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Paradiso blu Polinesia

Fakarava, 800 abitanti e due villaggi, è per grandezza il secondo atollo della regione. Qui sta sorgendo la riserva dell'Unesco Uomo e biosfera. Per preservare una natura splendidamente selvaggia. E aprire le porte a un turismo d'élite
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Da quanto tempo non mangio più una tartaruga? Oh, una vita! Saranno almeno due anni... Suona bislacco, in bocca ad Adolphe Lissant. Perché questo 43 enne ex agricoltore, pescatore, perlicultore e ora piccolo albergatore, è il responsabile della riserva Unesco Uomo e biosfera di Fakarava: per dimensioni il secondo atollo della Polinesia francese, piccolo paradiso per ora con pochissimo turismo, 800 abitanti nei due villaggi di Rotoava e Tetamanu e una laguna blu dentro la laguna grande che pare l'archetipo della Polinesia come te la sogni. Non mangiare le tartarughe, che si riproducono solo raggiunti i 25 anni e sono paurosamente calate di numero negli ultimi decenni, sarà pure l'abc del turista responsabile, ma qua è uno strappo culturale di non poco conto. Con frutta, pesci e uccelli marini, i polinesiani hanno continuato a nutrirsene anche dopo che alla fine del XVIII secolo i missionari, insieme al Vangelo, alle malattie veneree e alla distruzione degli antichi luoghi di culto dett…
Da quanto tempo non mangio più una tartaruga? Oh, una vita! Saranno almeno due anni... Suona bislacco, in bocca ad Adolphe Lissant. Perché questo 43 enne ex agricoltore, pescatore, perlicultore e ora piccolo albergatore, è il responsabile della riserva Unesco Uomo e biosfera di Fakarava: per dimensioni il secondo atollo della Polinesia francese, piccolo paradiso per ora con pochissimo turismo, 800 abitanti nei due villaggi di Rotoava e Tetamanu e una laguna blu dentro la laguna grande che pare l'archetipo della Polinesia come te la sogni. Non mangiare le tartarughe, che si riproducono solo raggiunti i 25 anni e sono paurosamente calate di numero negli ultimi decenni, sarà pure l'abc del turista responsabile, ma qua è uno strappo culturale di non poco conto. Con frutta, pesci e uccelli marini, i polinesiani hanno continuato a nutrirsene anche dopo che alla fine del XVIII secolo i missionari, insieme al Vangelo, alle malattie veneree e alla distruzione degli antichi luoghi di culto detti marae, introdussero il pollo e l'agnello. È tradizione e rituale, con il 'maona' delegato dal villaggio a catturarle, cucinarle e distribuirle tra le famiglie a ogni cerimonia di nozze o nascita. "Ha il gusto della carne di bue, ma più grassa e tenera, specie tra ottobre e dicembre. Oggi ha in più il sapore del proibito". Naturale, se ti prendono paghi un milione e mezzo di franchi polinesiani di multa, 12 mila euro. Ma chi controlla, se un solo poliziotto vigila su tutta l'isola di Fakarava, lembo di terra che corre a rettangolo lungo 60 chilometri e largo 25?

Un efficiente servizio di vigilanza è, non per nulla, l'obiettivo numero uno della riserva che sta per nascere su quest'isola che la leggenda vuole luogo di passaggio da un mondo all'altro e la storia mitizza come patria di femmine bellicose che avvelenarono un'intera spedizione di invasori nelle guerre tribali del '700. Già in vigore sono le nuove severe restrizioni sul territorio. Niente aragoste e crostacei da novembre a febbraio, quando si riproducono. Niente pesca nella zona di conservazione a sud-ovest: i locali possono gettare l'amo, ma non possono accendere fuochi, se prendono un mahi mahi o un altro pesce lo devono mangiare sul posto, crudo come il tonno con verdure e latte di cocco alla maniera tradizionale tipo sashimi. Niente nuove costruzioni neppure nella zona tampone a nord-ovest e sud-est; solo sulla costa est si può edificare, ma rispettando rigidi criteri sulle cubature. In particolare, niente 'piloti', le casette su palafitta che in tutto l'arcipelago fanno la fortuna delle catene di alberghi: a cominciare da quel pregevolissimo non-luogo di lusso che è Bora Bora, dove offrono curiosi corollari quali cerimonie nuziali in piena regola, 3 mila euro inclusa la cena dalla piroga, amatissime dai giapponesi benché (o forse perché) il prete sia finto e il valore legale nullo.

