Lei mi guardava con gli occhi spalancati, senza
dir parola né muoversi, con uno sguardo che non
le avevo mai visto prima, come di un animale che
sia stato preso in trappola e non può muoversi e
aspetta che il cacciatore gli dia l’ultimo colpo”. Quegli
occhi spalancati, allucinati, sembra ancora di vederli
tanta fu intensa la descrizione che ne fece Alberto Moravia
nel suo romanzo “La Ciociara”. Quello sguardo di Rosetta,
dopo che in una chiesa abbandonata, davanti all’altare e ad un’immagine
rovesciata della Madonna, un gruppo di soldati marocchini
abusò di lei. “Allora sedetti presso di lei, sotto l’altare, le
passai un braccio sotto la vita, la sollevai un poco, me la presi
contro di me e le dissi: “Figlia d’oro,” e non seppi dire altro, perchè
adesso mi ero messa a piangere e le lacrime mi sgorgavano
fitte fitte ed io le bevevo e sentivo che era proprio amara, di
tutta l’amarezza concentrata che avevo raccolto nella mia vita”.
Oggi, a distanza di cinquant’anni dalla pubblicazione del libro (era il 1957) e a cento anni dalla nascita dello scrittore (27 novembre 1957), siamo ritornati sui luoghi che hanno ispirato il romanzo. Luoghi in cui Moravia ha vissuto con la moglie Elsa Morante, tra il settembre 1943 e il maggio 1944, durante l'occupazione tedesca. Luoghi che divennero anche il set del film omonimo di De Sica (con Sofia Loren e Eleonora Brown nel ruolo rispettivamente di Cesira, la madre, e Rosetta, la figlia). Un angolo di Lazio poco conosciuto, che racchiude piccoli borghi (Fondi, Itri, Campodimele, in provincia di Latina) che sembrano uscire da una fiaba. Da queste parti il turismo, almeno quello di massa, non è arrivato. Il territorio è dominato dai Monti Aurunci (si congiungono poi con i monti Ausoni) ed è costellato di graziosi paesi grandi e piccoli, arroccati sulle pendici delle montagne o adagiati lungo le vallate, fino al mare. “Da Sant’Eufemia noi vedevamo benissimo tutta la valle di Fondi sparsa di aranceti scuri e di case bianche e poi, a destra, dalla parte di Sperlonga, la striscia del mare e sapevamo che in quel mare c’era l’isola di Ponza che, infatti, qualche volta col tempo chiaro si vedeva...”. Ovunque è un viaggio nella natura tra montagne, alberi, fiori e laghi. “...Si godeva una vista veramente bella e persino io, che delle bellezze naturali non so che farmene, forse perchè sono nata in montagna e la conosco troppo bene, persino io, dico la verità, la prima volta che ci fui, rimasi a bocca aperta dall’ammirazione. Da una parte l’occhio piombava giù per il pendio maestoso, tutto macere, simile ad una scalinata immensa, fino alla valle e più lontano fino alla striscia azzurra e scintillante della marina; dall’altra non si vedevano che montagne e montagne, quelle della Ciociara, alcune spruzzate di neve o addirittura bianche, altre brulle e grigie”.
Ovunque si vada si è immersi nel silenzio. Il ritmo si fa a poco a poco più lento, il respiro della vita più quieto. “...C’era un grande silenzio lassù; da una valletta sottostante veniva qualche volta lo scampanellino di un gregge, ma questo era solo il rumore ed anch’esso non pareva un vero rumore che disturbasse ma soltanto un rumore che rendesse più calmo il luogo e più profondo il silenzio”. Qui gli scenari sono spettacolari come a Terracina con l’area archeologica del Tempio di Giove Anxur (fanciullo) situato in cima a Monte Sant’Angelo: grandiose rovine tra cui le poderose arcate, risalenti anche al I secolo a. C., che emergono tra gli arbusti sempre verdi e le perenni graminacee. Da Terracina si può raggiungere Monte San Biagio, che un tempo segnava il confine tra il Regno di Napoli e lo Stato Pontificio. “...quella strada portava a Monte San Biagio, il quale è un paese arrampicato sui monti che chiudono a Nord la valle di Fondi; poco più in là confluiva nella strada nazionale, l’Appia, credo”. Pochi chilometri più avanti, ed ecco Fondi (è famosa perchè vi è nato uno dei grandi registi del neorealismo, Giuseppe De Santis, e per il Mof, il più grande e moderno centro alimentare all’ingrosso) che secondo la leggenda fu fondata da Ercole. I vicoli s’intersecano come una ragnatela, attraversano il quartiere degli Ebrei, la cosiddetta Giudea e culminano con il Castello baronale dei Caetani, dalle tre torri cilindriche. Ma è Itri (posto lungo la via Appia, di cui è ancora visibile parte dell’antico tracciato) il paese clou dove ancora risuona forte l’eco del successo cinematografico de la Ciociara. Soprannominata la piccola “Cinecittà all’aria aperta” (sono stati girati altri kolossal come “La Bibbia”, dell’americano John Huston e “Scipione, detto anche l’Africano” di Luigi Magni), ha prestato la sua scenografia per molte scene girate sia nel centro storico di San Gennaro che nelle vicine montagne dove sono ambientate le vicende delle famiglie sfollate nel corso della seconda guerra mondiale per sfuggire ai bombardamenti. Per molte settimane, nell’estate del 1960, la troupe invase pacificamente il paese, stabilendo una tacita intesa che permetteva di assistere alle riprese, ad eccezione di quelle più delicate e scabrose.
