Un viaggio on the road quasi aborigeno, lungo una via dei canti mitteleuropea. Un'avventura tra due mari, dal Baltico al mar Nero, attraverso il Vecchio continente, ancora pieno di sorprese belle e devastanti. Forse, più semplicemente, un cerchio storico e generazionale da chiudere con gli occhi incollati alla strada e i finestrini abbassati: per annusare il salmastro delle coste, la resina dei boschi, il profumo dei mercati e, ahimè, lo smog di un'infinità di camion. Muoversi sul filo di quello che fu la Iron Curtain, la grande Cortina di Ferro, cavalcando in libertà i paralleli dell'Est, è oggi un'esperienza immaginifica, tra la natura e ciò che resta della storia recente.
Una moderna via carovaniera che dalle Repubbliche Baltiche attraversa Germania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Serbia, Romania, e Bulgaria, seguendo in parte la ex frontiera e in parte il corso del Danubio, attraverso le campagne romene, le steppe bulgare e le montagne della Macedonia. Un viaggio lungo settemila chilometri tra una dozzina di Stati e altrettante monete, lontani quanto basta dalla zona dell'Euro per respirare atmosfere balcaniche e aria di libertà. Ho visto molta acqua passare sotto la chiglia dei traghetti, e molto asfalto è stato divorato dai copertoni lungo autostrade e provinciali sperdute, sulle tracce di quella che è diventata l'Europa dell'Est. Lungo quasi tutto il cammino si sono accese spie della memoria, a ogni segno del nuovo sulla strada erano collegati vicende, ricordi, momenti drammatici o semplicemente trasformazioni e omologazioni. È stato come navigare in internet con gli hyperlink attivati, tra incroci, porte aperte, interpolazioni geografiche, graffi del tempo e memorabilia monumentali. Poche le discriminazioni su cosa vedere o non vedere. L'unica regola è stata: nessun aereo. Per osservare al rallentatore tutto quello che c'era tra casa e la fine del viaggio.
Klaipéda, Lituania. "Ehi italiano, togliti dal ponte merci se non vuoi finire sotto un container", mi urla un marinaio russo in un inglese biascicato. Camionisti lituani e polacchi si sciacquano la gola con una birra nell'ultimo sole della sera, affacciati alle battagliole di dritta. Dire Straits nelle orecchie, cisterne di fosfato siberiano sul ponte. Crepuscolo senza vento, senza onde, senza colori forti. La luna spunta sopra il Baltico, appena dietro il castello di poppa. Le murate del Vilnius, un traghetto della Lisco Ferries verniciato di fresco, carico di tir, riflettono le ultime ombre del crepuscolo nordico. La linea dell'orizzonte è ancora vicina: s'intravedono le coste della Polonia, giusto oltre le nuvole. Le luci del porto lituano sono già perdute al levar dell'ancora. Rotta, sud-ovest, verso le prime terre germaniche e l'isola di Rügen.
Il capitano è un polacco, che balbetta qualche parola in inglese e francese. Non sta mai fermo con le mani. "Devo farmi venti ore di mare, lungo quella che, appena pochi lustri fa, era forse la linea di frontiera liquida più incredibile e controllata del pianeta. Da queste parti basi missilistiche, sottomarini, bunker nucleari, incrociatori, garitte e vite d'inferno per migliaia di soldati e civili son stati all'ordine del giorno per oltre mezzo secolo. Fino alla caduta del Muro, il grande mare interno e le sue linee costiere, i porti, le città, i villaggi - dalle Repubbliche Baltiche alla Germania orientale - erano poco più che oleografie da telegiornale, off limits per la maggior parte del mondo occidentale. Io ero in marina, ci navigavo in divisa su queste acque, gli occhi puntati sui radar. Oggi invece si viaggia come fossimo in autostrada". Era una geografia dell'esistenza dedicata alla difesa, per proteggere Paesi e idee dell'ex Impero Sovietico dalla contaminazione occidentale.
