Per chi non è mai venuto a Gerusalemme - giacché parecchi dicevano che anche qui la modernità ha sciupato tutto, oppure ogni volta scoppiavano guai sconsigliabili - naturalmente la sensazione è fortissima, e mortifera. Ecco a portata di mano e davanti al naso la visibilità concreta e tangibile dei perenni conflitti generati da una serie di religioni, tutte irascibili e instancabili (secondo la psicanalisi?) in una fissazione sul decesso, l'immolazione, il trapasso. Anche più forte d'ogni pulsione di possesso. Pietra dopo pietra, devozioni e venerazioni vistosamente espresse in dure strutture e forme di offesa e difesa, baluardo e attacco, aggressione e rifugio, aperture strette e arcigne, tane e covi bellicosissimi formicolanti sotto ogni passo.
A causa di culti e fedi e riti che provocano stragi e massacri ed eccidi, ecco la sensazionale monumentalità massiccia da fortezza eternamente assediata, non solo nelle cinte murarie impressionanti (giacché mai demolite come a Firenze o a Milano o nella sventurata Sanaa), ma in tutte le grandi o piccole case-forti immerse e corazzate nei vicoli e carruggi e budelli. La bella pietra bionda, abbondantissima qua ovunque, è la medesima nelle costruzioni antiche e restaurate e moderne, e sempre squadrata nei massi possenti che annullano le differenze d'epoca, e promettono sia l'inespugnabilità inattaccabile sia una climatizzazione confortevole soprattutto d'estate. Pietre molto più gradevoli del tufo grigio nei borghi dell'Italia centrale, egualmente arroccati su alture. Ma sotto le selve e i grovigli di fili e tubi e agganci e condutture, i passaggini fra le callette sono talmente tortuosi e blindati e nascosti e da casbah - funzioni ataviche di labirinto per impedimento e disorientamento e fuga, anche con fili spinati nuovi - che basta una settimana per ripartire con una mentalità già un po' formata a tali immagini e somiglianze, forse. Barriere compatte fuori, grovigli e ostacoli dentro. Una vera «lectio magistralis» fattuale, e multiculturale, nonché globale e perenne. Come l'eterno gusto del sacrifizio umano gradito agli Dèi e a tutti i destinatari, spettatori e fruitori e utenti, nonché vittime e martiri. E mai biasimato, o scoraggiato, poiché (come tanti libri e giornali e tv comprovano), il pubblico insaziabile adora uccisioni e cadaveri.
Dietro e sopra ogni ogiva o scaletta o pianerottolo informano le guide storiche per non dimenticare - incombono secoli e secoli di sanguinose lotte fra credenze e pregiudizi, anche per spostare un cero condominiale in una cantina cogestita magari con liti; e interminabilmente devastata o riattata da giudei, asmonei, maccabei, idumei, assiri, babilonesi, romani, bizantini, beduini, aramaici, seleucidi, copti, siro-giacobiti, monofisiti, crociati, sefarditi, zeloti, moscoviti, politeisti, greco-ortodossi, etiopi, armeni, esseni, amalfitani, ottomani, prussiani, giordani, mamelucchi, britannici, russi, taumaturghi o terapeuti e moltissimi altri, in un «multi-culti» da fiera e bazar con tanti mitra e pistole in giro fra le bottigliette e le "bondieuseries" da chincaglieria cattolica.
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Come coniugare misticismo e turismo a livello di massa "mutandara"? Già visitando il leggendario monastero di Santa Caterina, nel pittoresco Sinai delle popolari vacanze moderne, si può osservare che vi è forse più spiritualità intorno alla Torre di Pisa. Con meno spintoni, intanto. E oltre tutto, volendo rivedere lì in sede certe icone - feticcio (con le Scale al Paradiso e i diavolini da Mefistofele) già ammirate in una mostra bizantina al Metropolitan di New York, un facsimile avverte che ora sono a un'altra mostra, al Getty di Los Angeles.
