Correva l'anno del Signore 1532 e negli immensi territori della Nueva España gli avventurieri venuti al seguito di Hernán Cortés cercavano affannosamente quelle ricchezze che, entro pochi decenni, avrebbero mutato la storia non solo della Castiglia ma dell'Europa intera. Molti Conquistadores erano soltanto buoni navigatori divenuti armigeri loro malgrado, altri avevano ottimi motivi per tenersi alla larga dalla legge dei cattolicissimi sovrani, e rari risultavano gli hidalgos di nobile stirpe: tra questi, Nuño Beltrán de Guzmán, da Guadalajara, allora piccola città a nordest di Madrid. Nuño era la dimostrazione vivente di quanto il lignaggio sia spesso inversamente proporzionale alla nobiltà d'animo: ottuso, smanioso di potere, crudele al punto da aver torturato a morte il monarca dei Purépechas, Tangaxoan, che si era convertito al cristianesimo e non possedeva alcun tesoro nascosto.
Le scelleratezze di Nuño gli valsero in quell'anno ben poco misericordioso una vibrata protesta del clero di Pátzcuaro, nell'odierno stato messicano del Michoacán, ottenendo che da Madrid giungesse la formale destituzione di Nuño Beltrán de Guzmán da presidente della Primera Audiencia de la Nueva España. Un colpo durissimo per l'ambizioso conquistatore allora quarantaduenne, acerrimo rivale di Cortés che nel 1529 si era visto privare del grado di Capitán General proprio in seguito alla disputa con lo scellerato hidalgo. Ora Cortés tornava ai pieni poteri, ed era logico aspettarsi una rappresaglia. Nuño decise di poner tierra por medio, cioè allontanarsi più possibile intraprendendo nuove conquiste. Alla testa di trecento spagnoli e seicento schiavi indios - il traffico di schiavi nel Caribe era una delle sue principali fonti di guadagno - puntò a nordovest, affrontando l'ostilità di varie comunità guerriere e anche i frequenti ammutinamenti dei suoi, ogni volta sedati con esecuzioni spietate. La sua tattica gli era valsa una fama sinistra: assedio dei villaggi, distruzione dei raccolti, incendio delle abitazioni, saccheggio, supplizio dei cacicchi per farsi consegnare eventuali ricchezze, per altro mai trovate.
Un cronista dell'epoca, per quanto avvezzo alle fechorías y desmanes dei suoi conterranei, lo definì "l'uomo più perverso tra quanti abbiano calpestato la terra della Nueva España". E Nuño avanzava, lasciandosi alle spalle morte e desolazione. Coltivava un sogno: fondare una città dandole il nome della sua Guadalajara, della quale forse sentiva nostalgia, anche se nessuno in Spagna ne provava per lui. Finché arrivò in un luogo chiamato Nochistlán, e decise di tentare: fece venire sessantatré famiglie di coloni e si industriò a improvvisarsi urbanista. Un fallimento: l'acqua scarseggiava, la terra era così dura che frantumava le zappe, la popolazione indigena praticava la guerriglia infliggendo continue perdite.
L'estrema beffa del destino per l'incapace quanto efferato Nuño, sarebbe stata la fondazione dell'odierna Guadalajara, la seconda metropoli del Messico dopo la capitale federale, a opera di un suo luogotenente, il capitano Juan de Oñate, che cercando una zona più ospitale, il 14 febbraio del 1542 pose le fondamenta della prima costruzione dove oggi sorge il sontuoso teatro Degollado, al centro della Valle de Atemajac, luogo dal clima perfetto, a 1500 metri di altitudine, un'eterna primavera con cieli tersi e aria asciutta, bagnata dal torrente ribattezzato San Juan de Dios. Intanto Nuño era stato tradotto in Spagna in seguito alla valanga di accuse e lamentele di clero e coloni, finendo miseramente i suoi giorni nella fortezza di Torrejón de Velasco. Morì con i ceppi alle caviglie nell'anno domini del 1544, e non avrebbe visto neppure una pietra di quella che nei secoli a venire i messicani trasformeranno nella "Perla de Occidente".
