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Messico

La metropoli nella foresta

Calakmul è la città maya più grande che si conosca. Patrimonio dell'umanità dal 2002, l'antica capitale è immersa nella natura, fra uccelli rarissimi e giaguari 'indolenti'. I Viaggi

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"Se avremo fortuna, potremmo vedere un giaguaro. A me è toccato due sole volte nella vita, ma chissà". Alfredo González ha perso il conto di quante volte ha percorso la pista di 60 km che si addentra nella selva delle Tierras Bajas, dove sorgono i più importanti siti archeologici del Campeche. Alfredo parla e scrive la lingua maya yucateca e ha fatto di questa civiltà millenaria la passione di una vita.

Frotte di pavoni selvatici corrono per lunghi tratti davanti a noi, quasi fossero indispettiti più che spaventati, e non capiscano perché debbano abbandonare la comodità di un lungo spazio aperto per tornare dove i giaguari sono sempre pronti a sbranarli. Il felino più grande delle Americhe è anche il più agile e silenzioso, non emette ruggiti, appena un soffio, una sorta di alito della morte che per molte scimmie è l'ultima cosa che sentono. Il giaguaro è uno straordinario arrampicatore, raggiunge le cime delle ceibe secolari con una tale velocità da non lasciare scampo alla preda, e sul terreno ha uno scatto e un'accelerazione che nessun veicolo costruito dall'uomo può eguagliare nei primi cento metri. In quanto all'uomo, il giaguaro - balam, in lingua maya - preferisce non attaccarlo, ma diventa per noi pericoloso quando è vecchio: perdendo la prestanza fisica, finisce per accontentarsi anche dei lenti e chiassosi esseri umani, quelli che solitamente evita.

Neanche a noi concede il privilegio di lasciarsi avvistare, però veniamo ripagati da una visione ancora più rara: fermi nello spiazzo di accesso al sito archeologico, Lamberto, che guida la camioneta, ci fa segno di tacere, poi indica un ramo sulla sommità di una ceiba e mormora. "Águila arpía". Alfredo non sta nella pelle: siamo stati più fortunati di tutti, perché l'aquila arpia non l'aveva mai vista neppure lui, ed è molto meno diffusa del giaguaro, si calcola ve ne siano appena una sessantina tra Messico e Guatemala - il confine è vicino, impalpabile nella selva fitta - ed è molto schiva. Certo non ha paura di nessuno: è il rapace più grande al mondo, due metri e mezzo di apertura alare, e uccide le grosse scimmie urlatrici o si porta via agnelli e vitellini come fossero fuscelli.

La nostra aquila arpia è un esemplare giovane: bianca con il petto maculato di nero, testa che vira dal grigio al blu, con un singolare pennacchio sulla nuca e una sorta di cresta a incorniciare il capo che sembra una maschera da rituali maya. Ammutoliti, la osserviamo e lei ci osserva. Finché passa un malcapitato picchio, e quella decide che sia ottimo per colazione: si libra possente e aggraziata, si lancia a volo radente e cattura la preda dopo una serie di virate e cabrate con le quali la "colazione" ha tentato disperatamente di sottrarsi alla presa micidiale degli artigli. Uno stormo di pappagalli impazza in cielo, spostandosi da una zona all'altra della foresta in un frastuono di mille voci allarmate. All'improvviso, spariscono tutti. Torna la quiete, punteggiata da innumerevoli suoni indecifrabili, sporadici e sommessi. Calakmul ci ha dato un benvenuto memorabile. Ora possiamo entrare in quella che fu una metropoli inghiottita dalla foresta.

Il Campeche, stato che fa parte della penisola dello Yucatán, vanta ben 3000 siti archeologici individuati, ma soltanto diciotto sono visitabili, e Calakmul, nel cuore dell'omonima riserva della biosfera nonché patrimonio dell'umanità dal 2002, è la città maya più grande che si conosca: pur richiedendo un'intera giornata di incessanti camminate per visitarla tutta, tra piramidi, palazzi e edifici minori, si calcola che tutto questo rappresenti appena il 2% dell'intera area urbana. Durante il Periodo Classico, tra il III e l'VIII secolo d.C., fu la capitale del regno Kaan e raggiunse probabilmente i centomila abitanti, cioè più di Tenochtitlán che fu capitale dell'impero azteco.

