Bedick nel cuore della storia
di Paola StaccioliViaggio nel secolare villaggio Iwol, il più antico dell'Africa occidentale, dove vivono i Bedick. Tra capanne rotonde con il tetto di paglia e il viavai di donne dagli abiti colorati, con un bastoncino infilato nel naso. I Viaggi
IL RAGAZZO DEL LUOGO, che guida i turisti nella salita, saltella fra le rocce agile e veloce come una gazzella. Si stenta a stargli dietro. Quasi un’ora di cammino, e finalmente appare il villaggio di Iwol, il più antico dei sette centri bedick, sorto su una verdeggiante e isolata collina del Senegal sudorientale, al confine con la Guinea. Le capanne rotonde con il tetto in paglia e il viavai di donne dagli abiti colorati, ornate da mille gingilli e da un bastoncino infilato orizzontalmente nel naso, rendono l’atmosfera ai confini fra la realtà e il sogno, dando subito la sensazione che la fatica è ripagata. Il maestro della scuola accoglie i turisti raccontando le tradizioni bedick e la storia di Iwol, abitato oggi da circa cinquecento persone appartenenti a quattro famiglie, i Keita, capi del villaggio, i Camara e Samoura, incaricati di organizzare le feste che ritmano i mesi e i giorni, e i Sadiakou, che provvedono a mantenere i costumi.…
IL RAGAZZO DEL LUOGO, che guida i turisti nella salita, saltella fra le rocce agile e veloce come una gazzella. Si stenta a stargli dietro. Quasi un’ora di cammino, e finalmente appare il villaggio di Iwol, il più antico dei sette centri bedick, sorto su una verdeggiante e isolata collina del Senegal sudorientale, al confine con la Guinea. Le capanne rotonde con il tetto in paglia e il viavai di donne dagli abiti colorati, ornate da mille gingilli e da un bastoncino infilato orizzontalmente nel naso, rendono l’atmosfera ai confini fra la realtà e il sogno, dando subito la sensazione che la fatica è ripagata. Il maestro della scuola accoglie i turisti raccontando le tradizioni bedick e la storia di Iwol, abitato oggi da circa cinquecento persone appartenenti a quattro famiglie, i Keita, capi del villaggio, i Camara e Samoura, incaricati di organizzare le feste che ritmano i mesi e i giorni, e i Sadiakou, che provvedono a mantenere i costumi. Poi, ha inizio la visita.
Durante il giorno si incontrano quasi solo donne, per lo più alle prese con le occupazioni domestiche. Gli uomini sono al pascolo con il bestiame. Alcune anziane filano il cotone, le bambine portano i fratellini più piccoli sulle spalle, i maschietti improvvisano un “mercatino” con qualche rudimentale pupazzetto in terracotta e pochi altri oggetti di artigianato locale. Su un’altura c’è la chiesa cattolica, costruita con l’intervento dei missionari francesi. Di stranieri fin quassù ne arrivano pochi. Alcuni alberi, sorprendenti per le loro dimensioni, sovrastano le capanne. Vicino alla scuola si staglia il più grande baobab del Senegal, con oltre 23 metri di circonferenza, il cui tronco conterrebbe il corpo di un Camara, sepolto in quel luogo prima che l’albero mettesse radici sulla sua tomba. Per questo, a Iwol ritengono che il villaggio risalga al XIII secolo, e sia il più antico fra gli insediamenti conosciuti dell’Africa occidentale.
Colpisce anche il maestoso fromager sacro – molto simile a un baobab - intorno al quale fioccano le leggende. Si racconta tra l’altro che, se colpito con un’ascia, emetta strazianti lamenti. Una volta tornati giù, a riprendere i fuoristrada nel villaggio peul di Ibel, ci si può dirigere verso la incantevole cascata di Dindefelo, circondata da una fitta foresta. Ma se si ha voglia di proseguire nell’immersione etnica le opportunità non mancano. Di particolare interesse sono i villaggi dei Bassari, soprattutto quando si celebrano le feste di iniziazione, oppure quelli abitati dai Peul. In molti di questi centri, compreso Iwol, è possibile trascorrere una notte veramente molto spartana, ma emozionante, in una capanna.