Molti giovani del posto furono utilizzati come comparse, soprattutto per la parte dei soldati tedeschi. Il centro si annuncia con uno splendido colpo d’occhio: le case sono arroccate sopra un colle e addossate ad un castello costruito tra il X e l’XI secolo. Nel mezzo, scale e scalinatelle cadono giù fitte, strette, intriganti. E la passeggiata si fa misteriosa ripensando a Fra’ Diavolo, al secolo Michele Pezza, uno dei briganti più terribili della zona. Lo si immagina giocare tra queste scale, con addosso il saio da frate (che la madre gli fece indossare da piccolo come voto per una grazia ricevuta) e quel nomignolo con cui passò alla storia.
Il paese è anche la patria delle olive nere e dell’inimitabile salsiccia con note delicatamente speziate (si pos sono acquistare presso Scherzerino, via V. Emanuele, II). Poco lontano si trova il Santuario della Madonna della Civita, uno dei più antichi d’Italia: custodisce l'icona raffigurante la Madonna, che si vuole dipinta dall'Evangelista Luca. Un’altra deviazione, porta al Vivaio-Falegnameria del Parco Naturale dei Monti Aurunci (ex istituto agrario, via Civita Farnese, 349-2383320), dove vengono riprodotte le principali essenze arboree ed arbustive del Parco (www.parcoaurunci.it). Qui il giovane Giovanni Marra lavora “la stramma”, una specie arborea spontanea del Parco creando originali cappelli, borse, ceste e pupazzi. Annesso il “Sentiero Natura per tutti e il Giardino delle farfalle”, per apprezzare la natura attraverso l’olfatto, il tatto e l’udito. Lungo il tracciato pannelli illustrativi, anche nel linguaggio Braille, scatole interattive realizzate con soggetti in rilievo, bacheche tematiche e un piccolo stagno didattico (visite tutti i giorni, tranne domenica, dalle 7.30 alle 13.30).
Oggi, a distanza di cinquant’anni dalla pubblicazione del libro (era il 1957) e a cento anni dalla nascita dello scrittore (27 novembre 1957), siamo ritornati sui luoghi che hanno ispirato il romanzo. Luoghi in cui Moravia ha vissuto con la moglie Elsa Morante, tra il settembre 1943 e il maggio 1944, durante l'occupazione tedesca. Luoghi che divennero anche il set del film omonimo di De Sica (con Sofia Loren e Eleonora Brown nel ruolo rispettivamente di Cesira, la madre, e Rosetta, la figlia). Un angolo di Lazio poco conosciuto, che racchiude piccoli borghi (Fondi, Itri, Campodimele, in provincia di Latina) che sembrano uscire da una fiaba. Da queste parti il turismo, almeno quello di massa, non è arrivato. Il territorio è dominato dai Monti Aurunci (si congiungono poi con i monti Ausoni) ed è costellato di graziosi paesi grandi e piccoli, arroccati sulle pendici delle montagne o adagiati lungo le vallate, fino al mare. “Da Sant’Eufemia noi vedevamo benissimo tutta la valle di Fondi sparsa di aranceti scuri e di case bianche e poi, a destra, dalla parte di Sperlonga, la striscia del mare e sapevamo che in quel mare c’era l’isola di Ponza che, infatti, qualche volta col tempo chiaro si vedeva...”. Ovunque è un viaggio nella natura tra montagne, alberi, fiori e laghi. “...Si godeva una vista veramente bella e persino io, che delle bellezze naturali non so che farmene, forse perchè sono nata in montagna e la conosco troppo bene, persino io, dico la verità, la prima volta che ci fui, rimasi a bocca aperta dall’ammirazione. Da una parte l’occhio piombava giù per il pendio maestoso, tutto macere, simile ad una scalinata immensa, fino alla valle e più lontano fino alla striscia azzurra e scintillante della marina; dall’altra non si vedevano che montagne e montagne, quelle della Ciociara, alcune spruzzate di neve o addirittura bianche, altre brulle e grigie”.
