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Argentina

Buena Vida, Buenos Aires

Vorticosa, effervescente, multiculturale. Archiviata la crisi del 2002, la capitale argentina attira pittori, musicisti, registi. E li mescola insieme. Dweb

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Per le strade acciottolate dello storico quartiere San Telmo di Buenos Aires non risuonano più solo le prevedibili note del tango. Nelle birrerie, sempre stracolme, una band locale, i Los Alamos, suona un rock dalle radici country a base di mandolino e armonica. Il suo leader è Jonah Schwartz, ex insegnante di scuola superiore del New Jersey. "Qui nessuno sapeva che cosa fosse un mandolino", si meraviglia il musicista, 26 anni. Un'invasione di artisti stranieri sta trasformando Buenos Aires nella capitale internazionale della cultura più cool. Come Praga negli anni '90, la capitale argentina offre lo chic a poco prezzo e attira stuoli di musicisti, registi, giornalisti, designer e persino scrittori di sitcom da tutto il mondo.

Centinaia, se non migliaia di artisti si sono riversati qui da Stati Uniti, Inghilterra, Spagna e altri Paesi, contribuendo a far uscire la città da un periodo di profondo isolamento culturale, legato al crollo economico di cinque anni fa. Sfilate di moda e inaugurazioni di mostre innaffiate dallo champagne mantengono Buenos Aires effervescente per 24 ore al giorno, sette giorni su sette. Sono richiestissimi i giovani in grado di parlare inglese o cinese, per le decine di uomini d'affari che ogni giorno arrivano in città. Attori di fama (Colin Farrell, Natalie Portman e Benicio Del Toro) l'hanno scelta di recente come meta per le vacanze. Un ritorno annunciato, quello di Buenos Aires, sulla scena internazionale.

All'inizio del XX secolo l'Argentina, Paese fortemente esportatore, era uno degli Stati più ricchi del mondo. I Porteños, come vengono chiamati gli abitanti di Buenos Aires, facevano soldi a palate, esattamente come erano abituati a fare nelle grandi metropoli europee, da dove spesso provenivano. Costruirono palazzi, musei e teatri sontuosi per ospitare le orchestre, le compagnie di ballo e le società letterarie da loro stessi formate, facendo in modo che la capitale del Paese si guadagnasse il titolo di "Parigi dell'America Latina". Anche così, però, la lontana Argentina non riuscì mai a essere che una pallida riproduzione della capitale francese: mancava di avanguardie, di entusiasmo; forse, di vero genio.

Oggi, benché la città non abbia ancora prodotto un artista di fama davvero internazionale, a Buenos Aires sembra che tutto possa accadere. Nel 2005 Marina Palmer, americana che vive qui con il marito, ha pubblicato un memoriale sulle sue esperienze di straniera nel circuito del tango. Hollywood non si è lasciata sfuggire Kiss and Tango, che ora è in attesa di diventare un film. Tom Rixton, produttore, ha lavorato con alcuni dei nomi più famosi della musica britannica, prima di trasferirsi a Buenos Aires con la moglie argentina per aprire un boutique hotel e mixare canzoni di vario genere. Adesso produce brani per i Turf, una delle rock band locali più in voga. Amanda Knauer, designer di New York, si è trasferita a Buenos Aires dove ha creato la Qara, una linea di borse e portafogli di alta qualità in cuoio argentino. David Lampson, californiano, ha investito i 50 mila dollari vinti a un reality show per aspiranti scrittori di commedie per comperare un appartamento nella capitale argentina; adesso lavora a diverse sitcom pilota per i network televisivi americani. "Le cose che sto facendo ora a Buenos Aires mi torneranno utili per quello che scriverò in un futuro", sostiene.

La svolta dell'Argentina è iniziata solo dopo che il Paese ha toccato il fondo, nel 2002. L'implosione economica culminò con il crollo prima dei bond e poi del peso. Dall'oggi al domani la macchina statale si trovò strangolata, le aziende private iniziarono a licenziare, i negozi a chiudere. Nessuno poteva più permettersi neppure di espatriare: i biglietti aerei erano venduti a prezzi impossibili. Non parliamo poi di aspetti "voluttuari" della quotidianità: comperare un quadro o visitare una mostra erano attività bandite. La comunità artistica, infatti, si dissolse. I creativi - quelli più fortunati - cercarono di fuggire in Europa, togliendo linfa vitale alla scena argentina. L'atmosfera di quel periodo era resa ancora più pesante da un senso di profondo rancore verso gli stranieri, che molti argentini consideravano responsabili del crollo della loro economia (moltissime società europee avevano investito nel Paese).

