? Razionalizzerete, vi direte che quello è solo uno stupido pezzetto di legno, che il vostro pacchetto-viaggio si chiama "Sahara per tutti" e che non c'è alcuna ragione di ritenere che possiate diventare proprio voi il motivo di un deprecabile "quasi" per tutti.
Ma intanto, con fare distratto, allungherete la mano e riporrete lo stuzzicadenti nella tasca destra dei pantaloni. A questo punto saprete di essere malati, d'accordo, ma anche potenzialmente vivi.
È che per l'essere umano medio che per la prima volta si avventura nel deserto (nel deserto non ci si "va", come al mare o in montagna, ancora oggi ci si "avventura") la parte più impervia del viaggio comincia ben prima di essere giunti a destinazione. Non vi sarà sufficiente seguire alla lettera i consigli del tour operator, aver letto e sottolineato romanzi e guide; il vostro cervello si trasformerà in un piccolo manuale di sopravvivenza e - lo vogliate o no - la vostra fantasia si scatenerà: che sapore avrà, il deserto? e il suo silenzio, riuscirò a sentirlo? avrà senso continuare a bere acqua ancora prima di averci messo piede? come saranno vestiti gli altri? Come evitare di raccontare solo banalità una volta tornati? Ma per fortuna l'aereo sta per atterrare, Tripoli dall'alto già vi appare come una lunga striscia sul mare, verde di agricoltura e bianca di case.
Alle sue spalle non c'è che giallo: la Libia, deserto puro al 90,7 per cento. Il tempo e lo spazio per le risposte non mancheranno. Per quanto ci riguarda, cinque giorni e svariate centinaia di chilometri all'interno di quel rettangolino che sulla cartina sta in basso a sinistra, appoggiato all'Algeria. Dicono che il Fezzan sia tra i cuori più belli dell'immenso Sahara.
Prima tappa: Tripoli
Non l'ottava meraviglia, per carità, ma una città dall'aria mogia e piacevolmente tranquilla, con un bellissimo museo nazionale (tra le opere esposte il maggiolone verde pisello su cui scorazzava il Colonnello ai tempi della rivoluzione), la vecchia medina per nulla turisticizzata (tè alla menta e narghilé nella piazza dell'Orologio) e il "quartiere italiano" dall'aria sinistramente familiare. Sinistramente, sì, perché se oggi il Grande Leader della Jamahirya dice che siamo molto ma molto amici, sui muri della capitale restano ancora appesi i manifesti che ricordano il 26 ottobre 1911, quando il nostro esercito fucilava migliaia di libici e la nostra marina ne deportava altrettanti. Da quest'anno - et voilà - quel giorno si chiama "Giorno della Fratellanza", e la questione è stata archiviata. Ne resta aperta un'altra, ma forse meno gloriosa: autostrade da costruire in cambio di clandestini da bloccare. Turisti di passaggio, ci chiudiamo docilmente alle spalle sia l'una che l'altra, pronti a imbarcarci sul piccolo aeroplano per Ghat, 900 chilometri più a sud, cuore del cuore del deserto. Ci aspetta il primo miraggio.
Il campo tendato di Dar Auis
Alle nostre spalle le dune rosa dell'erg di Uan Kaza (in arabo erg vuol dire deserto di dune, in tamachek, la lingua dei tuareg, si dice invece edeyen; altra parola magica è wadi, fiume - solo che qui è senz'acqua). Davanti ai nostri nasi i picchi neri dell'Acacus. Sotto i nostri piedi la sabbia rossa e fine del campo tendato di Dar Auis. A gestire questo miracolo c'è una simpatica signora, Silvia, bolognese, grande conoscitrice di queste zone e nonostante ciò per nulla fanatica.