Ma mentre Tenochtitlán vide il massimo splendore nel XV secolo, Calakmul ha origini ben più antiche, che risalgono addirittura al 400 a. C., abbandonata all'epoca del nostro Medioevo come tutti i centri urbani della civiltà maya, i cui eredi si spostarono sulle coste e avviarono commerci con gli aztechi in pace e concordia. "Anche perché", aggiunge Alfredo, "gli aztechi si resero conto di quanto fossero duri da piegare i maya, e preferirono trattare anziché ingaggiare una guerra infinita". A riprova della loro fierezza, i maya resistettero ai Conquistadores spagnoli senza mai accettare la sottomissione, anche quando gli stessi aztechi erano vinti e dispersi, avviando la mescolanza di razze che, come ricorda il monumento di Tlatelolco a Città del Messico, "non fu vittoria e non fu sconfitta, ma la dolorosa nascita del popolo meticcio".

Con un'estensione di 70 kmq, Calakmul venne cinta da una poderosa muraglia. Fu probabilmente il regno più dedito alle guerre, anche se vanno considerate nell'arco di almeno otto secoli, durante i quali vi furono lunghi periodi di pace che permisero lo sviluppo non solo delle tecniche agricole, nelle quali i maya sono stati maestri nella storia dell'umanità, ma anche dell'astronomia e delle arti, conoscenze condivise, a riprova che tra le svariate città sparse tra Messico, Guatemala, Belize, Honduras e Salvador, c'erano intensi scambi proficui e non solo aggressioni reciproche. La grande nemica di Calakmul fu Tikal, in Guatemala, l'unica a tenerle testa, mentre Palenque, nell'odierno Chiapas, fu un raro caso di conquista "totale", cioè non ci si accontentò di sconfiggere i guerrieri nemici ma si arrivò a mettere la città a ferro e fuoco. E qui occorre tenere conto di un particolare sorprendente: Palenque distava almeno trecento chilometri, e i guerrieri di Calakmul attraversarono la selva, cioè un esercito numeroso con tutte le vettovaglie e i "servizi logistici" al seguito, un'impresa che lascia sbalorditi se si pensa a quanto fosse impervio il territorio e denso di insidie.

Ecco perché gli aztechi rimanevano colpiti dallo sviluppo muscolare delle gambe nei maya (ben evidente in affreschi e sculture): erano marciatori instancabili. Forza di gambe che è richiesta anche a chi vuole provare l'incomparabile emozione di salire sulla sommità della piramide situata nella Grande Acropoli, detta Estructura II, seconda per altezza solo a quella del Sole a Teotihuacán. Calakmul comprendeva circa 6500 edifici, e gli archeologi calcolano che, al ritmo degli scavi attuali, ci vorranno ancora sette secoli per scoprirla e ripulirla interamente: in pratica, quasi lo stesso tempo che i maya ci misero a costruirla. Qui si è scelto di rispettare al massimo la natura e non sono stati abbattuti gli alberi da piazze e viali, dunque, dall'alto della piramide principale, si spalanca un oceano di verde punteggiato di costruzioni in pietra bianca. L'importanza del sito è dovuta anche alle centinaia di stele ritrovate, che narrano la storia di Calakmul attraverso la scrittura fonetica dei glifi. Ma la città rappresenta soprattutto uno straordinario esempio di ingegneria edile e architettura avanzata: priva di un fiume o un lago nelle vicinanze, contava su una complessa rete idrica per il fabbisogno dei cittadini e canali per l'irrigazione dei campi coltivati nell'area circostante; ed è stato appurato che i maya misero a punto persino l'ittiocoltura: allevavano pesci in grandi vasche e sapevano farli riprodurre in condizioni ottimali.