La crisi ebbe, però, anche alcuni aspetti positivi. Nel giro di poche ore, l'Argentina divenne una delle destinazioni turistiche più appetibili. Un trend confermato ancora oggi: nel 2006, oltre quattro milioni di persone hanno visitato il Paese, per sorseggiare il vino Malbec sulle Ande, vedere i pinguini della Patagonia e ballare nella frizzante notte di Buenos Aires. Un numero consistente, soprattutto se paragonato ai 2,9 milioni di visitatori del 2000, prima del tracollo. Oggi la tensione anti-straniero degli anni bui si è ampiamente ridotta, mentre l'economia argentina sta per entrare con decisione nel quarto anno consecutivo di cospicua crescita (intorno all'8%). Molti dei nuovi arrivati nel Paese stanno investendo ingenti somme, approfittando dei bassi costi di start-up per le nuove aziende e lasciandosi travolgere dallo stile di vita dei Porteños. Il mercato immobiliare, crollato assieme al peso nel 2002, sta riprendendo quota grazie proprio agli stranieri. Che si stanno accaparrando fior di appartamenti a prezzi che partono da 1.200 euro al metro quadrato: bazzecole in confronto a Londra, New York, Roma o Milano. Decine di blog firmati da neoabitanti decantano la bella vita di Buenos Aires.

I siti con gli annunci economici sono decisamente più ricchi rispetto alla somma di quelli pubblicati a Praga, Rio de Janeiro, Sydney e Amsterdam. Circa 22 mila statunitensi risultano attualmente registrati presso la propria ambasciata a Buenos Aires, ma si calcola che in Argentina ce ne siano parecchie migliaia in più. In una nazione costruita dagli immigrati, molti argentini considerano il recente influsso straniero come un nuovo e colorato capitolo della propria storia. Ai funzionari locali non piace sentir dire che Buenos Aires è di moda perché a buon mercato, ma apprezzano il fatto che stia emergendo come città artistica. È la prima volta che creativi stranieri decidono di stabilirsi qui, ma non solo: molti colleghi argentini stanno ritornando dall'esilio autoimposto dopo la crisi, per dare vita alla più vibrante scena che la città abbia mai conosciuto.

Questa vivace atmosfera sta favorendo ogni tipo di collaborazione multiculturale. La band dei Los Alamos suonava musica punk e hard rock prima che, nel 2004, Pedro Lopez, cantante e chitarrista, incontrasse Jonah Schwartz. Lo statunitense si era da pochi giorni trasferito a Buenos Aires, per "imparare un'altra lingua e sperimentare un'altra cultura". La sua formazione bluegrass (un genere di musica country Usa) è parsa particolarmente interessante a Lopez, che ha subito chiesto a Schwartz di unirsi alla sua band. La presenza del giovane nordamericano ha modificato il modo di fare musica dei Los Alamos, fondendo gli stili di Johnny Cash, Neil Young e Wilco in quello che viene definito uno stile "narcocountry". I concerti live della band registrano sempre il tutto esaurito a Buenos Aires, e i due album - con canzoni in inglese e spagnolo - hanno avuto un grande successo di critica in tutto il Sud America. "Per me è questo il vero significato del fare musica: influenzare la cultura di cui si fa parte, invece che limitarsi a riprodurla", sostiene Jonah Schwartz. "Ed è esattamente quello che faccio qui". Alcuni espatriati impiegano tempi più lunghi per trovare una collocazione sulla scena culturale. Nel 2004, quando Gavin Burnett, 25enne originario di San Francisco, si è trasferito a Buenos Aires, è rimasto deluso dalla scena musicale cittadina. Solo dopo aver scavato un po' più in profondità è riuscito a scoprire un movimento underground in grande fermento, in quartieri bohémien come San Telmo e Palermo. Ora Burnett lavora come dj nel circuito locale, con il nome di Oro 11. Mixa hip-hop americano con reggaeton caraibico e cumbia argentina. "Qui c'è una musica completamente originale: non capita in nessun'altra parte del mondo", spiega. "E, in questo panorama, gli stranieri svolgono un ruolo fondamentale".