Ora è solo un pezzo di mondo, non più Est, né Ovest. Nessun ufficiale da temere o funzionario da corrompere per un timbro sul passaporto. Tutto normale, quasi come andare in Brianza. Onde lievi che schioccano sotto la prua e colline lontane dove non c'è più nessuno. Solo aghi di pino e funghi... buoni ormai per il gulasch o la pizza, come cantava De Gregori. Le basi missilistiche e i silos tra i boschi sono vuoti. La Cortina di Ferro è ormai tra il sud e il nord del pianeta. Qui c'è solo un'atmosfera nostalgica, come potrebbe esserci su un mercantile sudamericano. Rügen è un'isola-resort gigantesca, terra teutonica consacrata alla natura e alle vacanze.
Sbarchiamo a Sassnitz, sotto nuvole baltiche. Nell'aria corrono microonde radio dei collegamenti Wi-fi per internet, tra banchine di scarico e rimorchiatori. Sulle coste corrono piste ciclabili e sentieri che attraversano riserve naturali e borghi tranquilli. Turismo familiare in residence e camper. Fuori stagione le scogliere sono silenziose, le spiagge fanno da sfondo alle casette colorate dei villaggi costieri bagnati dall'Ostsee. Verso Sud. Traghetto verso la Pomerania e l'entroterra, tra odore di halibut fritti e pescherecci circondati da gabbiani. L'auto corre, rami e fronde volano oltre il parabrezza. Vacche al pascolo e mulini a vento per l'energia eolica sulle colline erbose... Neubrandenburg, Nuestrelitz, Oranienburg sono i cartelli stradali che scorrono lungo l'autostrada che scende a sud. Campagne e fattorie, qualche cittadella fortificata.
Qui la frontiera divideva terre uguali. Ora non ci sono più cavalli di frisia o torri di avvistamento. Solo l'imbrunire profumato sull'agricoltura organizzata. Berlino. Traffico, arte e memoria. Enclavi etniche in ogni quartiere, da Kreuzberg a Prenzlauer Berg; è tutto un mix creativo di lingue e vestiti. Scendo verso il Mitte e la Sprea. È buia e luminoso, a corrente alternata. Vie dello shopping dove prima c'erano caserme, centri commerciali e gallerie d'arte al posto di residenze politiche e sedi della Stasi. Finisco a dormire in un Art Hotel dalle parti di Unter den Linden. L'indomani la città è una scoperta impegnativa. Anche saltando a piè pari le novità urbane, i percorsi della memoria sono infiniti. Guado il traffico fino a Warschauer Strasse per vedere la East Side Gallery, il tratto di Muro più lungo (1.3 chilometri lungo Mulhenstrasse) rimasto in piedi. Graffiti famosi (il celebre bacio in bocca tra Breznev e Honecker per esempio), biciclette e un'infilata di bar estivi costruiti in legno sulle sponde sabbiose del fiume, appena dietro i tre metri e sessanta del Muro. Un banchetto vende chincaglierie sovietiche. Un ostello reclamizza atmosfere di un altro Est. Il Muro per adesso è tutto qui, invaso dalle erbacce, consunto e semidimenticato.
Scendo a piedi a Koch Strasse e mi infilo nel museo del Check Point Charlie invaso dai turisti. Calca di visitatori tra sacchetti di sabbia, foto di reticolati, cimeli, armi e segni di ciò che fu. Fuori una gigantografia di un soldato della Germania Est campeggia sulla garitta di controllo, lasciata intatta in mezzo alla strada. Si scattano foto ricordo e bisogna fare la fila per sostare sotto il cartello.
Campagne pangermaniche. Ancora più a sud. Dresda è a tre ore di auto lungo la E55, una delle arterie più importanti d'Europa, che arriva a Praga. Guido tra i due mondi ormai unificati. Ci sono boschi e paesi dimenticati. Attraverso l'Elba, entro in Sassonia, imbocco l'A13 e finisco in braccio alle meraviglie imperiali della città più imponente della Germania meridionale. Il centro storico, l'Altstadt, è un trionfo di palazzi e residenze minuziosamente ricostruite dopo lo scellerato bombardamento alleato che ne rase quasi completamente al suolo l'intera struttura urbana alla fine della Seconda guerra mondiale. Tra le atmosfere cupe dell'ex impero, si trovano dehors, tram colorati, isole pedonali, giardini, piste ciclabili, passeggiate affacciate sulle sponde verdi del fiume.