Scienze e arti raggiunsero livelli sofisticati, come la scrittura che purtroppo, essendo su carta di mais, non è giunta fino a noi, ma restano per fortuna i glifi sulle facciate di vari edifici e le stele, anche se le più belle e meglio conservate, hanno preso la via del furto organizzato e si trovano attualmente sparse in vari paesi, soprattutto Stati Uniti e Gran Bretagna. Di alcune, individuate a New York e a Chicago, il Messico ha chiesto la restituzione. Lasciando la maestosa Calakmul, uno stuolo di lavoranti si industria in compiti più da giardinieri che da custodi: spazzano, potano, tolgono erbacce e liane, in una sorta di incessante "mito di Sisifo", perché se non tenessero a bada rampicanti e piante infestanti che l'indomani sono già ricresciute, alla selva basterebbe un solo anno per ricoprire tutto. E riportarlo quindi all'epoca dei Conquistadores spagnoli, che non poterono mai sapere cosa si celasse nel cuore della foresta yucateca.

— NEI DINTORNI —
La casa della bocca del serpente
Nei dintorni di Calakmul sorgono diversi altri siti, più piccoli ma molto suggestivi, come Chicanná, "La casa della bocca del serpente": la facciata dell'edificio principale è un'immensa bocca a circondare la porta di ingresso, dove si distinguono ancora gli enormi denti delle fauci. Qualcosa di simile si ammira anche a El Hormiguero, più vasta con i suoi quattro gruppi di strutture rivolte ai punti cardinali, con torri tondeggianti secondo lo stile architettonico detto Río Bec. Ancor più singolare è Xpuhil, che tanto fa scervellare gli archeologi: si tratta di un piccolo insediamento ma estremamente "lussuoso" per quanto riguarda gli edifici, probabilmente fu una sorta di residenza per le elite, costruita in epoca tarda, tra il 600 e l'800 d.C., e abbandonata un paio di secoli dopo.

Becán era invece una città vera e propria, alleata di Calakmul e capitale della sua regione, dotata di sette porte di accesso e palazzi alti fino a 32 metri, con campo per il gioco della pelota nella piazza di ponente. Pare sia stata una delle ultime città a essere abbandonate dai maya, che la abitarono fino al 1400, quando la stessa Calakmul era scomparsa sotto la vegetazione.

Infine, Balamkú, "Il tempio del giaguaro", merita di concludere l'escursione perché cela una sorpresa: i custodi aprono una porticina ai rari visitatori per farli accedere all'interno di una costruzione creata per proteggere un tesoro della scultura maya, quattro mascheroni cauac in stucco policromo, a rappresentare i punti cardinali, che formano un gruppo scultoreo lungo 16 m per 4 di altezza. Gli esseri mitologici creati dalla smisurata fantasia degli artisti di Balamkú sono composti da figure di sovrani, giaguari, serpenti, piante acquatiche e animali anfibi, rospi e coccodrilli che emergono dal Mostro della Terra, a rappresentare la transizione tra due mondi. La penombra, imposta per conservare meglio questo raro capolavoro, accentua la sensazione di entrare nell'inframondo dei maya.

- LA CURIOSITÀ -
La gomma da masticare
Nella foresta che circonda e pervade i siti archeologici del Campeche, crescono ancora numerosi gli alberi di chicozapote, da cui i maya estraevano il chicle, una resina gommosa che scaturisce dalla corteccia praticando tagli diagonali. Il chicle testimonia che furono i maya a inventare la gomma da masticare: ne portavano sempre una pallina nella bisaccia, da cui staccavano ogni tanto un pezzetto. Il sapore è quello che nel XX secolo è stato definito fruit flavour, quando l'intraprendente Thomas Adams scoprì in un viaggio nello Yucatán che gli indios masticavano incessantemente una strana gomma commestibile ma al tempo stesso inesauribile. Portato un campione negli Usa, sarebbe nata la marca Chiclets, nome che deriva dal maya anziché dal gringo. Oggi mettiamo in bocca più derivati del petrolio che resine naturali yucateche, ma da queste parti non è difficile trovare il vero chicle nei mercati dei villaggi del Campeche e del limitrofo Quintana Roo.

— IL NOSTRO AUTORE —
Lo scrittore Pino Cacucci vive a Bologna ed è un grande conoscitore della realtà latinoamericana. Tra i suoi numerosi romanzi "Puerto Escondito" (1990), da cui Gabriele Salvatores ha tratto il film omonimo e "San Isidro Futbòl" (1991) da cui è stato tratto il film "Viva San Isidro".