Città con i più alti indici di benessere, culturalmente vivacissima, culla dei più celebri musicisti di fama internazionale - Carlos Santana e i Maná, per fare due nomi a caso, provengono da qui - Guadalajara si è espansa a dismisura, e se il centro storico semipedonalizzato è un'oasi di quiete tra palazzi, chiese e piazze che alternano maestosità a delicatezza di stili, tutto il resto è traffico forsennato che sciama su vasti viali a otto corsie mettendo a dura prova il turista in cerca di riconoscere il proprio immaginario che si è fatto del Messico. Eppure, si trova nel luogo per eccellenza della mexicanidad: siamo nel Jalisco, lo stato di cui Guadalajara è capitale, dove si produce tutta la tequila, da cui provengono i mariachis sparsi nel resto della repubblica e i charros abili a cavallo, i corpi di ballo più rinomati all'estero e le tradizioni più radicate, insomma, quasi tutto ciò che gli extranjeros conoscono come "folklore messicano".
Ma Guadalajara ha ben altro di cui vantarsi. Per esempio la prestigiosa università fondata nel 1792, con gli odierni duecentomila studenti, o l'Expo dove si organizzano alcune delle fiere più importanti del continente latinoamericano, prima fra tutte quella internazionale del libro, e poi i piaceri del buon vivere, tra innumerevoli ristoranti raffinati, locali notturni spesso firmati da architetti passati alla storia, e tanti musei: questa è la patria di José Clemente Orozco, uno dei più grandi muralisti messicani, e Guadalajara gli ha tributato ogni onore possibile, facendogli affrescare alcuni dei suoi edifici più belli. Imperdibile è il Centro Cultural Cabañas, complesso architettonico fondato nel 1801 che richiese quasi mezzo secolo di lavori: contiene ben ventitré patii attorno ai quali si aprono scuole d'arte, musica e danza, un teatro, vari uffici e l'immancabile caffetteria. Nel patio centrale si erge la Capilla Tolsa, a forma di croce, e tra il 1936 e il 1939 Orozco ne affrescò le volte realizzando un'opera annoverata tra i capolavori dell'arte moderna, 53 affreschi tra i quali spicca El hombre de fuego, impressionante allegoria sulla lotta degli esseri umani per liberarsi dal giogo coloniale e non solo, dove i Conquistadores sono raffigurati come i Cavalieri dell'Apocalisse, il tutto non esente dalla verve satirica che permeava l'artista, amaramente disilluso nei confronti degli "uomini della provvidenza" e delle rivoluzioni vinte ineffabilmente dai Gattopardi di turno.
Poco distante dal Cabañas, si estende quello che si ritiene il più grande mercato coperto delle Americhe - se si considera un'unico tetto comune per i due piani affollatissimi - ufficialmente Mercado Libertad ma che tutti chiamano di San Juan de Dios. Nel suo tripudio di colori e odori inebrianti, ci si dimentica momentaneamente della città monumentale e a tratti austera, per immergersi nell'anima più genuina, perché in fin dei conti per conoscere i luoghi e le genti del Messico, bisogna frequentarne i mercati e le cantinas. Non mancano neppure qui le artesanias, soprattutto in terracotta, anche se per ammirare i mastri ceramisti al lavoro occorre spostarsi di pochi chilometri, nel vicino paese di Tlaquepaque, capitale regionale della cerámica, termine derivante dal greco keramos, argilla, che in arabo si dice alfar, e curiosamente alfarería è nel Jalisco come altrove l'artigianato della terracotta, retaggio della Conquista che vide arrivare tanti andalusi eredi delle tradizioni dell'Islam iberico. Molte parole ancora in uso nello spagnolo parlato dai messicani hanno origini arabe, e persino la Guadalajara spagnola deriva dall'arabo wad al-ijaara, "fiume di pietre", nome datole dagli islamici nel medioevo sostituendo quello di Arriaca, come la chiamavano i romani che la fondarono.