Quasi tutti i mercoledì, Burnett lavora o bazzica il locale supercool Niceto Club: la serata Zizek, nata dalla collaborazione fra argentini ed espatriati, è diventata un punto di riferimento della scena musicale. È organizzata da un altro straniero, Grant Dull, originario del Texas. Gran parte dei nuovi arrivati ha iniziato a interessarsi a Buenos Aires dopo aver conosciuto argentini in Europa. A Barcellona, il regista spagnolo Moisés Torne è rimasto colpito dall'ingenuità e dal brio degli immigrati giunti in Europa per sfuggire al crollo dell'economia del loro Paese. Ed ecco che, quando si tratta di scegliere un posto nuovo per dare slancio alla sua carriera, Buenos Aires gli è parsa la scelta più ovvia. Torne, 37 anni, ha diretto numerosi video per musicisti argentini, e usa siti web come YouTube e Flickr per commercializzare i suoi lavori in tutto il mondo. "Oggi l'Argentina è come la Spagna negli anni '80", precisa. "Sta uscendo da un periodo di grave depressione economica, e questo ha fatto nascere un movimento artistico che mi ha convinto a rimanere qui. E poi, diciamoci la verità: costa tutto davvero poco!".

L'Argentina ha una lunga tradizione cinematografica. Negli ultimi anni, i suoi film si sono guadagnati unanimi consensi internazionali, aggiudicandosi importanti riconoscimenti ai festival di Berlino, Stoccolma e Tribeca (New York). Secondo i registi e i critici locali, la crisi economica ha influenzato i temi delle pellicole. È il caso di The Guardian di Rodrigo Moreno, in cui una guardia del corpo cede la propria identità al ministro posto sotto la sua custodia, oppure di Live in Maid di Jorge Gaggero, storia di una donna ricchissima che perde tutto proprio per colpa del crollo economico. Questo ambiente creativo piace ai registi non solo del Paese, ma anche a quelli stranieri, spesso oppressi dalle rigide convenzioni di Hollywood. "Abbiamo avvertito un'immediata affinità con Buenos Aires", racconta Jane Hallisey, sceneggiatrice e produttrice trasferitasi da New York nel 2003 insieme al compagno Tomi Streif, anch'egli cineasta, per sfuggire al tetro ambiente lavorativo del dopo 11 settembre.

I funzionari cittadini accolgono benevolmente gli influssi stranieri, ma insistono che il fenomeno è determinato da ben altri fattori rispetto al costo della vita, decisamente abbordabile. "Ci sono molte altre città dove le cose costano poco come a Buenos Aires", afferma Silvia Fajre, ministro della Cultura per il governo municipale. "Ma questa metropoli possiede un intenso ritmo culturale, che non si trova in nessun'altra parte del mondo. Siamo felici che gli stranieri vogliano prendervi parte". Anche gli artisti locali sembrano apprezzare la situazione: per loro, i nuovi arrivati fanno aumentare le vendite e la visibilità all'estero. "Chi viene da altri Paesi si rende conto che sta succedendo qualcosa di nuovo sulla scena artistica della città, e spesso riesce a dare un valido contributo", sostiene Mariano Molina, 36 anni, pittore e artista argentino. Gli stranieri non si limitano alla scena artistica.

Negli ultimi cinque anni, diverse organizzazioni no-profit come HelpArgentina, The Working World e Insight Argentina sono state create a Buenos Aires proprio da giovani stranieri. Lucy Cousins, giornalista australiana, e la collega inglese Kristie Robinson hanno lanciato una rivista che affronta tematiche sociali e ambientali: The Argentines è un quindicinale in lingua inglese. Il primo numero, pubblicato in giugno, ha avuto una tiratura di 5 mila copie. "Ci aspettavamo che interessasse soprattutto gli stranieri; non pensavamo di certo che i lettori locali potessero essere così numerosi", spiega Cousins, 27 anni. "Ogni giorno riceviamo tantissime e-mail da insegnanti di inglese, che utilizzano il nostro giornale come strumento didattico. La risposta da parte degli argentini è stata davvero straordinaria". E non è ancora finita. (©Newsweek)