Vivere di caccia e mais
Sono un'etnia, presumibilmente di origine mandinga, composta da alcune migliaia di persone di tradizione animista, emigrate dal Mali per sfuggire all’avanzata dell’islam. Vivono di caccia, raccolta di frutti, coltura di miglio e mais, conservando intatte le loro antiche usanze. I Bedick, formatisi con l’arrivo dal Mali delle famiglie Keita e Camara, furono decimati durante la guerra tribale diretta da Alpha Yaya, giunto dal massiccio del Fouta Djallon. I superstiti si nascosero in alcune caverne, dalle quali uscivano solo la notte per rifornirsi di acqua e cibo. Secondo la leggenda, la gravità della situazione spinse gli uomini a offrire i migliori giovani al Genio del villaggio, perché li dotasse del potere di porre fine al conflitto. L’intervento ebbe il risultato sperato, e quando Alpha
Yaya tornò per sottomettere i Bedick, fu sconfitto, grazie anche all’intervento di sciami di api che, con le loro punture, sterminarono i nemici. I racconti popolari identificano alcuni grossi massi, situati oggi nei pressi di un pozzo, con i corpi di una mamma e di due suoi gemelli, martoriati da Alpha Yaya durante l’assedio di Iwol, trasformati dal Genio in pietra.
Durante il giorno si incontrano quasi solo donne, per lo più alle prese con le occupazioni domestiche. Gli uomini sono al pascolo con il bestiame. Alcune anziane filano il cotone, le bambine portano i fratellini più piccoli sulle spalle, i maschietti improvvisano un “mercatino” con qualche rudimentale pupazzetto in terracotta e pochi altri oggetti di artigianato locale. Su un’altura c’è la chiesa cattolica, costruita con l’intervento dei missionari francesi. Di stranieri fin quassù ne arrivano pochi. Alcuni alberi, sorprendenti per le loro dimensioni, sovrastano le capanne. Vicino alla scuola si staglia il più grande baobab del Senegal, con oltre 23 metri di circonferenza, il cui tronco conterrebbe il corpo di un Camara, sepolto in quel luogo prima che l’albero mettesse radici sulla sua tomba. Per questo, a Iwol ritengono che il villaggio risalga al XIII secolo, e sia il più antico fra gli insediamenti conosciuti dell’Africa occidentale.
Colpisce anche il maestoso fromager sacro – molto simile a un baobab - intorno al quale fioccano le leggende. Si racconta tra l’altro che, se colpito con un’ascia, emetta strazianti lamenti. Una volta tornati giù, a riprendere i fuoristrada nel villaggio peul di Ibel, ci si può dirigere verso la incantevole cascata di Dindefelo, circondata da una fitta foresta. Ma se si ha voglia di proseguire nell’immersione etnica le opportunità non mancano. Di particolare interesse sono i villaggi dei Bassari, soprattutto quando si celebrano le feste di iniziazione, oppure quelli abitati dai Peul. In molti di questi centri, compreso Iwol, è possibile trascorrere una notte veramente molto spartana, ma emozionante, in una capanna.
Vivere di caccia e mais
Sono un'etnia, presumibilmente di origine mandinga, composta da alcune migliaia di persone di tradizione animista, emigrate dal Mali per sfuggire all’avanzata dell’islam. Vivono di caccia, raccolta di frutti, coltura di miglio e mais, conservando intatte le loro antiche usanze. I Bedick, formatisi con l’arrivo dal Mali delle famiglie Keita e Camara, furono decimati durante la guerra tribale diretta da Alpha Yaya, giunto dal massiccio del Fouta Djallon. I superstiti si nascosero in alcune caverne, dalle quali uscivano solo la notte per rifornirsi di acqua e cibo. Secondo la leggenda, la gravità della situazione spinse gli uomini a offrire i migliori giovani al Genio del villaggio, perché li dotasse del potere di porre fine al conflitto. L’intervento ebbe il risultato sperato, e quando Alpha
Yaya tornò per sottomettere i Bedick, fu sconfitto, grazie anche all’intervento di sciami di api che, con le loro punture, sterminarono i nemici. I racconti popolari identificano alcuni grossi massi, situati oggi nei pressi di un pozzo, con i corpi di una mamma e di due suoi gemelli, martoriati da Alpha Yaya durante l’assedio di Iwol, trasformati dal Genio in pietra.