Riprendendo a vagabondare per il centro storico, godendo del clima "perfetto" che ammaliò il capitano Oñate, ritroviamo Orozco negli affreschi del Palacio de Gobierno, che celebrano l'epopea del sacerdote Hidalgo, padre e condottiero dell'Indipendenza che, senza lasciare la croce e soprattutto inalberando il vessillo della Vergine di Guadalupe, impugnò anche il fucile contro la dominazione spagnola, e proprio qui, nel 1810, proclamò l'abolizione della schiavitù. È una delle tante pagine di storia patria di cui vanno fieri i tapatíos, cioè gli abitanti di Guadalajara e del Jalisco, espressione in lingua indigena che significa "tre volte degni". L'odierna "Perla de Occidente" è ormai arrivata a contenere, come area metropolitana comprendente vari municipi limitrofi, oltre quattro milioni di tapatíos con relative auto, ma non ha perso minimamente l'incanto, e la notte, poi, la tradizionale giovialità cittadina fa dimenticare certi "effetti collaterali" del progresso non meno devastanti dell'avanzata di Nuño de Guzmán.
La fiera del libro
Seconda al mondo per giro d’affari e prima delle Americhe, la Fiera Internazionale del Libro di Guadalajara ha compiuto vent’anni. Mezzo milione di visitatori anche per quest’ultima edizione, opportunamente suddivisi per orari e giornate tra addetti ai lavori e pubblico, oltre 1600 case editrici in rappresentanza di 40 paesi, 1500 giornalisti accreditati per 440 testate, 1 milione e trecentomila accessi al sito internet solo nei 9 giorni di apertura, più una miriade di incontri, presentazioni, conferenze, dibattiti, premi: sono alcune cifre che spiegano quanto valga la pena esserci, per editori e autori, a Guadalajara tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre. L’Italia è tra i candidati a paese “ospite d’onore” per l’edizione del 2008. www.fil.com.mx
Tlaquepaque, la serena cittadina degli artigiani
A MEZZ’ORA da Guadalajara, la paciosa cittadina di Tlaquepaque - il suo nome deriva dal náhuatl Tlalipac, “monte di argilla” - è meta obbligata di chi voglia acquistare artigianato in ceramica e terracotta, nonché pausa dal traffico che qui è rarefatto. Tra i motivi di attrazione, il Centro Cultural El Refugio, complesso originariamente concepito come ospedale, che dal 1983 è stato restaurato per farne sede di eventi culturali e accademici, di esposizioni temporanee e permanenti. Una parte è occupata dal museo Pantaleón Panduro, in omaggio al più illustre artigiano della terracotta, capostipite di una scuola che ha reso Tlaquepaque famosa in tutto il Messico con esportazioni in molti paesi del mondo. Il museo contiene una vasta gamma di pezzi provenienti anche dagli altri stati messicani, fornendo una straordinaria panoramica delle varie produzioni locali. In centro è doverosa una sosta a El Parián, un grande patio fiorito e circondato di ristoranti e cantinas - vanta il primato di “cantina más grande del mundo” - che sorge dove in epoca precolombiana si teneva un mercato del baratto. Qui si esibiscono i mariachis e si sta comodamente seduti nelle equipales, poltrone in legno e cuoio già in uso presso gli aztechi, fresche d’estate e calde d’inverno.
Il liquore simbolo del Messico
CON LA PAROLA Tequila si indica il nome della valle del Jalisco dove da secoli si produce il liquore simbolo del Messico, e così si chiama la cittadina che ospita una miriade di distillerie. Il nome deriva dal náhuatl - la lingua degli aztechi - téquitl, “lavoro” o “mestiere”, e sebbene la tequila (che in Messico è parola al maschile) sia difficile da accostare agli impegni di lavoro, si riferiva al compito specifico di tagliare le agavi da cui si estrae, e ancor oggi si usa tequio per il lavoro del contadino. Madre natura pare aver deciso senza concessione alcuna che soltanto in questo pezzetto di pianeta possa crescere e prosperare l’agave tequilera, varietà conosciuta come azul o weber tequilana, una delle 136 specie di agave endemiche del Messico.
Ogni tentativo (soprattutto statunitense e giapponese) di trapiantarla altrove è inesorabilmente fallito, persino nelle regioni messicane limitrofe non attecchisce, per un complesso e delicatissimo equilibrio fra terriccio argilloso predesertico, acqua, clima (mai sbalzi bruschi, 20 gradi di media), altitudine (invariabilmente a 1500 metri), cielo nuvoloso solo tra i 70 e i 100 giorni all’anno, piogge non troppo abbondanti nella stagione estiva, eccetera. Ma se si considera che ormai in ogni luogo del mondo si trovano bottiglie con su scritto “tequila”, è facile immaginare che raramente si ha a che fare con quella genuina, perché non basterebbero le piantagioni presenti in tutto il Jalisco a produrne tanta. La legge messicana è molto severa al riguardo, ma pochi all’estero sanno come interpretarla: la semplice dicitura “tequila” sull’etichetta significa che si tratta di un mixto, cioè 51% distillato di agave e 49% alcol di canna, dunque, state bevendo un “mezzo” aguardiente. Solo se riporta “100 % agave” è tequila, e meglio ancora “100% agave azul”.
