Loro non ne sanno niente. Il piccolo Elliott ha appena finito di allenarsi (gioca a rugby nei campi che si possono ammirare a destra appena si imbocca la strada da sud). La signora Whitmore esce di corsa dal supermercato perché teme che i manici delle sacche di plastica possano rompersi prima che passi l'autobus (volendo il 107 arriva sino in centro). Il pittoresco Burke riprende ad ascoltare in cuffia gli sproloqui di Eminem e due signorine entrano in banca ancora con l'idea che i Beatles («ma vuoi mettere con i Cure?») siano stati una montatura della stampa. La risposta è quasi unanime: «Penny Lane? Sì, è questa...». Oltre l'informazione stradale non vanno.
Perfino il tassista, Nico, dipendente della Mersey Cabs, origini italiane che non traspaiono dal colorito della pelle, bianchissima, e una carta d'identità che potrebbe aiutarlo a distinguersi dagli altri: perfino lui, a 48 anni suonati, non supera l'esame. Ostenta un barlume di conoscenza ma delude: «Penny Lane? Ma certo, la canzone dei Beatles!». Guarda nello specchietto retrovisore cercando un consenso e aggiunge: «Però non se la ricorda più nessuno. Io forse l'avrò ascoltata un paio di volte quando andavo alle medie, o forse dopo. Del resto sembra passato un secolo, no?». Si tenta di ricostruire la melodia. Esce una via di mezzo fra "Blue Moon" e il tema della "Stangata".
Eppure poco più di 40 anni fa, nel febbraio del 1967, uscì un 45 giri ("Penny Lane/Strawberry Fields Forever") assolutamente fuori dalle regole. Di normale, di simile agli altri, aveva soltanto la forma, tonda, diametro 7 pollici e un buco nel mezzo. Il suo contenuto però era di un altro pianeta. Una canzone di Paul e una di John. Un disco diverso come diversa è tutta Liverpool, città rinata dopo gli anni bui del "thacherismo" e adesso, sostenuta dalla forza della sua storia recente, pronta a diventare "capitale europea della cultura" (nel 2008).
Paul McCartney, che nel ‘42 nacque in una casa di Forthlin Road, sempre nel quartiere di Allerton, scrisse "Penny Lane" per rendere omaggio a se stesso: a quella sua infanzia proletaria che più volte si è stentato a riconoscere. Cinicamente una volta disse: «Non mi sembra di aver composto niente di particolare». Forse aveva ragione. Poi però la storia gli ha dato torto.
Trombe, cori, ritornelli. Il mondo racchiuso in una marcetta da collegio. Da allora Penny Lane si è sganciata da se stessa volando verso i "blue suburban skies". L'asfalto è diventato vinile. La sua natura di strada normale è cambiata per sempre. Ma a molti abitanti di Liverpool ancora oggi suona strano che qualcuno abbia a più riprese rubato il cartello stradale bianco (Penny Lane L 18, ma circolano anche dei falsi con L 15) o che vengano addirittura dal Giappone per vedere la strada.
Siamo in un angolo di periferia pettinata, ordinata sino al parossismo: «Questa zona ha mantenuto il suo decoro di fine anni Quaranta, quelli raccontati da McCartney», spiega Paul Newman, capo del comitato di "Liverpool capitale europea della cultura per l'anno 2008": «Non faremo niente di specifico, ma Penny Lane sarà un punto di riferimento importante in tutte le future incursioni nel mondo dei Beatles, che è il nostro mondo. Alcune strade inglesi appaiono immutabili, sarebbe pericoloso tentare di lavorare di ritocchi solo per i turisti...».
Sarà dura convincere Nico e gli altri. A loro non gliene importa niente delle mappe beatlesiane che reclamano l'autenticità del dettato di una canzone che non hanno praticamente mai ascoltato. Quelle mappe tengono soprattutto a precisare che, all'occorrenza, se il mito chiama, i luoghi descritti e musicati da McCartney sono ancora ben visibili: sono lì a portata di sguardo, come una sorta di fatale punto di non ritorno emotivo. Ma a quanto pare la seduta psicanalitica riguarda solo un manipolo di forestieri dal cuore spezzato: il negozio di barbiere (quello "showing photographs"), la banca del bancario, la rotonda (il "roundabout"), la nurse, il pompiere. Tutte immagini che impediscono di pensare. Solo di sentire.