Il campo è composto da 25 tende verdi che si aprono a semicerchio scimmiottando la postura delle dune. Molto meglio di un monolocale milanese: pavimento in legno, armadi, lavabo, due lettini con caldi piumoni e una veranda con due confortevolissime poltrone in vimini. Va da sé, il nostro spirito casalingo ci spingerebbe ad attendere placidamente in questo pezzo di paradiso la fine della vacanza, ma il freddo pungente del primo mattino, e i colori - i colori - fanno il miracolo, ricordandoci che un tempo fummo nomadi instancabili e coraggiosissimi esploratori. Il raduno per l'escursione della giornata è previsto davanti alla grande tenda che fa da ristorante alla sera e sala colazione al mattino. Sono tutti lì, i partecipanti al tour, pronti a partire nelle mises più diverse. Ottima occasione per rispondere a uno dei nostri crucci, l'abbigliamento. La risposta è: rassegnamoci (davanti all'eleganza del più cicciottello tra i tuareg, anche il nostro più promettente Indiana Jones inevitabilmente sfigura).
Mosche, vento, passi e cuore
Bastano quarantotto ore per farci dimenticare ciò che pensavamo volesse dire la parola "deserto". Qui - prima banalità - è il vuoto pieno di tutto. È vero che in due giorni, scorazzando sulle Toyota (che da queste parti non sono insopportabili come a Milano, ma hanno la leggiadria dei cavalli arabi mentre valicano le dune) incontriamo solo un pastore con ventidue capre. Ma vediamo anche, nell'ordine: uccelli, svariati lucertoloni (si chiamano scinco, le vipere ci sono solo d'estate) molte mosche (quando non c'è il vento), orme di sciacalli, di fennec e di topi-canguro. Impariamo a riconoscere il wadi grazie alla presenza di qualche arbusto (lì sotto l'acqua c'è), e a volte anche dei frutti, e dei fiori, non di rado di un'acacia (più acacie fanno un'oasi).
Scopriamo anche che il deserto un sapore ce l'ha - sa di terra - e che fa diversi rumori: quello del battito del nostro cuore quando scaliamo una duna, quello del vento quando vi arriviamo in cima, quello della sabbia che scivola come la risacca del mare quando ne riscendiamo. E poi mica ci sono solo le dune - di sabbia gialla, rosa, grigia, rossa, a direzione orizzontale, a stella - perché siamo nel Tadrart Acacus, l'enorme catena montuosa che si prende gioco di noi divertendosi a travestirsi ora da roccia piramidale, ora da parete a picco, ora da scoglio nel bel mezzo di un mare di sabbia. È come visitare una capitale europea al giorno.
Ora provate a lasciare il gruppo e ad incamminarvi da soli anche solo per un chilometro. Vi girerete e il paesaggio che vi siete appena lasciati alle spalle vi apparirà del tutto sconosciuto. Per una frazione di secondo almeno vi sentirete perdutamente perduti. E allora l'unica cosa da fare sarà ritornare - come spesso usiamo dire, ma senza aver mai compreso davvero perché - sui vostri passi. Letteralmente (e sperando che non ci sia vento). E poi abbiamo visto buoi, elefanti, giraffe, struzzi, gatti mammoni, coccodrilli cacciatori e nuotatori, a ricordarci la vita che fu e che forse un giorno ritornerà. È il grande museo a cielo aperto del Fezzan.
L'elefante ha molta paura
A rivelarlo al mondo ci pensò un vero outsider dell'archeologia e della ricerca italiana, Fabrizio Mori, oggi ottantenne che metà della sua vita l'ha dedicata a questi segni incisi dall'Uomo sulla roccia e sulla sabbia indurita dal vento tra gli 8000 e i 3000 anni prima della nascita di Cristo, quando ancora il deserto era una giungla.
Tra centinaia di opere, ciascun viaggiatore può scegliere la propria: lo struzzo, per l'eleganza e la modernità del tratto; il nuotatore, perché oggi si ritrova a fare crawl in un mare di ciottoli; il coccodrillo, perché è un po' la Gioconda dell'Acacus; i gatti mammoni, perché ne avevamo sempre sentito parlare. Scelgo la caccia all'elefante. Si trova a In Galghien, alle pendici sudorientali del Messak Settafet, un altopiano mostruoso, di pietra nera e tagliente, lungo 400 chilometri. L'animale colpito, mortalmente ferito, scappa barrendo con la proboscide all'insù. Nella sua fuga scomposta sbatte le grandi orecchie, e mentre fugge rilascia tutti i liquidi di cui madre natura lo ha fornito. Il perché è semplice, diremmo umano: quel bestione ha paura, lo pervade un terrore infinito e perciò disperato, la sua rabbia non ha scali, attraversando i millenni giunge fino a noi.