Il valico del sesso. Guida panoramica lungo la vecchia E55, che attraversa le montagne di Krusne Hory, la più lunga catena di rilievi della Boemia, 130 km di foreste e picchi coperti di boschi, riserve naturali e distese di pini. Sto per entrare in Repubblica Ceca e la Germania finisce all'improvviso al gabbiotto che vende i bollini per le autostrade. Pochi chilometri più a valle stanno costruendo la nuova sopraelevata che taglierà via le curve e i paesini di confine e collegherà Dresda e Praga in meno di due ore di rettilinei. Per ora invece affronto i pochi chilometri fino al fondovalle, famosi per i gabbiotti delle prostitute che lavorano tra il valico di Cinovec e Teplice. Nei villaggi ci sono night club e motel, bar e improbabili locali notturni, nati qualche anno fa solo per allietare il percorso di camionisti e rappresentanti che dall'apertura delle frontiere non hanno più smesso di percorrere questa nuova via del tesoro che collega la Germania al resto dell'Europa dell'Est.
Praga. Fine delle curve e piacevoli rettilinei lungo la D8, che raggiunge la capitale boema da nord. Circumnavigo la periferia e finisco imbottigliato nel traffico di una magnifica mattina sul ponte Carlo. Il Castello scintilla nel sole e il fiume Vltava è blu più del cielo. I ponti sono in controluce, le torri, i tetti rossi e le cupole corrono dalla piazzetta della città vecchia fin su verso la collina. I palazzi del fronte fiume hanno colori gloriosi e imperiali. Voli di sterne e gabbiani appena sopra i tram. È una città delle meraviglie che non dimentica mai di tenerti con il naso all'insù. Lascio l'auto in un vicolo. Qui è bello camminare...
(continua)
IN PARTENZA
Come muoversi: In auto, in treno, a piedi, in camper o con brevi spostamenti aerei, che oggi sono diventati possibili e economici grazie alle numerose compagnie low cost. Volendo si può anche prendere un traghetto verso nord dalla Germania alla Lituania (Lisco Ferries - www.lisco.lt), che in meno di 24 ore collega il porto di Sassnitz con Klaipeda, da dove si può proseguire poi verso le Repubbliche Baltiche. Si può partire indifferentemente da ogni punto del percorso e andare verso nord o sud a propria discrezione. Non esiste ancora un itinerario definito e organizzato, ma grosso modo la pista rossa seguita da noi, sulla carta, corre dall'isola di Rügen, nel nord della Germania, e scende a Berlino e Dresda lungo la E55, per proseguire verso Praga. Poi Brno, Bratislava, Budapest, Belgrado, Nis, Sofia e infine Varna o Istanbul.
Documenti: Dalle Repubbliche Baltiche al Mar Nero è sufficiente il passaporto (spesso basterebbe la carta d'identità, ma per le digressioni in Polonia, Serbia o Montenegro è necessario il passaporto). Se ci si muove in auto è obbligatorio avere la Carta Verde o un'assicurazione internazionale e l'auto dev'essere intestata al conducente. La patente internazionale non guasta. Se intendete usare le autostrade, in parecchi Paesi (Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, Bulgaria...) è richiesto l'acquisto di un tagliando giornaliero o settimanale da applicare al parabrezza o conservare in auto, ma costa pochi euro. Si trova alle frontiere o nelle stazioni di servizio. Non ci sono mai problemi di rifornimento o particolari intoppi di dogana, salvo controlli più meticolosi tra Romania e Bulgaria.