Della toponomastica legata ai Beatles e a Liverpool, Penny Lane è l'unica voce che abbia il sapore di una colazione consumata prima di andare a scuola: fa tornare bambini. Il cartone animato della "perfetta strada qualunque", e dei suoi primi 40 anni, si chiude con le serrande abbassate di No Quarter Records, l'unico negozio di dischi della via. Era specializzato in vinili, ma è chiuso: «Aprono quando vogliono», dice il padrone del ristorante Alma Santiago. Oggi no.
Perfino il tassista, Nico, dipendente della Mersey Cabs, origini italiane che non traspaiono dal colorito della pelle, bianchissima, e una carta d'identità che potrebbe aiutarlo a distinguersi dagli altri: perfino lui, a 48 anni suonati, non supera l'esame. Ostenta un barlume di conoscenza ma delude: «Penny Lane? Ma certo, la canzone dei Beatles!». Guarda nello specchietto retrovisore cercando un consenso e aggiunge: «Però non se la ricorda più nessuno. Io forse l'avrò ascoltata un paio di volte quando andavo alle medie, o forse dopo. Del resto sembra passato un secolo, no?». Si tenta di ricostruire la melodia. Esce una via di mezzo fra "Blue Moon" e il tema della "Stangata".
Eppure poco più di 40 anni fa, nel febbraio del 1967, uscì un 45 giri ("Penny Lane/Strawberry Fields Forever") assolutamente fuori dalle regole. Di normale, di simile agli altri, aveva soltanto la forma, tonda, diametro 7 pollici e un buco nel mezzo. Il suo contenuto però era di un altro pianeta. Una canzone di Paul e una di John. Un disco diverso come diversa è tutta Liverpool, città rinata dopo gli anni bui del "thacherismo" e adesso, sostenuta dalla forza della sua storia recente, pronta a diventare "capitale europea della cultura" (nel 2008).
Paul McCartney, che nel ‘42 nacque in una casa di Forthlin Road, sempre nel quartiere di Allerton, scrisse "Penny Lane" per rendere omaggio a se stesso: a quella sua infanzia proletaria che più volte si è stentato a riconoscere. Cinicamente una volta disse: «Non mi sembra di aver composto niente di particolare». Forse aveva ragione. Poi però la storia gli ha dato torto.
Trombe, cori, ritornelli. Il mondo racchiuso in una marcetta da collegio. Da allora Penny Lane si è sganciata da se stessa volando verso i "blue suburban skies". L'asfalto è diventato vinile. La sua natura di strada normale è cambiata per sempre. Ma a molti abitanti di Liverpool ancora oggi suona strano che qualcuno abbia a più riprese rubato il cartello stradale bianco (Penny Lane L 18, ma circolano anche dei falsi con L 15) o che vengano addirittura dal Giappone per vedere la strada.
Siamo in un angolo di periferia pettinata, ordinata sino al parossismo: «Questa zona ha mantenuto il suo decoro di fine anni Quaranta, quelli raccontati da McCartney», spiega Paul Newman, capo del comitato di "Liverpool capitale europea della cultura per l'anno 2008": «Non faremo niente di specifico, ma Penny Lane sarà un punto di riferimento importante in tutte le future incursioni nel mondo dei Beatles, che è il nostro mondo. Alcune strade inglesi appaiono immutabili, sarebbe pericoloso tentare di lavorare di ritocchi solo per i turisti...».
Sarà dura convincere Nico e gli altri. A loro non gliene importa niente delle mappe beatlesiane che reclamano l'autenticità del dettato di una canzone che non hanno praticamente mai ascoltato. Quelle mappe tengono soprattutto a precisare che, all'occorrenza, se il mito chiama, i luoghi descritti e musicati da McCartney sono ancora ben visibili: sono lì a portata di sguardo, come una sorta di fatale punto di non ritorno emotivo. Ma a quanto pare la seduta psicanalitica riguarda solo un manipolo di forestieri dal cuore spezzato: il negozio di barbiere (quello "showing photographs"), la banca del bancario, la rotonda (il "roundabout"), la nurse, il pompiere. Tutte immagini che impediscono di pensare. Solo di sentire.
Della toponomastica legata ai Beatles e a Liverpool, Penny Lane è l'unica voce che abbia il sapore di una colazione consumata prima di andare a scuola: fa tornare bambini. Il cartone animato della "perfetta strada qualunque", e dei suoi primi 40 anni, si chiude con le serrande abbassate di No Quarter Records, l'unico negozio di dischi della via. Era specializzato in vinili, ma è chiuso: «Aprono quando vogliono», dice il padrone del ristorante Alma Santiago. Oggi no.