Oppositori alla nascita della riserva, ufficialmente il prossimo marzo, la prima del genere in Polinesia, ma anche in Francia? "Qualcuno, all'inizio, ma l'abbiamo convinto che il parco è il nostro futuro, per difenderci da uno sviluppo selvaggio e distruttivo", risponde Tuhoe Tekurio, corpulento pescatore, dal '95 sindaco della Comunità di Fakarava che comprende l'atollo e altri sei minori incluso Taiaro, disabitato e riserva integrale Unesco dal 1977. Anche senza palafitte, qualche struttura alberghiera si potrà costruire comunque. A parte sei belle pensioncine con due o tre bungalow ciascuna e qualche casa che affitta stanze, l'unico hotel dell'isola è il Maitai Dream, e conta appena 30 casette: proprietario è Richard Bailey, di Lafayette in Mississippi, padrone anche dei quattro Intercontinental di Tahiti, Moorea e Bora Bora, nonché amico di Marlon Brando che qui si comprò l'atollo di Tetiaroa dopo aver girato nel 1962 'Gli ammutinati del Bounty'. Dagli eredi dell'attore, Bailey ha ora in concessione l'atollo, dove sta per costruire Le Brando: a giudicare dagli annunci, sarà accessibile giusto ai divi di Hollywood e ai magnati della finanza.

Il turismo, prima fonte di reddito, è anche l'ultima e più morbida forma di colonizzazione dell'arcipelago. I locali fanno i camerieri o le receptioniste, ma direttori, maîtres e responsabili di settore sono tutti o francesi o altro. La Polinesia francese è Francia a tutti gli effetti, e infatti elegge un suo senatore (l'ex presidente a più riprese in vent'anni Gaston Flosse, legato a Chirac che ha fatto da padrino all'ultimo dei suoi nove figli) e due deputati all'Assemblée nationale, un 'autonomista' e un 'indipendentista' all'acqua di rose. È Francia ma non è Unione europea. Tant'è che ha la sua moneta, il franco polinesiano a parità fissa con l'euro: banconote colorate, volti ridenti, capanne, pesciolini e tanti fiori di tiaré, la 'gardenia tahitensis' che messa a macerare nel guscio di cocco produce l'olio per la pelle monoi. E monete grandi come un doblone e leggere come una piuma: stile specchietti per abbindolare gli indigeni ai tempi del signor de Bougainville, che qui approdò nel 1768 indolente e svagato, intento solo a decantare i liberi costumi delle avvenenti selvagge, e del grande James Cook, che 11 anni dopo schedò invece fauna, flora e risorse per la gioia dei botanici inglesi e delle casse di Sua Maestà britannica. L'apparenza mima e svela la sostanza: la Polinesia francese è, e resta, nei fatti, una colonia. Nonostante il salto di status da Territoire a Pays d'outre-mer, nel 2004. E benché le leggi francesi, per diventare efficaci, debbano essere approvate dal parlamento locale: come avvenne per l'aborto, qui legalizzato solo un paio d'anni or sono.

Anche il resto dell'economia è in mano altrui. I commerci sono appannaggio della minoranza del 5 per cento di cinesi che qui si stabilirono a fine Ottocento. Cinopolinesiano è Robert Wan, signore incontrastato della coltivazione delle perle nere, il secondo settore chiave dell'economia. E a Fakarava il numero uno delle perle è Günther Hellberg, tedesco con moglie polinesiana, 200 mila ostriche impiantate sui fondali a cicli di un anno e mezzo, 500 perle raccolte al dì, il 2 per cento perfette, le altre dette semitonde, barocche, cerchiate e a bottone: solo da poco i polinesiani stanno subentrando ai giapponesi come innestatori delle conchiglie 'Pinctada margaritifera'. Nel business si erano buttati i locali come l'Adolphe Lissant della riserva Unesco: "Ma come metà dei piccoli produttori ho chiuso per la crisi del 2001, dopo il crollo delle Torri gemelle e insieme del mercato giapponese". Stesso refrain per le costruzioni: "I grandi appalti vanno tutti a imprese straniere, a noi resta il piccolo indotto a rischio, senza possibilità di crescere", si lamenta Tibò, che con un socio ha ripiegato sulle escursioni turistiche nell'interno montuoso di Tahiti. Il bubbone complementare alla colonizzazione è l'assistenzialismo. Senza imposte se non indirette, 140 milioni di dollari l'anno bastano alla madrepatria per pagare allo stuolo di impiegati pubblici stipendi sui 4 mila euro mensili: bagatelle, per tenersi un ricordino dell'epoca coloniale esteso quanto l'Europa, ancorché quasi tutto oceano e con 240 mila abitanti in tutto, come Messina. Prima, a compensazione degli esperimenti nucleari dal 1966 al '96 sugli atolli di Moruroa e Fangataufa, le sovvenzioni statali erano anche più alte. E il guasto fu doppio: sradicamento di parte delle popolazioni isolane e inurbamento a Papeete, capitale di Tahiti, seguito dal crollo di quella ricchezza artificiale e da una certa quota di disoccupazione.

L'altra faccia del paradiso. Non è l'inferno, questo no. Le casette sono in genere prefabbricate, ma decorose. I prezzi sono alti perché i beni sono quasi tutti d'importazione, ma permane negli atolli la struttura di sussistenza delle famiglie allargate. Niente inferno: solo un dolce limbo semicoloniale, profumato di tiaré, unto di olio monoi, colorato come i pareo al mercato di Papeete, velato come il cielo in questa stagione delle quotidiane pioggerelline, caldo come l'acqua della laguna di Fakarava.