Dove dormire: Si può fare tappa negli alberghi (o negli ostelli) delle grandi capitali o dormire nelle locande e nei piccoli bed and breakfast di campagna lungo tutto il percorso. Fuori stagione, da primavera a giugno, non ci sono particolari problemi anche arrivando all'ultimo momento. In estate è invece assolutamente necessario organizzarsi per tempo e prenotare le soste notturne con un buon anticipo, visto che si toccano città e località turistiche sempre molto affollate.
Una moderna via carovaniera che dalle Repubbliche Baltiche attraversa Germania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Serbia, Romania, e Bulgaria, seguendo in parte la ex frontiera e in parte il corso del Danubio, attraverso le campagne romene, le steppe bulgare e le montagne della Macedonia. Un viaggio lungo settemila chilometri tra una dozzina di Stati e altrettante monete, lontani quanto basta dalla zona dell'Euro per respirare atmosfere balcaniche e aria di libertà. Ho visto molta acqua passare sotto la chiglia dei traghetti, e molto asfalto è stato divorato dai copertoni lungo autostrade e provinciali sperdute, sulle tracce di quella che è diventata l'Europa dell'Est. Lungo quasi tutto il cammino si sono accese spie della memoria, a ogni segno del nuovo sulla strada erano collegati vicende, ricordi, momenti drammatici o semplicemente trasformazioni e omologazioni. È stato come navigare in internet con gli hyperlink attivati, tra incroci, porte aperte, interpolazioni geografiche, graffi del tempo e memorabilia monumentali. Poche le discriminazioni su cosa vedere o non vedere. L'unica regola è stata: nessun aereo. Per osservare al rallentatore tutto quello che c'era tra casa e la fine del viaggio.
Klaipéda, Lituania. "Ehi italiano, togliti dal ponte merci se non vuoi finire sotto un container", mi urla un marinaio russo in un inglese biascicato. Camionisti lituani e polacchi si sciacquano la gola con una birra nell'ultimo sole della sera, affacciati alle battagliole di dritta. Dire Straits nelle orecchie, cisterne di fosfato siberiano sul ponte. Crepuscolo senza vento, senza onde, senza colori forti. La luna spunta sopra il Baltico, appena dietro il castello di poppa. Le murate del Vilnius, un traghetto della Lisco Ferries verniciato di fresco, carico di tir, riflettono le ultime ombre del crepuscolo nordico. La linea dell'orizzonte è ancora vicina: s'intravedono le coste della Polonia, giusto oltre le nuvole. Le luci del porto lituano sono già perdute al levar dell'ancora. Rotta, sud-ovest, verso le prime terre germaniche e l'isola di Rügen.
Il capitano è un polacco, che balbetta qualche parola in inglese e francese. Non sta mai fermo con le mani. "Devo farmi venti ore di mare, lungo quella che, appena pochi lustri fa, era forse la linea di frontiera liquida più incredibile e controllata del pianeta. Da queste parti basi missilistiche, sottomarini, bunker nucleari, incrociatori, garitte e vite d'inferno per migliaia di soldati e civili son stati all'ordine del giorno per oltre mezzo secolo. Fino alla caduta del Muro, il grande mare interno e le sue linee costiere, i porti, le città, i villaggi - dalle Repubbliche Baltiche alla Germania orientale - erano poco più che oleografie da telegiornale, off limits per la maggior parte del mondo occidentale. Io ero in marina, ci navigavo in divisa su queste acque, gli occhi puntati sui radar. Oggi invece si viaggia come fossimo in autostrada". Era una geografia dell'esistenza dedicata alla difesa, per proteggere Paesi e idee dell'ex Impero Sovietico dalla contaminazione occidentale.
Ora è solo un pezzo di mondo, non più Est, né Ovest. Nessun ufficiale da temere o funzionario da corrompere per un timbro sul passaporto. Tutto normale, quasi come andare in Brianza. Onde lievi che schioccano sotto la prua e colline lontane dove non c'è più nessuno. Solo aghi di pino e funghi... buoni ormai per il gulasch o la pizza, come cantava De Gregori. Le basi missilistiche e i silos tra i boschi sono vuoti. La Cortina di Ferro è ormai tra il sud e il nord del pianeta. Qui c'è solo un'atmosfera nostalgica, come potrebbe esserci su un mercantile sudamericano. Rügen è un'isola-resort gigantesca, terra teutonica consacrata alla natura e alle vacanze.
