Un colpo durissimo per l'ambizioso conquistatore allora quarantaduenne, acerrimo rivale di Cortés che nel 1529 si era visto privare del grado di Capitán General proprio in seguito alla disputa con lo scellerato hidalgo. Ora Cortés tornava ai pieni poteri, ed era logico aspettarsi una rappresaglia. Nuño decise di poner tierra por medio, cioè allontanarsi più possibile intraprendendo nuove conquiste.
Alla testa di trecento spagnoli e seicento schiavi indios - il traffico di schiavi nel Caribe era una delle sue principali fonti di guadagno - puntò a nordovest, affrontando l'ostilità di varie comunità guerriere e anche i frequenti ammutinamenti dei suoi, ogni volta sedati con esecuzioni spietate. La sua tattica gli era valsa una fama sinistra: assedio dei villaggi, distruzione dei raccolti, incendio delle abitazioni, saccheggio, supplizio dei cacicchi per farsi consegnare eventuali ricchezze, per altro mai trovate.
Un cronista dell'epoca, per quanto avvezzo alle fechorías y desmanes dei suoi conterranei, lo definì "l'uomo più perverso tra quanti abbiano calpestato la terra della Nueva España". E Nuño avanzava, lasciandosi alle spalle morte e desolazione. Coltivava un sogno: fondare una città dandole il nome della sua Guadalajara, della quale forse sentiva nostalgia, anche se nessuno in Spagna ne provava per lui. Finché arrivò in un luogo chiamato Nochistlán, e decise di tentare: fece venire sessantatré famiglie di coloni e si industriò a improvvisarsi urbanista.
Un fallimento: l'acqua scarseggiava, la terra era così dura che frantumava le zappe, la popolazione indigena praticava la guerriglia infliggendo continue perdite. L'estrema beffa del destino per l'incapace quanto efferato Nuño, sarebbe stata la fondazione dell'odierna Guadalajara, la seconda metropoli del Messico dopo la capitale federale, a opera di un suo luogotenente, il capitano Juan de Oñate, che cercando una zona più ospitale, il 14 febbraio del 1542 pose le fondamenta della prima costruzione dove oggi sorge il sontuoso teatro Degollado, al centro della Valle de Atemajac, luogo dal clima perfetto, a 1500 metri di altitudine, un'eterna primavera con cieli tersi e aria asciutta, bagnata dal torrente ribattezzato San Juan de Dios. Intanto Nuño era stato tradotto in Spagna in seguito alla valanga di accuse e lamentele di clero e coloni, finendo miseramente i suoi giorni nella fortezza di Torrejón de Velasco. Morì con i ceppi alle caviglie nell'anno domini del 1544, e non avrebbe visto neppure una pietra di quella che nei secoli a venire i messicani trasformeranno nella "Perla de Occidente".
Città con i più alti indici di benessere, culturalmente vivacissima, culla dei più celebri musicisti di fama internazionale - Carlos Santana e i Maná, per fare due nomi a caso, provengono da qui - Guadalajara si è espansa a dismisura, e se il centro storico semipedonalizzato è un'oasi di quiete tra palazzi, chiese e piazze che alternano maestosità a delicatezza di stili, tutto il resto è traffico forsennato che sciama su vasti viali a otto corsie mettendo a dura prova il turista in cerca di riconoscere il proprio immaginario che si è fatto del Messico. Eppure, si trova nel luogo per eccellenza della mexicanidad: siamo nel Jalisco, lo stato di cui Guadalajara è capitale, dove si produce tutta la tequila, da cui provengono i mariachis sparsi nel resto della repubblica e i charros abili a cavallo, i corpi di ballo più rinomati all'estero e le tradizioni più radicate, insomma, quasi tutto ciò che gli extranjeros conoscono come "folklore messicano". Ma Guadalajara ha ben altro di cui vantarsi.
