Incantesimo indiano
Francesca ArchibugiLa prima volta siamo partite in tre, la mia assistente, una figlia di otto anni, ed io. Era il 2001. Avevo un'idea ancora gassosa per un film, la storia di un viaggio, e desideravo verificarla. Due ragazzi di diciotto anni, bocciati entrambi, cercano di scappare da Roma, dalle famiglie, e sfruttano la scusa che uno dei due è adottato indiano.
Siamo partite satolle di luoghi comuni. Mia figlia no. Era tutta occhi puliti. Non cercava nessun senso della vita, religioso o letterario, e alle spalle non av…
La prima volta siamo partite in tre, la mia assistente, una figlia di otto anni, ed io. Era il 2001. Avevo un'idea ancora gassosa per un film, la storia di un viaggio, e desideravo verificarla. Due ragazzi di diciotto anni, bocciati entrambi, cercano di scappare da Roma, dalle famiglie, e sfruttano la scusa che uno dei due è adottato indiano.
Siamo partite satolle di luoghi comuni. Mia figlia no. Era tutta occhi puliti. Non cercava nessun senso della vita, religioso o letterario, e alle spalle non aveva fastidio per i perizoma, i presentatori tv, i mutui a tasso variabile, i rombi sedici valvole dell'occidente. Abbiamo fatto il primo giro dei neofiti, quello protetto dei circuiti turistici: la grande, meravigliosa terra dei Re, il Rajastan. Per comodità, abbiamo preso un treno, The Palace on Wheels, che viaggia la notte e in un tempo davvero breve, poco più di due settimane, ti permette di visitare in modo memorabile tutte le città rajastane: Jaipur, Jodhpur, Chittor, Udaipur, Bikaner, fino a Jaisalmer, nel deserto del Thar. I sopralluoghi per un film sono sempre pragmatici, cercavamo orfanotrofi, ospedali, stazioni, buttando fugacemente l'occhio alle maestose fortezze. Turiste anomale, abbiamo fatto amicizia con i nostri servitori di vagone, ci hanno dato numeri di telefono, indirizzi di cugini, e noi al mattino scendevamo dal nostro palazzo su ruote (le carrozze appartenute al marajà) e trottavamo a cercare luoghi dove "avremmo" potuto vivere delle avventure. Facevamo lo sforzo di essere personaggi, e così ci immaginavamo sperdute nella folla, col torcibudella in ospedale, salvate da quei ragazzini che ti chiedono asfissiantemente l'elemosina ma appena ti vedono in difficoltà cambiano faccia e ti conducono per mano nelle loro miserrime abitazioni.
Come state? Era la domanda ansiosa dall'Italia.
Perché dell'India, da qua, si ha un terrore sanitario infondato. Acqua in bottiglia, cibi cotti, e si gira per il Paese più tranquillo del mondo, gentile, educato, curioso di te e della tua vita lontana altrettanto quanto noi siamo curiosi della loro. Non bisogna avere paura di portarci i bambini.
Al secondo viaggio ci siamo mescolati per la prima volta ai nostri soci indiani. Con perplessità, cautela. Ci capivamo? Avevo scritto la storia, e dovevo scegliere i luoghi. Da dove veniva il protagonista, il ragazzo adottato? Dalle viscere del profondo Orissa?
Dall'oceano feroce del Karnataka? Dal pizzicoso freddo del Ladakh?
Dal variopinto Tamil Nadu? Abbiamo percorso ventimila chilometri in tre settimane, saltando da nord a sud, da est ad ovest. Frastornati dalla varietà e dalle infinite giravolte che la storia poteva assumere. Non c'era nessuna possibilità che l'India se ne stesse lì a fare da sfondo. Abbiamo preso contatti con una sede di Medici senza Frontiere a Mumbai (Bombay), e ci siamo attaccati al loro lavoro come ombre. Siamo entrati in fabbriche, slums, ambulatori, seguendo gli operatori che andavano a scovare i focolai di tubercolosi. Di nuovo, non abbiamo visto monumenti; solo, quando eravamo stanchi, andavamo a un tempio hindu a riposare. Ci toglievamo le scarpe, ci facevamo fare il tikka in fronte, e in quella quiete ripensavamo a ciò che avevamo visto. Anzi, a ciò che stavamo vivendo.
Certo, ogni tanto vieni scosso nel profondo dai "nervi" occidentali. Prenderesti quei bambini per il collo e li appozzeresti nella vasca bollente e schiumosa a fare il bagno. Vorresti dare ceffoni a chi li lascia seminudi per le strade trafficate all'inverosimile di Madras, o tirare i capelli a quella elegantona brahmina che volta la faccia davanti all'inserviente delle stazioni, dagli scuri cenci dell'intoccabile.
Voi due! Soffiatevi il naso! Tu! Disinfetta quel taglio! E tu, disgraziata! Che dai la samosa fritta a tuo figlio di tre mesi!, viene voglia di gridare. E correvamo al drugstore a comprare latte in polvere, per poi scoprire che la disgraziata lo allungava con l'acqua della fogna.
E si piange, a volte. Ti sembra di non poterne più. Che non ci sia niente da fare.
Ma poi, di nuovo, risale una dolcezza: perché mi sorridi, ragazza stracciata e carina, perché non mi sputi in un occhio? perché non mi invidi, non mi odi?
