Viaggi

Norvegia

L'arcipelago senza tempo

Abbandonare gli agi delle grandi città per rifugiarsi in un luogo inospitale e tenere viva una gloriosa tradizione: quella dei piumini di Edredone. È l'arcipelago di Vega. I Viaggi

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Quando si lascia il porticciolo del piccolo borgo marinaro di Nes a bordo di un peschereccio per dirigersi verso il mare aperto, la destinazione appare ancora incerta all'orizzonte, ed anche il capitano dell'imbarcazione, nonostante si sforzi di indicare punti di riferimento tutti uguali, non riesce a far comprendere davvero dove essa sia, in quell'insieme confuso di strisce scure e spezzettate che è l'arcipelago di Vega visto dall'isola madre.

La meta in realtà è una zona a un'ora e mezza di navigazione, dove una esile striscia bianca di onde indica la fine della piattaforma continentale ed il precipitare del mare verso le massime profondità: poco prima si trovano le isole più esterne e solitarie dell'arcipelago, che pure di isole ne conta ben 6.500. Per la gran parte di loro l'appellativo di isola è quantomeno generoso: sono più che altro scogli, lembi di terra coperti da rade erbe e popolate di gabbiani, esposte ai venti ed alle tempeste, intrise di salsedine, scampate alla furia delle onde solo per miracolo, in qualche modo sopravvissute alla geologia che le condannava ad essere infine sommerse e dimenticate. Ed invece sono qui, a creare un paesaggio starordinario, che non è solo mare e non è terra, che sembra mutare continuamente ed invece è antichissimo, e pare il risultato della dimenticanza di un dio distratto che nel creare la terraferma ne ha lasciato cadere qualche pezzo qua e là, sbadatamente.

Il peschereccio prosegue spedito, fendendo l'acqua limpida e pulita del mare del Nord, in cerca della propria rotta, incontrando foche grigie ed aquile di mare, sempre più lontano dalle possenti montagne di Vega e dalla mole cupa, da castello medioevale, dell'isola di Søla. E scrutando l'orizzonte, si vedrà allora qualcosa di singolare: che su molte di quelle isole, anzi di quegli scogli, ci sono case. No, non ripari temporanei per pescatori, ma case, colorate di bianco o di rosso, con il loro bel tettuccio a spioventi e le finestre aperte verso l'immensità dell'oceano.

Chi mai potrebbe pensare anche solo lontanamente di poter vivere qui, al largo, lontano da ogni possibile comfort, senza acqua, senza luce elettrica, senza servizi igienici? "In realtà molte di queste case sono ormai abbandonate", spiega Sverre Nielsen, di professione pescatore, che effettua a richiesta il trasporto dei turisti sulle isole del bordo esterno. "Ma un tempo la gente ci viveva anche tutto l'anno". E su Lånan e su altre piccole isolette come Skjaervaer, c'è ancora qualcuno che trascorre gran parte della stagione primaverile ed estiva in queste case lontano dal mondo e dalla civiltà, accettando di rinunciare ad ogni comfort pur di salvaguardare una tradizione antichissima, che altrimenti rischierebbe di estinguersi. Sul molo di Lånan c'è un cartello con una scritta di benvenuto ed un piccolo comitato di accoglienza, tutto femminile: Margit, Hildegunn ed Erna, che sorridenti agitano le braccia in segno di saluto. "Non ci sono estranei, qui, ma solo amici che non abbiamo ancora conosciuto", scrisse il poeta irlandese Yeats, e la frase pare coniata apposta per un luogo come Lånan, dove i convenevoli sembrano un'inutile perdita di tempo di cui si può far tranquillamente a meno.  



"Arriviamo ad Aprile" racconta Hildegunn "e rimaniamo fino ad agosto", un periodo durante il quale il lavoro non manca mai. Perchè il motivo per cui tanta gente in passato, e qualcuno ancora oggi, trascorre lunghi mesi in mezzo al mare lontano da tutto e da tutti, la vera ricchezza di questi isolotti, possiede due ali ed un grosso becco, vola a 100 chilometri l'ora, e da maggio a luglio nidifica lungo le coste norvegesi, che ne ospitano le colonie più folte. Si chiama Edredone ed è un'anatra di mare dall'aspetto corpulento, che trascorre gran parte della sua vita al largo ma, quando arriva la stagione degli amori, sceglie dei ripari in cui costruire il nido, fatto di erbe ed alghe, che riveste poi con un soffice e caldissimo piumino che le femmine si staccano dal petto. E mentre i maschi se ne tornano al largo ad effettuare la muta, le femmine covano pazientemente le uova per quasi un mese. Poi, nati i piccoli, riprendono anche loro il mare, lasciando il nido. Ed eccolo, allora, il piccolo tesoro che la natura dona all'uomo: non sappiamo chi sia stato il primo a comprendere che quel piumino poteva costituire una preziosa risorsa, se debitamente lavorato, però è un fatto che già nel XVI secolo il piumino di Edredone (www.daunenstep.com) fosse richiestissimo soprattutto nelle grandi corti europee.

In quel periodo si arrivarono a produrre circa 15 mila piumini, oggi la produzione è crollata ad appena 300. Ed il motivo è evidente: produrre queste coperte leggerissime e calde richiede enormi sacrifici ed un lungo e paziente lavoro, che in pochi sono disposti a fare. Basti dire che per un chilo di piumino, sufficienti per una coperta singola, occorrono dai 60 ai 70 nidi, che vanno ripuliti a mano uno per uno, lavorati a lungo con un attrezzo che qui chiamano "arpa" e che sembra davvero uno strumento a corde, e che infine occorre confezionare le trapunte vere e proprie. Questo giustifica gli alti prezzi (circa 5000 euro per una matrimoniale). "Ma chi sceglie questo lavoro non lo fa per motivi economici. È piuttosto una scelta di vita.