Ovunque si vada si è immersi nel silenzio. Il ritmo si fa a poco a poco più lento, il respiro della vita più quieto. “...C’era un grande silenzio lassù; da una valletta sottostante veniva qualche volta lo scampanellino di un gregge, ma questo era solo il rumore ed anch’esso non pareva un vero rumore che disturbasse ma soltanto un rumore che rendesse più calmo il luogo e più profondo il silenzio”. Qui gli scenari sono spettacolari come a Terracina con l’area archeologica del Tempio di Giove Anxur (fanciullo) situato in cima a Monte Sant’Angelo: grandiose rovine tra cui le poderose arcate, risalenti anche al I secolo a. C., che emergono tra gli arbusti sempre verdi e le perenni graminacee. Da Terracina si può raggiungere Monte San Biagio, che un tempo segnava il confine tra il Regno di Napoli e lo Stato Pontificio. “...quella strada portava a Monte San Biagio, il quale è un paese arrampicato sui monti che chiudono a Nord la valle di Fondi; poco più in là confluiva nella strada nazionale, l’Appia, credo”. Pochi chilometri più avanti, ed ecco Fondi (è famosa perchè vi è nato uno dei grandi registi del neorealismo, Giuseppe De Santis, e per il Mof, il più grande e moderno centro alimentare all’ingrosso) che secondo la leggenda fu fondata da Ercole. I vicoli s’intersecano come una ragnatela, attraversano il quartiere degli Ebrei, la cosiddetta Giudea e culminano con il Castello baronale dei Caetani, dalle tre torri cilindriche. Ma è Itri (posto lungo la via Appia, di cui è ancora visibile parte dell’antico tracciato) il paese clou dove ancora risuona forte l’eco del successo cinematografico de la Ciociara. Soprannominata la piccola “Cinecittà all’aria aperta” (sono stati girati altri kolossal come “La Bibbia”, dell’americano John Huston e “Scipione, detto anche l’Africano” di Luigi Magni), ha prestato la sua scenografia per molte scene girate sia nel centro storico di San Gennaro che nelle vicine montagne dove sono ambientate le vicende delle famiglie sfollate nel corso della seconda guerra mondiale per sfuggire ai bombardamenti. Per molte settimane, nell’estate del 1960, la troupe invase pacificamente il paese, stabilendo una tacita intesa che permetteva di assistere alle riprese, ad eccezione di quelle più delicate e scabrose.
Molti giovani del posto furono utilizzati come comparse, soprattutto per la parte dei soldati tedeschi. Il centro si annuncia con uno splendido colpo d’occhio: le case sono arroccate sopra un colle e addossate ad un castello costruito tra il X e l’XI secolo. Nel mezzo, scale e scalinatelle cadono giù fitte, strette, intriganti. E la passeggiata si fa misteriosa ripensando a Fra’ Diavolo, al secolo Michele Pezza, uno dei briganti più terribili della zona. Lo si immagina giocare tra queste scale, con addosso il saio da frate (che la madre gli fece indossare da piccolo come voto per una grazia ricevuta) e quel nomignolo con cui passò alla storia.
Il paese è anche la patria delle olive nere e dell’inimitabile salsiccia con note delicatamente speziate (si pos sono acquistare presso Scherzerino, via V. Emanuele, II). Poco lontano si trova il Santuario della Madonna della Civita, uno dei più antichi d’Italia: custodisce l'icona raffigurante la Madonna, che si vuole dipinta dall'Evangelista Luca. Un’altra deviazione, porta al Vivaio-Falegnameria del Parco Naturale dei Monti Aurunci (ex istituto agrario, via Civita Farnese, 349-2383320), dove vengono riprodotte le principali essenze arboree ed arbustive del Parco (www.parcoaurunci.it). Qui il giovane Giovanni Marra lavora “la stramma”, una specie arborea spontanea del Parco creando originali cappelli, borse, ceste e pupazzi. Annesso il “Sentiero Natura per tutti e il Giardino delle farfalle”, per apprezzare la natura attraverso l’olfatto, il tatto e l’udito. Lungo il tracciato pannelli illustrativi, anche nel linguaggio Braille, scatole interattive realizzate con soggetti in rilievo, bacheche tematiche e un piccolo stagno didattico (visite tutti i giorni, tranne domenica, dalle 7.30 alle 13.30).