Perché sono qui, mi domandi nel tuo hindinglish? Già, perché siamo qui? Abbiamo bisogno di aprire gli occhi su un altro mondo, forse. No, non è che il nostro non ci piace, è che a volte siamo tristi, come tutti, e ci domandiamo se davvero la nostra vita, quella che ci è toccata e che pure amiamo, sia l'unica possibile.
La terza volta sono partita con la solita piccola troupe di sopralluoghi, e in più sceneggiatrice e direttore della fotografia. Avevamo circoscritto il viaggio dei personaggi, e siamo tornati solo sui luoghi scelti. Delhi, la porta dell'India, una città musulmana, grandiosa e miserabile; poi Jodhpur, nel Rajastan, una città tutta azzurra come un sogno o un incubo; seguendo i personaggi, i due ragazzi sperduti che vengono raccattati da una dottoressa occidentale, andiamo in un villaggio nel deserto del Thar, al confine con il Pakistan.
Un luogo remoto e primordiale, ma non primitivo, anzi, sofisticato, con i cenotafi del Seicento su un lago mezzo secco. Abbiamo faticato per prendere accordi con il capo villaggio; vivendo senza luce, quindi senza televisione, immagini, finzione, film, non riusciva a capire che cosa avremmo fatto lì, che permesso stavamo chiedendo. Seguendo ancora gli sviluppi della storia, siamo scesi verso Mumbai. È indescrivibile con poche parole, non assomiglia a null'altro che a Mumbai. Ma ad attenderci sul golfo di notte, ingioiellato dalle luci di Marine Drive, c'era il viso evanescente del Mahatma Gandhi proiettato su uno spruzzo d'acqua alto venti metri. Politica, poesia, mistero, allegria, con una sola immagine. Stritolati dall'incomprensibile caos burocratico indiano, dove le prenotazioni spesso sono poco più che promesse, giravamo per alberghi e dormivamo come stracci negli aeroporti.
Con treni che volano sull'acqua, dalle misteriose regole notturne, siamo scesi giù al sud, quasi alla punta, nel Kerala. Cochin è una città troppo bella, appoggiata su isole lagunari, come una Venezia tropicale, dall'edilizia olandese seicentesca. Poi verso l'orfanotrofio, in un villaggio nell'interno delle backwaters, che sono dei grandi fiumi che risalgono come intestini l'entroterra. Palme, coccodrilli, cattedrali cattoliche sull'acqua. Un altro mondo, sferzato dai monsoni, quella pioggia violenta e calda che regola la vita sociale come una coreografia. Tutti corrono. Piove. Tutti fermi sotto porte e tettoie. Smette. Tutti comprano. Ripiove. Tutti scappano.
Al quarto viaggio sono andata con l'intera troupe. Si cominciava. Abbiamo fatto i provini agli attori indiani, arredato gli interni, chiesto i permessi per le strade e i palazzi, lavorando ormai gomito a gomito con la metà indiana della troupe. Adesso ci capivamo. Avremmo girato tutto dal vero? Ci domandavano stupefatti. Hanno una grande tradizione cinematografica, ma da studio. Ospedali veri? Malati veri? Avremmo davvero girato all'incrocio di Chandnj Chok, a Delhi, il luogo più caotico dell'universo? Davvero alla Victoria Terminus di Mumbai, la stazione più grande del mondo? Avremmo davvero buttato la nostra "star", Giovanna Mezzogiorno, in mezzo alla folla vera dei mercati? Avrebbe accettato? Anche i ragazzi? Sì, eravamo pronti. Non avevamo paura (ma non sapevamo cosa ci aspettava).
Le riprese sono stati mesi sconvolgenti ed esaltanti. La troupe indiana, dopo l'iniziale forte perplessità, si è lanciata con tutto il cuore nel nuovo metodo, mescolando comparse fra la gente comune, rubando immagini in luoghi proibiti e scappando, nascondendo la macchina da presa e facendo recitare gli attori con i non attori. Nel Kerala, i ragazzini veri dell'orfanotrofio hanno imparato a cantare Azzurro, in cambio di scarpe e biscotti al cioccolato. Abbiamo girato anche in viaggio, durante le migliaia di chilometri che dovevamo percorrere. Se volevamo fare un bagno nell'India "vera", siamo stati accontentati: i poliziotti ci hanno preso per le orecchie, come dei monelli.
Se posso azzardare una considerazione, conoscendola meglio dell'India mi si è dissolta l'impressione che sia un Paese povero. È un Paese con molti poveri. Ma mi è sembrato ricchissimo. Di intelligenza e bellezza, tutto ciò che serve, senza scomodare parole più pompose.
Ma forse dovrei dare consigli di viaggio. Mi sento in grado di dare solo un'avvertenza. Se amate il dolore, se provate un'attrazione perfida per la morte, se credete che le cose veramente belle siano gratis, baci e colori in cielo, se ogni tanto avete il desiderio di sentirvi un niente, un escremento sul selciato, l'India fa per voi. Tutta. Quella induista e quella musulmana, quella cattolica e quella buddhista, quella sfarzosa e quella miserabile, al nord e al sud.
Se vi fa troppo schifo il moccio, il catarro altrui, non capire che succede, perdere l'aereo o il letto, forse è meglio che restiate a casa.