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Nel ventre caldo dell'hamam

Le cupole sembrano piccole moschee. Le sale, le nicchie, i grandi camini del bagno turco che fumano senza sosta avvolgono la capitale di vapori magici a cui nessuno, da secoli riesce a sottrarsi
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«Non abbiate timore, qui ci teniamo all'igiene, gli asciugamani vengono accuratamente lavati e stirati ogni dieci clienti», dice Murat ossequioso, mentre accompagna due turisti perplessi nella zona più calda del bagno turco. Poco più in là, un ragazzo scheletrico, pallidissimo, con il pestamal umido avvolto intorno alla vita, fa passare dentro una pressa azionata a mano le tovagliette abbandonate a terra dagli ultimi avventori, come se quel processo oltre a eliminare l'acqua riuscisse anche a schiacciare eventuali germi e parassiti. Stesi su potenti caloriferi, quei teli bianchi striati di rosso, come se ne vedono in certi quadri di Ingres, saranno asciutti in pochi minuti, per essere utilizzati, rigidi come pesci essiccati al sole, dai successivi clienti.

E mentre i turisti, sempre più disorientati, si accomodano sui sedili di marmo, accanto alle antiche vasche dove l'acqua, calda e fredda, gorgoglia dai rubinetti in ottone, Murat decanta i vantaggi di quel benefico trattamento: «I…
«Non abbiate timore, qui ci teniamo all'igiene, gli asciugamani vengono accuratamente lavati e stirati ogni dieci clienti», dice Murat ossequioso, mentre accompagna due turisti perplessi nella zona più calda del bagno turco. Poco più in là, un ragazzo scheletrico, pallidissimo, con il pestamal umido avvolto intorno alla vita, fa passare dentro una pressa azionata a mano le tovagliette abbandonate a terra dagli ultimi avventori, come se quel processo oltre a eliminare l'acqua riuscisse anche a schiacciare eventuali germi e parassiti. Stesi su potenti caloriferi, quei teli bianchi striati di rosso, come se ne vedono in certi quadri di Ingres, saranno asciutti in pochi minuti, per essere utilizzati, rigidi come pesci essiccati al sole, dai successivi clienti.

E mentre i turisti, sempre più disorientati, si accomodano sui sedili di marmo, accanto alle antiche vasche dove l'acqua, calda e fredda, gorgoglia dai rubinetti in ottone, Murat decanta i vantaggi di quel benefico trattamento: «Insaponate bene la pelle, risciacquatela più volte, quando si sarà ammorbidita useremo il guanto di crine per asportare le particelle morte». Dopo il peeling, sarà la volta del massaggio, ruvido, energico, sulle pietre caldissime di un'ara ottagonale costruita al centro del bagno, sotto la cupola traforata da piccoli oblò dai quali filtra una luce pallida, bluastra, che conferisce a quelle mura imbiancate a calce viva un'aura solenne, mistica. E agli avventori un colorito diafano. Alla scarsa igiene della biancheria si può ovviare portandosi asciugamani e ciabatte dall'albergo, se davvero si ha voglia di provare una volta nella vita l'ebbrezza di un autentico hamam. A Istanbul ce ne sono anche di turistici (il Cemberlitas, costruito dall'architetto Sinan nel 1584, in Vezirhan Caddesi; il Cagaloglu, del 1741, in Yerebatan Caddesi, entrambi nei pressi del Gran Bazar), addomesticati per compiacere gli occidentali, con gli asciugamani sterilizzati, vistosamente cellophanati, e i massaggiatori pingui e baffuti che si divertono a stupire la clientela con i loro coreografici rotolamenti, insaponature, strigliature, battiture, pizzicamenti.

«Le case dei bagni si riconoscono di fuori: sono edifici senza finestre, dalla forma di piccole moschee, sormontati da una cupola e da alti camini conici, che fumano perpetuamente. Ma prima d'entrare, bisogna pensarci due volte, e domandarsi quid valeant humeri, perché «non tutti possono resistere all'aspro governo che si fa d'un uomo fra quelle mura salutari», scriveva Edmondo De Amicis nel suo Costantinopoli, affascinante diario di viaggio alla porta d'Oriente (prima edizione, con illustrazioni di Cesare Biseo, anno 1877). «Entro timidamente e mi trovo in una gran sala che mi lascia un momento incerto, se sia un teatro o un ospedale. Mi par d'essere in un tempio sottomarino. Vedo vagamente, a traverso un velo bianco di vapori, delle altri pareti marmoree, delle colonne, degli archi, la volta d'una cupola finestrata, da cui scendono dei raggi di luce rossa, azzurra e verde, dei fantasmi bianchi che vanno e vengono rasenti le pareti, e nel mezzo della sala, uomini seminudi distesi sul pavimento come cadaveri, sui quali altri uomini seminudi stanno chinati nell'atteggiamento di medici che facciano un'autopsia».