Sbarchiamo a Sassnitz, sotto nuvole baltiche. Nell'aria corrono microonde radio dei collegamenti Wi-fi per internet, tra banchine di scarico e rimorchiatori. Sulle coste corrono piste ciclabili e sentieri che attraversano riserve naturali e borghi tranquilli. Turismo familiare in residence e camper. Fuori stagione le scogliere sono silenziose, le spiagge fanno da sfondo alle casette colorate dei villaggi costieri bagnati dall'Ostsee. Verso Sud. Traghetto verso la Pomerania e l'entroterra, tra odore di halibut fritti e pescherecci circondati da gabbiani. L'auto corre, rami e fronde volano oltre il parabrezza. Vacche al pascolo e mulini a vento per l'energia eolica sulle colline erbose... Neubrandenburg, Nuestrelitz, Oranienburg sono i cartelli stradali che scorrono lungo l'autostrada che scende a sud. Campagne e fattorie, qualche cittadella fortificata.
Qui la frontiera divideva terre uguali. Ora non ci sono più cavalli di frisia o torri di avvistamento. Solo l'imbrunire profumato sull'agricoltura organizzata. Berlino. Traffico, arte e memoria. Enclavi etniche in ogni quartiere, da Kreuzberg a Prenzlauer Berg; è tutto un mix creativo di lingue e vestiti. Scendo verso il Mitte e la Sprea. È buia e luminoso, a corrente alternata. Vie dello shopping dove prima c'erano caserme, centri commerciali e gallerie d'arte al posto di residenze politiche e sedi della Stasi. Finisco a dormire in un Art Hotel dalle parti di Unter den Linden. L'indomani la città è una scoperta impegnativa. Anche saltando a piè pari le novità urbane, i percorsi della memoria sono infiniti. Guado il traffico fino a Warschauer Strasse per vedere la East Side Gallery, il tratto di Muro più lungo (1.3 chilometri lungo Mulhenstrasse) rimasto in piedi. Graffiti famosi (il celebre bacio in bocca tra Breznev e Honecker per esempio), biciclette e un'infilata di bar estivi costruiti in legno sulle sponde sabbiose del fiume, appena dietro i tre metri e sessanta del Muro. Un banchetto vende chincaglierie sovietiche. Un ostello reclamizza atmosfere di un altro Est. Il Muro per adesso è tutto qui, invaso dalle erbacce, consunto e semidimenticato.
Scendo a piedi a Koch Strasse e mi infilo nel museo del Check Point Charlie invaso dai turisti. Calca di visitatori tra sacchetti di sabbia, foto di reticolati, cimeli, armi e segni di ciò che fu. Fuori una gigantografia di un soldato della Germania Est campeggia sulla garitta di controllo, lasciata intatta in mezzo alla strada. Si scattano foto ricordo e bisogna fare la fila per sostare sotto il cartello.
Campagne pangermaniche. Ancora più a sud. Dresda è a tre ore di auto lungo la E55, una delle arterie più importanti d'Europa, che arriva a Praga. Guido tra i due mondi ormai unificati. Ci sono boschi e paesi dimenticati. Attraverso l'Elba, entro in Sassonia, imbocco l'A13 e finisco in braccio alle meraviglie imperiali della città più imponente della Germania meridionale. Il centro storico, l'Altstadt, è un trionfo di palazzi e residenze minuziosamente ricostruite dopo lo scellerato bombardamento alleato che ne rase quasi completamente al suolo l'intera struttura urbana alla fine della Seconda guerra mondiale. Tra le atmosfere cupe dell'ex impero, si trovano dehors, tram colorati, isole pedonali, giardini, piste ciclabili, passeggiate affacciate sulle sponde verdi del fiume.