Le scelleratezze di Nuño gli valsero in quell'anno ben poco misericordioso una vibrata protesta del clero di Pátzcuaro, nell'odierno stato messicano del Michoacán, ottenendo che da Madrid giungesse la formale destituzione di Nuño Beltrán de Guzmán da presidente della Primera Audiencia de la Nueva España. Un colpo durissimo per l'ambizioso conquistatore allora quarantaduenne, acerrimo rivale di Cortés che nel 1529 si era visto privare del grado di Capitán General proprio in seguito alla disputa con lo scellerato hidalgo. Ora Cortés tornava ai pieni poteri, ed era logico aspettarsi una rappresaglia. Nuño decise di poner tierra por medio, cioè allontanarsi più possibile intraprendendo nuove conquiste. Alla testa di trecento spagnoli e seicento schiavi indios - il traffico di schiavi nel Caribe era una delle sue principali fonti di guadagno - puntò a nordovest, affrontando l'ostilità di varie comunità guerriere e anche i frequenti ammutinamenti dei suoi, ogni volta sedati con esecuzioni spietate. La sua tattica gli era valsa una fama sinistra: assedio dei villaggi, distruzione dei raccolti, incendio delle abitazioni, saccheggio, supplizio dei cacicchi per farsi consegnare eventuali ricchezze, per altro mai trovate.
Un cronista dell'epoca, per quanto avvezzo alle fechorías y desmanes dei suoi conterranei, lo definì "l'uomo più perverso tra quanti abbiano calpestato la terra della Nueva España". E Nuño avanzava, lasciandosi alle spalle morte e desolazione. Coltivava un sogno: fondare una città dandole il nome della sua Guadalajara, della quale forse sentiva nostalgia, anche se nessuno in Spagna ne provava per lui. Finché arrivò in un luogo chiamato Nochistlán, e decise di tentare: fece venire sessantatré famiglie di coloni e si industriò a improvvisarsi urbanista. Un fallimento: l'acqua scarseggiava, la terra era così dura che frantumava le zappe, la popolazione indigena praticava la guerriglia infliggendo continue perdite.
L'estrema beffa del destino per l'incapace quanto efferato Nuño, sarebbe stata la fondazione dell'odierna Guadalajara, la seconda metropoli del Messico dopo la capitale federale, a opera di un suo luogotenente, il capitano Juan de Oñate, che cercando una zona più ospitale, il 14 febbraio del 1542 pose le fondamenta della prima costruzione dove oggi sorge il sontuoso teatro Degollado, al centro della Valle de Atemajac, luogo dal clima perfetto, a 1500 metri di altitudine, un'eterna primavera con cieli tersi e aria asciutta, bagnata dal torrente ribattezzato San Juan de Dios. Intanto Nuño era stato tradotto in Spagna in seguito alla valanga di accuse e lamentele di clero e coloni, finendo miseramente i suoi giorni nella fortezza di Torrejón de Velasco. Morì con i ceppi alle caviglie nell'anno domini del 1544, e non avrebbe visto neppure una pietra di quella che nei secoli a venire i messicani trasformeranno nella "Perla de Occidente".
Città con i più alti indici di benessere, culturalmente vivacissima, culla dei più celebri musicisti di fama internazionale - Carlos Santana e i Maná, per fare due nomi a caso, provengono da qui - Guadalajara si è espansa a dismisura, e se il centro storico semipedonalizzato è un'oasi di quiete tra palazzi, chiese e piazze che alternano maestosità a delicatezza di stili, tutto il resto è traffico forsennato che sciama su vasti viali a otto corsie mettendo a dura prova il turista in cerca di riconoscere il proprio immaginario che si è fatto del Messico. Eppure, si trova nel luogo per eccellenza della mexicanidad: siamo nel Jalisco, lo stato di cui Guadalajara è capitale, dove si produce tutta la tequila, da cui provengono i mariachis sparsi nel resto della repubblica e i charros abili a cavallo, i corpi di ballo più rinomati all'estero e le tradizioni più radicate, insomma, quasi tutto ciò che gli extranjeros conoscono come "folklore messicano".