A Lånan non ci sono comodità, ma nemmeno stress, inquinamento e ritmi moderni. Qui il tempo, semplicemente, non esiste" dice Erna, e questo è vero anche perché durante la bella stagione il giorno non finisce mai, ci sono 24 ore di luce. Erna, che durante il resto dell'anno vive a Oslo, ama più di ogni altra cosa la possibilità di tornare ai ritmi dettati dalla natura e di realizzare qualcosa che abbia un forte legame con la tradizione: "Senza di noi, gli Edredoni non si riprodurrebbero così numerosi; noi li proteggiamo e li curiamo, facciamo in modo che i predatori naturali stiano lontani, e loro in cambio ci donano il piumino. È un rapporto alla pari, in fondo". Ad aprile, Erna, Hildegunn e gli altri predispongono su tutta l'isola una serie di ripari artificiali, alcuni dalla forma di piccole casette di legno in grado di ospitare diverse covate, ed altri, singoli, molto più spartani, con vicino cumuli di alghe, che gli animali utilizzeranno per costruire la base del nido, facilitando così il successivo lavoro di pulizia del piumino. In questo modo, gli Edredoni trovano molte opportunità per fermarsi e riprodursi.

Lånan è letteralmente coperta da centinaia di nidi. Benchè passandoci vicino gli animali non mostrino alcuna reazione, restano pur sempre selvatici: non appena i piccoli usciranno dall'uovo, gli Edredoni torneranno ad essere gli uccelli timidi e schivi che sono normalmente. "Già dalla metà di giugno abbiamo le prime nascite" racconta Hildegunn "e quindi tutti i giorni visitiamo i nidi per vedere quali sono stati abbandonati ed in caso prelevare il piumino". Poi, mentre gli uomini sono a pesca, le donne iniziano la fase della pulitura. Secondo Margit "è un modo di vivere completamente diverso da quello a cui è abituata la maggior parte della gente.

Eppure c'è stato un tempo in cui Lånan era abitata tutto l'anno, e questi erano i ritmi quotidiani. Certo, in inverno doveva essere proprio dura!". Una targa rossa con scritto Posten collocata su un edificio, ricorda che un tempo qui c'era un ufficio postale, che si nasceva, si studiava, ci si ammalava e ci si curava rimanendo sempre lontano da ciò che noi chiameremmo "civiltà". Ma negli anni Cinquanta questa era già una storia finita. Secondo Erna, "vivere a Lanan era comunque troppo complicato e forse anche antieconomico. Oggi noi riusciamo comunque a garantirci qualche comodità: un po' di energia elettrica grazie ad un gruppo elettrogeno e ai pannelli solari, contatti quotidiani con amici e parenti grazie ai telefoni cellulari ed abbiamo addirittura un computer connesso ad Internet".

Insomma, l'isolamento non è più totale come un tempo. E probabilmente è stato anche questo ad aver fatto ripartire un'attività che è stata salvata anche dall'impegno di Inge Ness, scrittrice piuttosto famosa in Norvegia, che a Nes, sull'isola di Vega, ha creato un piccolo museo dell'Edredone (informazioni): "Lo scopo dell' E-house è di far conoscere questa tradizione", spiega. "Far capire che si tratta di un esempio di interazione tra essere umano e natura praticamente unico in Europa, che va salvaguardato". È questo il motivo principale per cui Vega e le piccole isole del suo arcipelago sono diventate, nel 2004, Patrimonio Mondiale dell'Umanità dell'Unesco.

La commissione che ne ha decretato la salvaguardia internazionale ha così motivato la decisione: "L'arcipelago di Vega riflette il modo in cui generazioni di pescatori e contadini hanno mantenuto, negli ultimi 1500 anni, un modo di vivere sostenibile in un ambiente marittimo inospitale vicino il Circolo Polare Artico, grazie all'originale pratica della raccolta del piumino di Edredone, e questo soprattutto con il contributo delle donne". Ma non si può proteggere ciò che non si conosce davvero: si inserisce in questa linea anche la promozione dell'ecoturismo. "Pensiamo a piccoli numeri" spiega Hildegunn. "Non è ecologicamente sostenibile la presenza di un gran numero di visitatori su Lanan. Le femmine di Edredone in cova potrebbero addirittura abbandonare i nidi per il disturbo. Però ci piacerebbe ospitare le persone interessate alla nostra attività ed amanti della natura, a cui magari le scomodità dell'isola appaiono come una splendida occasione per fare un'esperienza davvero diversa dal solito".

Sebbene sia possibile effettuare una visita di Lånan nel corso di una sola giornata, è però preferibile fermarsi un po' di più dormendo in alcune delle case dell'isola messe a disposizione degli abitanti e condividere in tutto la vita quotidiana degli abitanti, comprese le inevitabili scomodità, ma anche il lavoro necessario a preparare il piumino. È come salire su una macchina del tempo e tornare indietro di cento anni, a quando le nostre vite non erano dominate da ritmi e scadenze insopportabili, dal rumore, dallo smog, dalla fretta e soprattutto a quando i rapporti umani erano basati sulla condivisione e la collaborazione, indispensabili per sopravvivere in un ambiente ostile come quello delle isole del bordo esterno dell'arcipelago di Vega. Quando il peschereccio si stacca dal molo di Lånan e si allontana seguito dai gesti di saluto di Margit, Hildegunn ed Erna, d'un tratto ci si rende conto che persino il tump tump sommesso del motore diesel che scoppietta sotto i piedi, ora sembra davvero un rumore infernale.