Il graffito si trova a circa quattro metri di altezza, su una roccia che costeggia il wadi Mathendush. Attorno, lungo un chilometro, ce ne sono altre. Molte stanno andando in pezzi: qua attorno si cerca il petrolio e le trivelle provocano piccoli terremoti dai danni incalcolabili - che la zona sia protetta dall'Unesco sembra non interessare granché. Di tanto in tanto, poi, qualche militare si diverte a sparare contro questi animali antichi. Morti da millenni, ma con i fori dei proiettili ancora freschi.
La cattedrale nel deserto
Oggi - "visto lo straripante afflusso di turisti" - Mori non si dà pace per aver contribuito nel 1960 alla scoperta di una pista che conduce nell'Acacus all'altezza del wadi Teshinat. È il solito dilemma (la doppia faccia del turismo che un po' guarisce e molto ammala) che qui assume sfumature particolari. Per dire: è vero che il nostro tour è considerato di bassa stagione, fatto sta che in cinque giorni, girovagando per centinaia di chilometri, non abbiamo incontrato che un solo altro gruppo di turisti. Lo scorso anno - ci dice Silvia, quasi allarmata - il suo campo tendato ha ospitato "1800 persone, ti rendi conto?". E che cosa sono perse in un deserto grande quattro volte l'Italia? Vero, Rimini - per dire - non è strutturalmente fragile come il Fezzan, ma se persino a Venezia può capitare di passeggiare in qualche calle senza incontrare un solo turista, forse allora la speranza di non rendere nell'immediato futuro anche questo pezzo di mondo un divertente immondezzaio non è poi così vana.
Chiacchieriamo di questi dilemmi con Barka, uno dei giovani tuareg che ci ha guidato tra le dune e le rocce del Fezzan e che con il turismo ci campa. Viene spesso in Italia per imparare la lingua: la prima volta, a Malpensa, i poliziotti lo hanno fermato 12 volte - finché non ha deciso di mettere il turbante in valigia. Conosce bene la Toscana (studia a Siena) ma il posto che in assoluto gli piace di più è la Costa Verde della Sardegna: dune su dune. Parliamo di turismo l'ultimo giorno, seduti in riva a uno dei laghi (sì, laghi con l'acqua, salatissima, non si sa se fossile o cos'altro, diciamo uno dei tanti miracoli del Sahara) che si incontrano non appena scavalcato l'erg di Ubari, sito meraviglioso e tra i più gettonati della zona (ce lo confermano, per l'appunto, le lattine di Coca cola, i tovagliolini di carta, le cicche di sigaretta abbandonati per terra...). Veniamo interrotti ogni cinque minuti da uno dei componenti del gruppo che al bel Barka chiede gentilmente di ergersi nella sua elegante jallaba blu e fissare le dune per una foto, un souvenir. Lui esegue in automatico e intanto definisce la propria teoria: verrà un giorno in cui il Sahara sarà di nuovo giungla, e nel deserto ci vivrete voi. Quel giorno ci saranno moltissimi tuareg a Milano, in piazza Duomo, a fotografare gli europei tra le rovine della cattedrale.
Chissà che non abbia ragione, certo è che oggi pomeriggio il cielo sul Sahara è nero come la pece e sembra quasi promettere pioggia mentre ci avviamo verso Sebha, dove ci attende l'aereo per Tripoli. Allacciate le cinture chiudiamo gli occhi e mettiamo in azione la nostra macchina fotografica naturale, la memoria: vediamo dune, montagne infernali e vento fresco che forse non ci lasceranno mai più. A risvegliarci dal torpore ci pensa un pizzicore fastidioso, all'altezza della coscia, qualcosa che punge nella tasca destra dei pantaloni. È quell'inutile di uno stuzzicadenti.