Ma Guadalajara ha ben altro di cui vantarsi. Per esempio la prestigiosa università fondata nel 1792, con gli odierni duecentomila studenti, o l'Expo dove si organizzano alcune delle fiere più importanti del continente latinoamericano, prima fra tutte quella internazionale del libro, e poi i piaceri del buon vivere, tra innumerevoli ristoranti raffinati, locali notturni spesso firmati da architetti passati alla storia, e tanti musei: questa è la patria di José Clemente Orozco, uno dei più grandi muralisti messicani, e Guadalajara gli ha tributato ogni onore possibile, facendogli affrescare alcuni dei suoi edifici più belli. Imperdibile è il Centro Cultural Cabañas, complesso architettonico fondato nel 1801 che richiese quasi mezzo secolo di lavori: contiene ben ventitré patii attorno ai quali si aprono scuole d'arte, musica e danza, un teatro, vari uffici e l'immancabile caffetteria. Nel patio centrale si erge la Capilla Tolsa, a forma di croce, e tra il 1936 e il 1939 Orozco ne affrescò le volte realizzando un'opera annoverata tra i capolavori dell'arte moderna, 53 affreschi tra i quali spicca El hombre de fuego, impressionante allegoria sulla lotta degli esseri umani per liberarsi dal giogo coloniale e non solo, dove i Conquistadores sono raffigurati come i Cavalieri dell'Apocalisse, il tutto non esente dalla verve satirica che permeava l'artista, amaramente disilluso nei confronti degli "uomini della provvidenza" e delle rivoluzioni vinte ineffabilmente dai Gattopardi di turno.
Poco distante dal Cabañas, si estende quello che si ritiene il più grande mercato coperto delle Americhe - se si considera un'unico tetto comune per i due piani affollatissimi - ufficialmente Mercado Libertad ma che tutti chiamano di San Juan de Dios. Nel suo tripudio di colori e odori inebrianti, ci si dimentica momentaneamente della città monumentale e a tratti austera, per immergersi nell'anima più genuina, perché in fin dei conti per conoscere i luoghi e le genti del Messico, bisogna frequentarne i mercati e le cantinas. Non mancano neppure qui le artesanias, soprattutto in terracotta, anche se per ammirare i mastri ceramisti al lavoro occorre spostarsi di pochi chilometri, nel vicino paese di Tlaquepaque, capitale regionale della cerámica, termine derivante dal greco keramos, argilla, che in arabo si dice alfar, e curiosamente alfarería è nel Jalisco come altrove l'artigianato della terracotta, retaggio della Conquista che vide arrivare tanti andalusi eredi delle tradizioni dell'Islam iberico. Molte parole ancora in uso nello spagnolo parlato dai messicani hanno origini arabe, e persino la Guadalajara spagnola deriva dall'arabo wad al-ijaara, "fiume di pietre", nome datole dagli islamici nel medioevo sostituendo quello di Arriaca, come la chiamavano i romani che la fondarono.
Riprendendo a vagabondare per il centro storico, godendo del clima "perfetto" che ammaliò il capitano Oñate, ritroviamo Orozco negli affreschi del Palacio de Gobierno, che celebrano l'epopea del sacerdote Hidalgo, padre e condottiero dell'Indipendenza che, senza lasciare la croce e soprattutto inalberando il vessillo della Vergine di Guadalupe, impugnò anche il fucile contro la dominazione spagnola, e proprio qui, nel 1810, proclamò l'abolizione della schiavitù. È una delle tante pagine di storia patria di cui vanno fieri i tapatíos, cioè gli abitanti di Guadalajara e del Jalisco, espressione in lingua indigena che significa "tre volte degni". L'odierna "Perla de Occidente" è ormai arrivata a contenere, come area metropolitana comprendente vari municipi limitrofi, oltre quattro milioni di tapatíos con relative auto, ma non ha perso minimamente l'incanto, e la notte, poi, la tradizionale giovialità cittadina fa dimenticare certi "effetti collaterali" del progresso non meno devastanti dell'avanzata di Nuño de Guzmán.
