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Viaggi tutti da scrivere

Li chiamano "scrapbook": sono i diari che artisti, scrittori o semplici turisti si portano in giro per il mondo, tornando carichi di ricordi. Un percorso tra i più belli e curiosi e le istruzioni per farne uno tutto vostro. Velvet

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C'è chi recalcitra. E sostiene che o si viaggia o si tengono diari di viaggio. Le due attività sarebbero incompatibili. E c'è chi sente che l'altrove si sciupa se non è "fissato" da appunti, disegni,  fotografie, ticket, fiori secchi, brandelli di giornale e qualsiasi altro reperto della memoria, dell'occhio e del cuore. A quest'ultima categoria appartengono, generalmente, adolescenti, artisti, scrittori, grafici, creativi, narcisi e irrimediabili romantici. Che all'avventura preferiscono il lungo, morbido piacere di andare a scartabellare, mesi, anni, decenni dopo, le pagine che raccontano i loro passati pellegrinaggi. A quest'ultimo gruppo appartengono, parrebbe, anche i francesi. Che si fregiano di ben due illustri manifestazioni interamente incentrate sui diari di viaggio.

Festival du Carnet du Voyage" - (Ogni maggio a Brest)
Biennale du Carnet du Voyage - Che, nonostante il nome, cade ogni anno a novembre a Clermont-Ferrand. Ed è in quest'ultimo ambito che hanno guadagnato un posto al sole anche alcuni italiani (i nostri connazionali, si dice, non sono fra i popoli più portati al viaggiare cadenzato da pause di riflessione e di scrittura, fatta eccezione per Marco Polo ma, si sa, allora i tempi di spostamento e le modalità di esperienza erano assai più dilatati). Facciamo i nomi, per esempio, di Stefano Faravelli, cui si devono i quaderni dedicati all'India, al Mali e alla Cina; e poi di Giancarlo Iliprandi, di Edoardo Di Muro.

Ma qualche talento nostrano l'ha scovato anche la galleria milanese Nuages (www.nuages.net), che spigolando nei campi meno irreggimentati dell'arte, vedi fumetto, graphic novel, illustrazione, ha fatto zampillare la collana editoriale Carnet du Voyage, dove troviamo delizie quali "Angkor" di Lorenzo Mattotti, "I fari degli Stevenson" di Giorgio Maria Griffa. Autore, questo, del volume Escursione alle isole Eolie di Alexandre Dumas (altro francese!).

In realtà c'è anche qualche motivazione storica circa il ritardo con cui gli italiani si sono avvicinati al sublime ma segreto esibizionismo del diario di viaggio. Non tiriamo in ballo, come al solito, l'analfabetismo di ritorno, la scuola che non ti insegna a decifrare le tue opinioni (anzi, non ti insegna nemmeno come averne, di opinioni), la pestilenza degli spostamenti last minute, l'allergia nazionale all'itinerario in solitaria, la caciaroneria insita nel nostro Dna, la superficialità dei tempi che corrono, signora mia, che tempi. È che per secoli siamo stati noi, noi italiani, un diario di viaggio vivente. A uso e consumo di orde di "carnettisti" (gli snob oggi dicono così) scesi da Nord e poi arrivati d'Oltreoceano.

È l'epopea del Grand Tour, insomma, che a noi ci ha un po' fregati. E che ha divulgato per sempre la nostra arte, i nostri stracci, il nostro sole, le nostre donne. E poi? Poi c'è stato l'Oriente di Fosco Maraini, poi c'è stata la modernità meridionalista e terzomondista e sono arrivati Moravia e Pasolini, poi c'è stato il postmodern e la cotta generazionale per quel furbacchione di Bruce Chatwin, grazie al quale anche chi fino ad allora aveva trascorso le ferie tra villaggi vacanza e sdraio in ottava fila ha cominciato a blaterare "non sono un turista, sono un viaggiatore".

Inciso: è però per merito di Chatwin che è diventata di moda la Moleskine, la miniagenda con l'elastico universalmente ritenuta un ideale taccuino di viaggio.

[[ge:rep-locali:repubblica:117034217]]Non per nulla dal mito della Moleskine sono nate due mostre molto intelligenti, a Londra e a New York, con artisti, registi, designer e scrittori di tutto il mondo invitati a riempire le sue pagine di spostamenti brevi e lunghi, reali e immaginari, e coi visitatori stuzzicati a tracciare una mappa ideale della loro città. E poi ancora? Il web ha promosso il più grande e planetario diario di viaggio dell'umanità, "MySpace".

Certo, ma a noi piace consigliarvi un libro recente, bellissimo, "cartaceo", scritto da  Ilija Trojanov (edito da Ponte alle Grazie) per ricordare l'affascinante e gaglioffa figura di sir Richard Francis Burton, ufficiale coloniale inglese, diplomatico, spia,  orientalista, traduttore, insomma, un viaggiatore come si deve, un po' figlio di puttana, come si usava una volta. Per dovere di cronaca vi avvisiamo che i suoi diari di viaggio glieli ha distrutti la moglie, che qualche ragione doveva pur averla. Ma, garantito, ha un titolo che vale qualsiasi blog: "Il collezionista di mondi".