«L'Europa di là, i Balcani di qua» ripetono a Belgrado come in un ritornello. Io me ne vado verso i Balcani. Ho appuntamento "alla fontana", come si dice qui, ossia su Terazije, il centro della città. Sotto l'Hotel Moskva, un bellissimo edificio del 1907, mi aspetta Nemanja, cittadino doc (ventotto anni, tutti vissuti qui), per girare la parte vecchia della città. «Vecchia per modo di dire» fa lui. «Visto il numero delle distruzioni, l'edificio più antico non supera i 250 anni».
Dietro l'angolo, Knez Mihailova è la strada pedonale dello shopping e dei bei palazzi su cui si aprono le principali piazze: Trg Republike, l'altro punto di incontro a cui, vista la statua, si fa riferimento dicendo "ci vediamo sotto il cavallo"; e Studentski Trg, la piazza dell'università. Nella facoltà di filosofia, Jelena e Diana, 20 anni, si lamentano: «Belgrado non è i suoi palazzi, ma la sua gente. E la gente la trovi nelle "kafanas"». Le kafanas, mi spiegano, sono le taverne. Dove a Belgrado si possono passare ore a discutere di affari, politica, amore o amici. Comunque davanti a un bicchiere di rakija, una sorta di brandy alla frutta, preferibilmente alla prugna. «Qui nessuno va dall'analista, capisci? Molto meglio le kafanas». Andiamo, allora. Un giro nella fortezza, passando tra muraglioni e chiese ortodosse, quattro passi sui ciottoli di Kosancicev Venac, e poi eccoci davanti a una casa d'altri tempi, sull'insegna solo un punto interrogativo.
Mentre ci sediamo su sgabelli a forma di mezzaluna, Jelena racconta: «Si chiamava Caffè della Cattedrale, fu accusato di blasfemia e allora tolsero il nome». Ma a che servono i nomi a un occidentale, in una città in cui le vie sono segnate in cirillico? Bella domanda, dicono loro, anche perché a Belgrado le cose migliori sono quelle nascoste. Mangiamo i caratteristici "cevapcici", polpette di carne che si sciolgono in bocca, e questo enigma ronza nell'aria, fino a prendere la forma del celebre aforisma eracliteo: «La natura ama nascondersi». Che significa? Lo vedrai da te, mi spiegano.
Belgrado è una città che va scoperta. Ognuno trova il suo percorso. L'importante è non aver paura, è una città sicura, bisogna osare, soprattutto entrare nei passaggi sotterranei. Dicono che me ne daranno una prova. «Intanto senti il profumo» dice Nemanja sollevando il bicchiere di rakjia per un altro brindisi «Quando si beve si puzza d'alcol. Noi invece profumiamo di frutta». Fuori c'è un'aria tiepida, il cielo è biancastro e le stradine che attraversiamo sembrano immerse in un'atmosfera ovattata. Voltato l'angolo, entriamo in un sottopassaggio buio che porta a un grande centro commerciale. «Non c'è nessun tipo di insegna, eppure guarda che mondo» mormora Diana. Chilometri e chilometri di passaggi sotterranei a Belgrado nascondono negozi e bar, mentre moltissimi club e discoteche si trovano in insospettabili appartamenti, palazzi, grattacieli abbandonati. La sera tutto questo diventa evidente.
Passiamo il pomeriggio in giro sui barconi e le chiatte attraccati ai due lati della Sava. Club, bar, ristoranti, solo quelli ufficiali sono più di centosessanta. In uno di essi, il Brodic, sotto il ponte della ferrovia, aspettiamo il tramonto. L'aperitivo è fissato da Ben Akiba, in una viuzza oscura (Nusiceva 8) al secondo piano, suonando il campanello. Segue l'Association of World Travellers.
Poi m'infilo nelle stradine di Skadarlija, la cosiddetta "Montmartre di Belgrado", un tempo sede della bohème cittadina e oggi intrico di ristorantini turistici, percorro Strahinjica Bana, chiamata ironicamente Silicon Valley, per il silicone straripante delle donne belgradesi che fanno mostra di sé. Infine prendo un taxi e viaggio verso Zemun, il quartiere all'estremità settentrionale della Nuova Belgrado, oltre l'Hotel Jugoslavia, chiuso ancora dopo i bombardamenti, oltre anche l'ultima chiatta sul Danubio. Mi perdo tra le viuzze di questo quartiere che un tempo fu una cittadina, avamposto austroungarico contro i Turchi.
Salgo tra case basse e colorate fino alla Torre del Millennio. Quindi scendo verso il fiume. Pescatori nelle loro piccole imbarcazioni sono piegati su se stessi. Sento suoni familiari, grida e risate. Una porticina. Entro. Vecchi e giovani ai tavoli. Non mi guardano come uno straniero. Ordino rakjia, poi del pesce in un serbo stentato visto che qui nessuno parla inglese. Mi siedo e brindo guardando il Danubio: "zivjeli". Questo è il mio posto, penso. E ognuno troverà il suo.