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Parigi

Sulla strada di Kerouac

Hotel, café, librerie e locali che, nella capitale francese, hanno fatto la storia della Beat Generation. Locali frequentati da Kerouac, Ginsberg, Borroughs e Corso. Il Venerdì

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Non c'è più il Beat Hotel (cioè, esiste ancora, ma stentereste a riconoscerlo). Non ci sono i "cinema pomeridiani a rue de Clignancourt" di cui si innamorava Kerouac. Non c'è più la Librairie Anglaise al 42 rue de Seine, dove si spacciavano libri sperimentali e pornografia. Non ci sono più Les Halles, da intendersi come immensi mercati generali fumiganti nell'alba tetra d'inverno, coi carri di macelleria che stupirono Ginsberg, carri "pieni di polmoni carri pieni di fegato carri pieni di cuori...". Non c'è più un benemerito accidente di certi posti sui quali avete soltanto letto e sognato. Eppure, come ci disse un giorno Claudio Magris, "nei luoghi letterari qualcosa pur sempre rimane. Sta avvolto definitivamente nel nostro sguardo di lettori".

Perciò, animo: non restateci troppo male quando, imboccando rue Gît le Coeur (spalle a Notre-Dame, prima a sinistra sul Lungosenna Quai des Grands Augustins), scoprirete che, al civico 9, l'albergo di tredicesima categoria nel quale "tra il 1958 e 1963 si concentrò la parte più consistente dell'attività della Beat Generation" è diventato un residence damascato a 300 euro a notte. "Tappezzerie Pierre Frey, cassaforte in ogni stanza, tv con diciannove canali" rammenta sardonico Barry Miles, che al Beat Hotel ha dedicato un libro omonimo. Allen Ginsberg, Gregory Corso e Peter Orlovsky arrivarono nell'autunno 1957.

L'albergo "era della categoria più bassa in assoluto, tenuto a garantire solo il rispetto dei regolamenti sanitari e di sicurezza, nient'altro". Quarantadue stanze. Tutte doverosamente sprovviste di bagno. Solo latrine alla turca su ogni pianerottolo. Come carta igienica, ritagli di giornale infilzati a un chiodo. Al pianterreno una vasca da bagno, "ma bisognava prenotarla in anticipo, in modo che si potesse far scaldare l'acqua". Perché "il riscaldamento c'era tutta la settimana, ma l'acqua calda solo giovedì, venerdì e sabato". In camera si poteva cucinare su fornelli che "ognuno si procurava da sé". Oppure ripiegare sullo stufato d'agnello o il coniglio in umido di Madame Rachou. La povera, santa vedova venuta dall'Auvergne, che gestiva tutto il palazzo da sola. Incolta, però teneramente incuriosita da scrittori e artisti. Impermeabile alle convenzioni, come spesso le antiche plebi: "Concedeva ai suoi ospiti la libertà di vivere come meglio credevano. Potevano portarsi in camera un ragazzo, una ragazza o addirittura un gruppo. Se si fermavano a dormire, bastava che firmassero la scheda del registro".

Jean-Jacques Lebel, artista, amico e primo traduttore dei Beat in Francia, ricorda: "C'era un solo telefono, al piano terra. Quando arrivava una chiamata, Madame Rachou usciva in strada e, rovesciando la testa verso i piani alti, gridava tra le mani: "Monsieur Gregorììì!", "Monsieur Allèèèn". Era una specie di paesotto". Una sacca anarchica nella Parigi sospettosa della guerra d'Algeria. "Li portavo a comprare hashish nei caffè arabi intorno a Bastille o Maubert-Mutualité" dice Lebel. "Baretti dove solo a entrarci ti compromettevi politicamente: erano tutti fiancheggiatori dell'Fln indipendentista".

Spiantati ma forti del dollaro forte, Monsieur Allen, Monsieur Gregory e gli altri del mucchio vivevano con due soldi: "Capelli solo un po' più lunghi della media, non davano nell'occhio. Si conducevano come monaci buddisti, gay e junkie. Il Beat Hotel era il loro convento". Racimolavano spiccioli facendo gli strilloni per l'edizione parigina del New York Herald Tribune, come Jean Seberg in Fino all'ultimo respiro di Godard. Oppure scrivevano sotto nom de plume romanzetti osé per i soldati Usa di stanza in Europa. E per i tipi dell'Olympia Press di Maurice Girodias, genio bottegaio dell'editoria che in una famosa collana a luci rosse (dalle leggendarie copertine verdi) fece scivolare capolavori scomunicati come la trilogia di Samuel Beckett o il Pasto Nudo di Burroughs.

Dice Lebel: "I Beat prolungavano a Parigi l'esilio degli scrittori americani dissidenti". Gli States gli avevano sputato in faccia, li avevano cacciati da bar e università per condotta immorale. Come sempre ispida malgrado la tradizione cosmopolita, la capitale francese non li accolse maternamente, ma li lasciò in pace. Nell'hemingwayano Café Select di Boulevard Montparnasse ("Ci andava perché d'inverno era riscaldato"), Allen Ginsberg iniziò il poema Kaddish, suo capolavoro, insieme a Urlo: "La settimana scorsa sedevo al Café Select e piangevo scrivendo i primi versi di una grande elegia formale per mia madre...".

Gregory Corso agganciava ragazze all'Old Navy di Boulevard Saint Germain (c'è ancora, servono piatti caldi tutta la notte a 10 euro, niente male in una città ormai cara al di là di ogni ragionevolezza). Anche loro presi a calci in faccia dall'America, i jazzisti neri suonavano al Caveau de la Huchette e dormivano, di giorno, all'Hotel La Louisiane (ancora oggi strategico, economico, ci vive da decenni l'anziano Albert Cossery, mitico scrittore egiziano amico di Camus, ma oramai tristemente afono). E poi gli incontri. "Ce drole d'americain qui n'arretait pas de m'embrasser les genoux", "quel bizzarro americano che non smetteva di baciarmi le ginocchia": così Marcel Duchamp ricordava la serata in compagnia di Ginsberg e anche di Corso. "Avvenne a casa mia" racconta Jean-Jacques Lebel. "C'erano anche Man Ray, Benjamin Péret e la moglie di André Breton, lui no, perché aveva l'influenza. Allen, che reggeva male l'alcol, non faceva che genuflettersi davanti a Duchamp. Gregory invece gli tagliò la cravatta con un paio di forbici da cucina. Poi mi vomitò sulle scale". Per non parlare del pellegrinaggio di Ginsberg e Burroughs nella caotica villetta di Louis-Ferdinand Céline a Meudon. L'autore del Viaggio al termine della notte circondato da scialli e cagnacci, ospitale e bilioso. "Allen, che era un ebreo, omosessuale e marxista" dice Lebel "riusciva sempre a fare astrazione dalle idee politiche degli scrittori che venerava. L'antisemita Céline come il filofascista Ezra Pound, che volle conoscere a Venezia".

E Jack Kerouac? "A Parigi veniva poco. Andava negli alberghi pagati da Gallimard. In che stato era? Toujours deplorable. Sempre penoso. Beveva per darsi arie da duro e rimuovere, credo, la propria omosessualità. Una volta, alle quattro del mattino, picchiò alla porta della casa editrice urlando: "Monsieur Gallimard, che aspetta a sganciarmi il mio assegno? Monsieur Gallimaaard!". E non era un provocatore avanguardista. Solo un povero alcolizzato. Gli ripetevo: "Dai basta, Jack. Ma ti rendi conto? Sei il più grande scrittore americano dopo Melville!". Lui non ci sentiva. Lo lasciammo lì. A ululare alla luna".