Il piccolo Umut, non più di otto anni, ha accompagnato il nonno al Büyük Hamam (in Potinciler Sokak), edificato da Sinan nel 1533 insieme alla moschea di Kasimpasa. È il più spazioso e lindo tra quelli ancora frequentati da soli turchi. Umut inizia amorevolmente a insaponare il vecchio, che articola frasi incomprensibili. Un canto, forse una preghiera, o semplicemente ordini impartiti al ragazzino, che strofina, gratta, massaggia, sciacqua. Terminate le abluzioni, il vecchio si distende sul marmo, si accarezza la barba ispida e intona una canzone. La voce flebile, amplificata dalla cupola immensa, risuona melodiosa nell'hamam. Quando dimentica le parole, Umut è lì pronto a completare la strofa, a suggerire una parola, la giusta intonazione. Il nonno ha una brutta ernia che gli pende dall'addome come una vescica di strutto: Umut la lava delicatamente, la asciuga, la ricopre col pestamal. Oggi il nonno ha bisogno di lui, è il suo bambino. Umut non ha tempo per la playstation, non ne ha neanche una, il suo gioco è la cura del vecchio.

Kasimpasa è un quartiere povero sulla riva destra Corno d'oro. Le case diroccate ospitano colonie di operai arrivati dall'est. Senza il conforto delle famiglie lasciate a Sivas o Dyarbakir, vivono da scapoli in stanzoni con cinque, dieci letti e servizi igienici ridotti ai minimi termini. Il bagno pubblico per loro è una necessità, non un ozio. Il giovedì dopo il lavoro arrivano a frotte, indugiano pochi minuti nello spogliatoio a due piani, ripongono gli abiti nelle cabine o negli armadietti, il tempo di una sigaretta e una gazzosa, poi scompaiono dietro la porticina di legno che li catapulta in quell'umido delubro dove lo sciacquio concilia il relax. Si appartano nelle nicchie due a due, per aiutarsi nella rasatura delle ascelle; poi da soli si radono il pube, nettano il marmo dai ciuffi di pelo e si preparano per il massaggio. Infine un sonno ristoratore sui marmi caldi, un tè con gli amici a parlar di soldi, di donne e del tempo che farà domani, il dì di festa dei musulmani.

«Chi come me è stato iniziato al rito dell'hamam non riuscirà mai a rinunciarvi finché vivrà», dice Cuneyt, 65 anni, avvocato, divoratore di libri sulla storia ottomana. Disteso sulla pietra calda del Büyük Hamam è uno come tanti; l'acqua, il calore, il vapore cancellano anche le differenze di classe. «Quando eravamo bambini andavamo nella sezione femminile, insieme alle donne di casa. Ricordo ancora la circassa dagli enormi seni bianchi che prendeva in grembo mia madre come una bambina per massaggiarle le braccia più energicamente. Le ragazze da marito mi prendevano in giro: "Cos'è quel cosino piccolo che hai? Portaci papà la prossima volta". Poi dopo la circoncisione il privilegio finì, e cominciai ad andare nel bagno degli uomini con mio padre». A quell'epoca i bagni turchi non erano ancora stati rimodernati con infissi di plastica e alluminio anodizzato, alcuni conservavano gli antichi bacili in argento del periodo ottomano. Le calzature erano ingombranti zoccoli in legno che tenevano i piedi ben distanti dalle pietre troppo calde e dal rischio delle verruche (gli antiquari del Gran Bazar o di Cukurcuma ne vendono esemplari incrostati in avorio e madreperla a prezzi esorbitanti).

La funzione sociale dell'hamam, luogo di pettegolezzi e di intrighi dove i sultani complottavano la ragion di stato e i borghesi combinavano matrimoni, non è più quella magnificamente raccontata da Irfan Orga in Portrait of a Turkish family, grandioso affresco familiare tra le due guerre che per intensità ricorda La storia di Elsa Morante. «Che parapiglia si scatenava in casa quando mia nonna annunciava che il giorno dopo sarebbe andata all'hamam! L'annuncio veniva dato sempre con ventiquattr'ore di anticipo, perché i preparativi erano laboriosi: bisognava comprare il cibo adatto, preparare piatti speciali, riservare stanze private. Nello spogliatoio, calzavamo le takunyas, poi solennemente ci avviavamo nella sala delle abluzioni, dove ci saremmo lavati e dove avremmo divorato tutte le vivande. Nessuno stava al bagno meno di otto ore: le ragazze in fiore facevano a gara per mostrare alle signore i loro corpi bianchi e rosa cosicché queste ultime potessero decantare ai figli scapoli le meraviglie di quei corpi nudi. L'hamam era anche il luogo dove gelosie e rivalità scatenavano risse furiose tra le donne innamorate dello stesso uomo».