Qua, dal Santo Sepolcro agli altri Sacri Luoghi, una benedetta semi-oscurità cela o vela ogni scadente pittura vecchia o nuova alle pareti, troppo sconfortante per i cristiani laici allevati nell'arte italiana. E l'affollamento globale ovviamente inibisce qualunque forma di raccoglimento o meditazione o afflizione. Levando lo sguardo verso l'alto, una gran ressa disordinata di lampade a olio di rozza fattura, piuttosto da bancarella qua fuori: latta o stagnola, ceramica a fiori, qualche uovo di struzzo come tocco chic. Fra le pietre da adorare e baciare, parecchie altre ricoperte di firme e cuori in pennarello e spray.
Ogni pezzetto del complesso basilicale, senza riguardi stilistici per i limitrofi. L'udito coglie però che le suonerie unificanti per le cappelle e le absidi e le cisterne e i vestiboli delle varie confessioni e fedi in contrasto sono attualmente la Carmen di Bizet e la Marcia turca di Mozart. Anche Eine kleine Nachtmusik, qua e là, dai telefonini vaganti. Ma in un Santo Sepolcro ove le sacre pietre abbondano, e più d'una in fondo a un basso pertugio ove occorre prostrarsi per allungare la testa al bacio, nella moda attuale delle magliette corte e dei jeans a vita bassa e ombelico esposto, ogni devozione a quattro zampe produce qualche apparizione di natiche profane.
Viva giovialità, peraltro. Nella cappella francescana due fraticelli sudamericani sorridono ai fedeli italici: «Contenti? Sì? Allora, spaghetti!». E già all'inizio della Via Dolorosa, sull'uscio della Prima Stazione un guardiano o diacono richiama i passanti: «Flagellazione! Flagellazione!». E a noi: «Arrivederci Roma! Roberto Baggio!». Più su, verso il Calvario, non appena i sacrestani ci riconoscono: «Francesco Totti! Francesco Totti!». Alla Stazione delle Pie Donne, uno svelto vegliardo suona per noi tre il campanello dell'Ospizio d'Austria; poi pretende tre oboli. Ma le pitture e i mosaici nuovi di cui sono pieni i luoghi venerandi fanno talmente Domenica del Corriere che questi artisti moderni dovevano ancora possedere almeno qualche memoria storica del talento di Achille Beltrame, oggi ormai dimenticato anche dai più Kitsch.
Alla ricerca di qualche misticismo sperduto, la prima tappa, a pochi metri dal S. Sepolcro e dai suoi ciaffi, è (paradossalmente) la cospicua chiesa luterana del Redentore. Tardo-ottocentesca, e dono del Kaiser prussiano, riproduce matematicamente e magicamente le eccelse navate rigorose e nudissime del celebre pittore olandese Pieter Saenredam, coi medesimi prodigiosi effetti calvinisti di luci bianche-cenerine sopra spazi deserti. Nessuno che si fa fotografare mentre bacia o lecca pietre, sbarre, cere, stoffe, legni, inferriate, vetri, serrature, pedane, pezze, scompostamente. Pare la copertina di un dvd su Bach.
Poi si passa naturalmente alla millenaria e illustre Chiesa di Sant'Anna, solida e vetero-romanica in un bailamme o cafarnao di rovine e scavi ove spicca una piscina «probatica»: aggettivo sofisticato e iniziatico, ma significa «lavatoio per pecore». All'interno, guardando in su, un'anticipazione da bravi muratori della cappella torinese della Sindone, con arconi già intrecciati come poi nell'eccelso Guarini. Sotto, sottoprodotti in marmo o gesso delle processioni a Lourdes. Tante esclamazioni francesi, di routine o come le chicche raccolte dal taciturno filosofo Andrea Emo. Indimenticabili, «Quelle précision!» davanti ai Prigioni di Michelangelo; e «C'est bien massif» nonché «C'est presqu' aussi joli qu'à Versailles» in Piazza San Pietro. Fu anche lieto di apprendere che a certe imbarazzanti installazioni francesi e belghe alla Biennale veneziana, i gruppi più intensamente intellettuali decretavano: «Quand-même, une présence». E anche qui!
