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Fuori dai ghetti dei viaggi globalizzati

Un nuovo libro propone itinerari per un turismo 'responsabile'. Perché anche con la consapevolezza e l'attenzione alle culture locali si può aiutare a combattere la povertà


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"Si può aiutare a combattere la povertà senza essere Bob Geldof, semplicemente scegliendo la vacanza giusta". Il motto, varato dal quotidiano inglese The Observer, santifica in via definitiva la pratica del turismo responsabile. Che lo storico organizzatore di Live Aid sia preso come pietra di paragone dice molto sul seguito ottenuto negli ultimi tempi da tutte le iniziative legate a una maggior coscienza sociale e globale nelle scelte quotidiane, vacanze comprese.

Stretti per anni tra il richiamo di una geografia allargata dai viaggi in regime low cost e i rigori penitenziali del volontariato, i nuovi turisti (per età e capacità di viaggiare) hanno navigato a vista, sfruttando i passaparola e setacciando Internet, per trovare destinazioni e sistemazioni allegre e piacevoli ma con basso impatto etico-ambientale. A tutti loro in questi giorni arriva in soccorso una guida anglo-americana, appena tradotta in italiano per Einaudi, capace di setacciare le proposte più interessanti ed eticamente irreprensibili in sessanta Paesi: oltre 300 indirizzi per soddisfare l'istinto del viaggiatore sottraendolo al senso di colpa che anima chi mette il naso fuori dai ghetti dorati del turismo.

Un vero manuale "mai più senza", destinato a intercettare anche il pubblico di non giovanissimi ma altrettanto sensibili al destino di Madre Terra. Vacanze etiche: guida a 300 luoghi di turismo responsabile rischia di diventare la nuova bibbia delle vacanze eco-compatibili, traduzione travel&leisure di quel "buono pulito e giusto" con cui Carlo Petrini ha recentemente inaugurato il cammino della nuova gastronomia. Come se fosse facile. Si pensa a una vacanza "esotica" come miraggio dopo un anno di normali, insopportabili fatiche quotidiane. Il consiglio di un amico, una pubblicità accattivante, la location di un film. Il resto è molto spesso nelle brochure quasi mai eticamente irreprensibili di promoter e agenti di viaggio. Dove sole e mare, boschi e ghiacciai, immersioni e cavalcate sono sempre supportati da canovacci organizzativi professionali, rassicuranti, a volte perfino opulenti (e in quei casi, poco economici).

Poi c'è il turismo fai-da-te, dove l'agenzia è sostituita dalla pratica personale: all'interno della famiglia o tra gli amici, c'è sempre un frequent traveller che sa districarsi tra listini-prezzi e prefissi telefonici, accessi sicuri e clausole mascalzone. Ma in nessun caso, turisti intruppati in pacchetti-viaggio all inclusive o viaggiatori solitari, sappiamo fino in fondo dove-come-quando, e soprattutto quanto la nostra vacanza inciderà nel bene e nel male sul Paese che andiamo a visitare. Il moltiplicarsi di pubblicazioni e siti Internet dedicati sono segno evidente della crescente esigenza di maggior trasparenza e partecipazione, ma anche il riscontro "on the road" di una tendenza che va in direzione opposta alla globalizzazione del turismo senza domande.

Non è bello scoprire che andare in vacanza nel sud del mondo comporta irrisori vantaggi economici a fronte di disastrosi squilibri sociali. In genere, preferiamo non farci domande. Oppure, ci diamo delle risposte da manuale del perfetto colonizzatore ("Tanto qui vivono con poco~"). Al contrario, visitare i siti web Tourism Concern (che ha editato la guida) o Responsible Travel permette di scoprire come ci si può regalare un viaggio confortevole, perfino lussuoso a volerlo, senza offendere il paesaggio né gli abitanti locali, aiutando invece le comunità locali a progredire. In lingua swahili, la parola safari significa viaggio. Se dopo aver goduto delle emozioni della savana eviterete di proporre lo scambio tra un orologio di plastica e una collana di denti di leone, i Masai ve ne saranno grati.

Vacanze etiche

Guida a 300 luoghi di turismo responsabile
Einaudi
pagine 372
euro 13,50