Per esempio la prestigiosa università fondata nel 1792, con gli odierni duecentomila studenti, o l'Expo dove si organizzano alcune delle fiere più importanti del continente latinoamericano, prima fra tutte quella internazionale del libro, e poi i piaceri del buon vivere, tra innumerevoli ristoranti raffinati, locali notturni spesso firmati da architetti passati alla storia, e tanti musei: questa è la patria di José Clemente Orozco, uno dei più grandi muralisti messicani, e Guadalajara gli ha tributato ogni onore possibile, facendogli affrescare alcuni dei suoi edifici più belli. Imperdibile è il Centro Cultural Cabañas, complesso architettonico fondato nel 1801 che richiese quasi mezzo secolo di lavori: contiene ben ventitré patii attorno ai quali si aprono scuole d'arte, musica e danza, un teatro, vari uffici e l'immancabile caffetteria. Nel patio centrale si erge la Capilla Tolsa, a forma di croce, e tra il 1936 e il 1939 Orozco ne affrescò le volte realizzando un'opera annoverata tra i capolavori dell'arte moderna, 53 affreschi tra i quali spicca El hombre de fuego, impressionante allegoria sulla lotta degli esseri umani per liberarsi dal giogo coloniale e non solo, dove i Conquistadores sono raffigurati come i Cavalieri dell'Apocalisse, il tutto non esente dalla verve satirica che permeava l'artista, amaramente disilluso nei confronti degli "uomini della provvidenza" e delle rivoluzioni vinte ineffabilmente dai Gattopardi di turno.
Poco distante dal Cabañas, si estende quello che si ritiene il più grande mercato coperto delle Americhe - se si considera un'unico tetto comune per i due piani affollatissimi - ufficialmente Mercado Libertad ma che tutti chiamano di San Juan de Dios. Nel suo tripudio di colori e odori inebrianti, ci si dimentica momentaneamente della città monumentale e a tratti austera, per immergersi nell'anima più genuina, perché in fin dei conti per conoscere i luoghi e le genti del Messico, bisogna frequentarne i mercati e le cantinas. Non mancano neppure qui le artesanias, soprattutto in terracotta, anche se per ammirare i mastri ceramisti al lavoro occorre spostarsi di pochi chilometri, nel vicino paese di Tlaquepaque, capitale regionale della cerámica, termine derivante dal greco keramos, argilla, che in arabo si dice alfar, e curiosamente alfarería è nel Jalisco come altrove l'artigianato della terracotta, retaggio della Conquista che vide arrivare tanti andalusi eredi delle tradizioni dell'Islam iberico. Molte parole ancora in uso nello spagnolo parlato dai messicani hanno origini arabe, e persino la Guadalajara spagnola deriva dall'arabo wad al-ijaara, "fiume di pietre", nome datole dagli islamici nel medioevo sostituendo quello di Arriaca, come la chiamavano i romani che la fondarono.
Riprendendo a vagabondare per il centro storico, godendo del clima "perfetto" che ammaliò il capitano Oñate, ritroviamo Orozco negli affreschi del Palacio de Gobierno, che celebrano l'epopea del sacerdote Hidalgo, padre e condottiero dell'Indipendenza che, senza lasciare la croce e soprattutto inalberando il vessillo della Vergine di Guadalupe, impugnò anche il fucile contro la dominazione spagnola, e proprio qui, nel 1810, proclamò l'abolizione della schiavitù. È una delle tante pagine di storia patria di cui vanno fieri i tapatíos, cioè gli abitanti di Guadalajara e del Jalisco, espressione in lingua indigena che significa "tre volte degni". L'odierna "Perla de Occidente" è ormai arrivata a contenere, come area metropolitana comprendente vari municipi limitrofi, oltre quattro milioni di tapatíos con relative auto, ma non ha perso minimamente l'incanto, e la notte, poi, la tradizionale giovialità cittadina fa dimenticare certi "effetti collaterali" del progresso non meno devastanti dell'avanzata di Nuño de Guzmán.