L'atmosfera più mistica, nella città vecchia, parrebbe a San Giacomo degli Armeni, aperta a pochissimi dalle 15 alle 15.30 con atmosfera perfettamente spirituale: giusta penombra, lampade in formazioni ordinate, pitture pessime saggiamente al buio, assenza di turisti sbarcati e zuffe religiose per un gradino o un'icona. Funzione religiosa con eleganti costumi e coreografie tradizionali, come in un Don Carlos con la supervisione del Maestro Verdi medesimo; e letture dei servizi ove s'intendono solo i nomi di Satana e Maria. Una trentina di officianti, per lo più giovani, nelle tre navate, con una regìa efficace e disinvolta di per sé, senza ricerca di effetti per un pubblico d'altronde inesistente.
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Dopo il pigia-pigia dei suk, raggiungendo la Spianata del Tempio e delle Moschee sembra di entrare in un Piero della Francesca dopo un'uscita fra i tifosi della partita. Anzi, proprio la vastità e la piattezza conferiscono sensazioni metafisiche, tipo De Chirico. Le moschee non sono visitabili dagli infedeli come noi. Si può osservare dalle finestre lo smisurato e possente interno di El-Aksa con tozze colonne e sette navate severe e spoglie. Una guida informa che i marmi di Carrara vennero forniti da Mussolini negli anni Trenta. Nelle illustrazioni, le sinagoghe invece appaiono piuttosto ultramoderne, con le magnifiche vetrate di Chagall: ultimi felici esempi di una fantasia ancora figurativa che poteva sempre andar bene sia per teatri d'opera o chiese e cappelle e ospedali sia a Parigi e in Provenza o a New York. (Come Matisse...). Ma benché le crocifissioni tipo Giacometti incominciano a diffondersi anche nelle chiese cattoliche di qui, neanche uno zainetto vi si fa fotografare davanti.
Betlemme e la Natività non offrono spunti all'altezza della loro fama: oltre a Ravenna o a Tuscania, quasi ogni chiesa laziale o umbra presenta più suggestioni per un'autentica preghiera. Inoltre, le tante grotte e caverne e spelonche memorabili sono tuttora gremite di tante lerce pezze e toppe e frange e gale e nappe e guarnizioni come quelle rimosse nei nostri anni Cinquanta da sovrintendenze e archidiocesi per «ripristinare le strutture originarie», magari al ducotone, e a costo di raschiare stucchi e appliques rococò.
Così, fra le semplici colonne e i restauri sommari e gli antri che rievocano gli apparati di chiromanti e cartomanti, l'impressione più viva riguarda un pope che gentilmente chiede «leg down», perché (dimenticando gli avvertimenti sulle porte) si sono accavallate le gambe per leggere la guida. Allora si allargano le gambe, in piedi o seduti, in una posa che sarebbe considerata volgare anche dai più paraculi coatti. Ma lì, nessuna osservazione.
Si prosegue per il monastero-fortezza di Mar Saba, eremitaggio agguerritissimo in un perfetto deserto, vietato alle donne e dove i popi greci addirittura chiedono se si sono lasciate ragazze nel taxi fuori. Qui, davanti alla tomba novecentesca di San Saba e a fianco di una magnifica iconostasi del Quattrocento, i pavimenti di marmo sono più nuovi che in uno Sheraton e parecchie pitture appartengono a una scuola "anacronistica" più recente delle trans-avanguardie. Secondo uno scambio di lettere sul Times Literary Supplement nelle settimane scorse, qui si sarebbero trovate lettere di san Clemente Alessandrino circa alcuni passaggi censurati nella prima versione del Vangelo di Marco, ove la resurrezione di Lazzaro viene confusa con la fuga di un giovanotto nudo che ha passato la notte con Gesù per imparare i misteri del Regno di Dio. Gli studiosi delle prestigiose università inglesi e americane ritengono che quel nudo in fuga, «era stato sottoposto a uno speciale rito battesimale riservato ai più intimi discepoli». Ma qui sotto scorre un torrente; e se si chiede al cordiale pope di Patrasso se fosse un motivo idrico per costruire l'eremo proprio lì, dice che è uno scarico infetto dei rifiuti tossici di Gerusalemme; e ci offre un caffè.
(1 - continua..)