Il valico del sesso. Guida panoramica lungo la vecchia E55, che attraversa le montagne di Krusne Hory, la più lunga catena di rilievi della Boemia, 130 km di foreste e picchi coperti di boschi, riserve naturali e distese di pini. Sto per entrare in Repubblica Ceca e la Germania finisce all'improvviso al gabbiotto che vende i bollini per le autostrade. Pochi chilometri più a valle stanno costruendo la nuova sopraelevata che taglierà via le curve e i paesini di confine e collegherà Dresda e Praga in meno di due ore di rettilinei. Per ora invece affronto i pochi chilometri fino al fondovalle, famosi per i gabbiotti delle prostitute che lavorano tra il valico di Cinovec e Teplice. Nei villaggi ci sono night club e motel, bar e improbabili locali notturni, nati qualche anno fa solo per allietare il percorso di camionisti e rappresentanti che dall'apertura delle frontiere non hanno più smesso di percorrere questa nuova via del tesoro che collega la Germania al resto dell'Europa dell'Est.
Praga. Fine delle curve e piacevoli rettilinei lungo la D8, che raggiunge la capitale boema da nord. Circumnavigo la periferia e finisco imbottigliato nel traffico di una magnifica mattina sul ponte Carlo. Il Castello scintilla nel sole e il fiume Vltava è blu più del cielo. I ponti sono in controluce, le torri, i tetti rossi e le cupole corrono dalla piazzetta della città vecchia fin su verso la collina. I palazzi del fronte fiume hanno colori gloriosi e imperiali. Voli di sterne e gabbiani appena sopra i tram. È una città delle meraviglie che non dimentica mai di tenerti con il naso all'insù. Lascio l'auto in un vicolo. Qui è bello camminare...
(continua)
IN PARTENZA
Come muoversi: In auto, in treno, a piedi, in camper o con brevi spostamenti aerei, che oggi sono diventati possibili e economici grazie alle numerose compagnie low cost. Volendo si può anche prendere un traghetto verso nord dalla Germania alla Lituania (Lisco Ferries - www.lisco.lt), che in meno di 24 ore collega il porto di Sassnitz con Klaipeda, da dove si può proseguire poi verso le Repubbliche Baltiche. Si può partire indifferentemente da ogni punto del percorso e andare verso nord o sud a propria discrezione. Non esiste ancora un itinerario definito e organizzato, ma grosso modo la pista rossa seguita da noi, sulla carta, corre dall'isola di Rügen, nel nord della Germania, e scende a Berlino e Dresda lungo la E55, per proseguire verso Praga. Poi Brno, Bratislava, Budapest, Belgrado, Nis, Sofia e infine Varna o Istanbul.
Documenti: Dalle Repubbliche Baltiche al Mar Nero è sufficiente il passaporto (spesso basterebbe la carta d'identità, ma per le digressioni in Polonia, Serbia o Montenegro è necessario il passaporto). Se ci si muove in auto è obbligatorio avere la Carta Verde o un'assicurazione internazionale e l'auto dev'essere intestata al conducente. La patente internazionale non guasta. Se intendete usare le autostrade, in parecchi Paesi (Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, Bulgaria...) è richiesto l'acquisto di un tagliando giornaliero o settimanale da applicare al parabrezza o conservare in auto, ma costa pochi euro. Si trova alle frontiere o nelle stazioni di servizio. Non ci sono mai problemi di rifornimento o particolari intoppi di dogana, salvo controlli più meticolosi tra Romania e Bulgaria.
Dove dormire: Si può fare tappa negli alberghi (o negli ostelli) delle grandi capitali o dormire nelle locande e nei piccoli bed and breakfast di campagna lungo tutto il percorso. Fuori stagione, da primavera a giugno, non ci sono particolari problemi anche arrivando all'ultimo momento. In estate è invece assolutamente necessario organizzarsi per tempo e prenotare le soste notturne con un buon anticipo, visto che si toccano città e località turistiche sempre molto affollate.