L'Aga Hamam (in Turnaçibasi Sokak), aperto nel 1562 per finanziare la costruzione del faro di Fenerbahçe, è uno dei pochi aperti ventiquattro ore. Un pestamal steso all'ingresso a mo' di tenda indica che quella è l'ora riservata alle donne (di solito il mattino). Dopo mezzanotte diventa il punto di ritrovo di chi ha abusato dei piaceri di Beyoglu, il quartiere più peccaminoso della città, in un bar, una taverna, un bordello (in Turchia le case sono aperte, la più grande di Istanbul è a due passi, in Bankalar Caddesi). Ci si purifica e si cerca di smaltire la sbornia di raki. Gli oblò della cupola incominciano a filtrare la luce dell'alba, quando una creatura senza sesso e senza età fa il suo ingresso nel calidarium.

I massaggiatori hanno da tempo riposto le keze che hanno strofinato dozzine di schiene, glutei e cosce, gli uomini riposano sui marmi caldi delle nicchie cullati dallo scroscio incessante delle acque. Il ragazzo dall'incarnato da odalisca si accovaccia sotto la cupola, pettina senza sosta i lunghi capelli neri e con gli occhi chiusi canta Seni kimler aldi, un'aria straziante di malamore che negli anni Ottanta fece la fortuna di Sezen Aksu, la diva del pop à-la-turca. Come svegliati dal canto di una sirena, tutti gli uomini del bagno si uniscono al canto, «Seni kimler aldi / Kimler öpüyor seni / Dudaginda dilinde / Ellerin izi var» («Chi ti ha rapito? / Chi ti bacia adesso? / Sulle tue labbra, sulla tua lingua / Ci sono tracce di altri»), pochi istanti prima che il muezzin esorti tutti al raccoglimento con la preghiera del mattino.

La Costantinopoli di De Amicis è tutta lì dentro, intatta, esotica e lontanissima dall'Europa. Lo stupore del turista, oggi, è pari a quello dello scrittore che centotrenta anni fa, in un caffè di Pera, scoprì l'enorme potere di seduzione che avevano sul maschio turco i köçek, giovani efebi (soprattutto cristiani) reclutati in tutto l'impero ottomano e educati alla danza e al travestitismo. Dopo un lungo periodo di apprendistato erano pronti per gli spettacoli e i piaceri della corte (nella metà del Diciassettesimo secolo esistevano almeno dodici legioni di köçek - chiamate kol - ognuna delle quali contava almeno duecentocinquanta ballerini).

Oggi molti hamam del centro, per evitare la chiusura, si sono adeguati alle esigenze del pubblico. Alcuni storici impianti nella zona di Beyoglu o Sultanahmet (Cukurcuma Süreyya, in Cukurcuma Caddesi; Park Hamam, in Divanyolu Caddesi) sono diventati punto d'incontro della comunità gay di una megalopoli che supera ormai i diciotto milioni di abitanti. Orhan Yilmazkaya ha fatto un inventario degli hamam di Istanbul ancora aperti: i risultati della ricerca sono stati pubblicati nel libro fotografico Turkish baths - A guide to the historic Turkish baths of Istanbul (Edizioni Citlembik, 146 pagine, 20 euro). Si scopre che i bagni turchi in città sono ancora moltissimi (almeno cinquanta di un certo prestigio), alcuni trasformati in alcove per incontri sessuali fra uomini, ma la maggior parte ancora frequentata da un popolo che non rinuncia alle tradizioni. Ce ne sono di magnifici, costruiti tra la metà del Sedicesimo e la fine del Diciottesimo secolo, che conservano intatti i segni dell'antico splendore: l'Örücüler Hamam (in Örücüler Kapisi Sokak), con le meravigliose piastrelle blu di Iznik: il Süleymaniye Hamam (in Mimar Sinan Caddesi) con le immense volte luminose; il Galatasaray Hamam (in Turnaçibasi Sokak), con i caratteristici marmi rossi; il Cinili Hamam (in Cavusdere Caddesi, a Üsküdar, nella parte asiatica), con la sontuosa fontana.

Emre, originario di Trabzon, ora vive a Amburgo. Al Cagaloglu, il più barocco degli hamam di Istanbul, è venuto con i quattro figli, tutti biondi come la madre, tedesca. Hanno lasciato la signora al bagno delle donne e ora guardano rapiti la cupola e le cupolette delle nicchie sorrette da una selva di colonne in marmo. Il tramonto inonda d'oro il bagno, l'effetto è magico, i guardiani lo sanno, non accenderanno le lampadine finché la notte non spegnerà l'ultima luce che filtra dagli oblò. I ragazzi, tra i sette e i diciassette anni, vengono presi in cura dai massaggiatori, che affondano le dita in quei corpi fragili e pallidi, snodano le articolazioni, sciolgono i muscoli, scrocchiano le dita. Emre li tiene d'occhio seduto accanto alla sua vasca. «Dio, quanto mi manca tutto questo», mormora, e si vuota il bacile d'acqua sul capo per lavare via le lacrime. Non gli va che i ragazzi lo vedano piangere.