La fiera del libro
Seconda al mondo per giro d’affari e prima delle Americhe, la Fiera Internazionale del Libro di Guadalajara ha compiuto vent’anni. Mezzo milione di visitatori anche per quest’ultima edizione, opportunamente suddivisi per orari e giornate tra addetti ai lavori e pubblico, oltre 1600 case editrici in rappresentanza di 40 paesi, 1500 giornalisti accreditati per 440 testate, 1 milione e trecentomila accessi al sito internet solo nei 9 giorni di apertura, più una miriade di incontri, presentazioni, conferenze, dibattiti, premi: sono alcune cifre che spiegano quanto valga la pena esserci, per editori e autori, a Guadalajara tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre. L’Italia è tra i candidati a paese “ospite d’onore” per l’edizione del 2008. www.fil.com.mx
Tlaquepaque, la serena cittadina degli artigiani
A MEZZ’ORA da Guadalajara, la paciosa cittadina di Tlaquepaque - il suo nome deriva dal náhuatl Tlalipac, “monte di argilla” - è meta obbligata di chi voglia acquistare artigianato in ceramica e terracotta, nonché pausa dal traffico che qui è rarefatto. Tra i motivi di attrazione, il Centro Cultural El Refugio, complesso originariamente concepito come ospedale, che dal 1983 è stato restaurato per farne sede di eventi culturali e accademici, di esposizioni temporanee e permanenti. Una parte è occupata dal museo Pantaleón Panduro, in omaggio al più illustre artigiano della terracotta, capostipite di una scuola che ha reso Tlaquepaque famosa in tutto il Messico con esportazioni in molti paesi del mondo. Il museo contiene una vasta gamma di pezzi provenienti anche dagli altri stati messicani, fornendo una straordinaria panoramica delle varie produzioni locali. In centro è doverosa una sosta a El Parián, un grande patio fiorito e circondato di ristoranti e cantinas - vanta il primato di “cantina más grande del mundo” - che sorge dove in epoca precolombiana si teneva un mercato del baratto. Qui si esibiscono i mariachis e si sta comodamente seduti nelle equipales, poltrone in legno e cuoio già in uso presso gli aztechi, fresche d’estate e calde d’inverno.
Il liquore simbolo del Messico
CON LA PAROLA Tequila si indica il nome della valle del Jalisco dove da secoli si produce il liquore simbolo del Messico, e così si chiama la cittadina che ospita una miriade di distillerie. Il nome deriva dal náhuatl - la lingua degli aztechi - téquitl, “lavoro” o “mestiere”, e sebbene la tequila (che in Messico è parola al maschile) sia difficile da accostare agli impegni di lavoro, si riferiva al compito specifico di tagliare le agavi da cui si estrae, e ancor oggi si usa tequio per il lavoro del contadino. Madre natura pare aver deciso senza concessione alcuna che soltanto in questo pezzetto di pianeta possa crescere e prosperare l’agave tequilera, varietà conosciuta come azul o weber tequilana, una delle 136 specie di agave endemiche del Messico.
Ogni tentativo (soprattutto statunitense e giapponese) di trapiantarla altrove è inesorabilmente fallito, persino nelle regioni messicane limitrofe non attecchisce, per un complesso e delicatissimo equilibrio fra terriccio argilloso predesertico, acqua, clima (mai sbalzi bruschi, 20 gradi di media), altitudine (invariabilmente a 1500 metri), cielo nuvoloso solo tra i 70 e i 100 giorni all’anno, piogge non troppo abbondanti nella stagione estiva, eccetera. Ma se si considera che ormai in ogni luogo del mondo si trovano bottiglie con su scritto “tequila”, è facile immaginare che raramente si ha a che fare con quella genuina, perché non basterebbero le piantagioni presenti in tutto il Jalisco a produrne tanta. La legge messicana è molto severa al riguardo, ma pochi all’estero sanno come interpretarla: la semplice dicitura “tequila” sull’etichetta significa che si tratta di un mixto, cioè 51% distillato di agave e 49% alcol di canna, dunque, state bevendo un “mezzo” aguardiente. Solo se riporta “100 % agave” è tequila, e meglio ancora “100% agave azul”.