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Nella terra del Gattopardo

A cinquant'anni dalla morte di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, un'occasione per riscoprire i luoghi del suo capolavoro e del film di Visconti
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Il traffico scorre veloce e disordinato nella strada sotto,fra i palazzi e il mare. L’addetto alla chiusura delle cancellate delle Mura delle Cattive urla che è tardi. Il piccolo gruppo chiede ancora un minuto: la guida legge il passo finale del capitolo della morte del Principe, consumatasi proprio lì, dentro una delle stanze dell’ex Albergo Trinacria che affacciano sulla terrazza ottocentescache sovrasta le antiche mura cittadine. «Il fragore del maresi placò del tutto». Così – nel romanzo, nel luglio 1883 – esce di scena il Principe di Salina, il Gattopardo. Il custode brontola, l’incantesimo svanisce, la compagnia di appassionati si disperde rapida.

Quest’anno, il 23 luglio, una passeggiata speciale ha commemorato il 50° anniversario della morte del principe-scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore di un unico romanzo, Il Gattopardo, pubblicato postumo, dopo alcuni rifiuti, nel 1958. Benedetto p…
Il traffico scorre veloce e disordinato nella strada sotto,fra i palazzi e il mare. L’addetto alla chiusura delle cancellate delle Mura delle Cattive urla che è tardi. Il piccolo gruppo chiede ancora un minuto: la guida legge il passo finale del capitolo della morte del Principe, consumatasi proprio lì, dentro una delle stanze dell’ex Albergo Trinacria che affacciano sulla terrazza ottocentescache sovrasta le antiche mura cittadine. «Il fragore del maresi placò del tutto». Così – nel romanzo, nel luglio 1883 – esce di scena il Principe di Salina, il Gattopardo. Il custode brontola, l’incantesimo svanisce, la compagnia di appassionati si disperde rapida.

Quest’anno, il 23 luglio, una passeggiata speciale ha commemorato il 50° anniversario della morte del principe-scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore di un unico romanzo, Il Gattopardo, pubblicato postumo, dopo alcuni rifiuti, nel 1958. Benedetto poi da un successo immediato e duraturo: Premio Strega nel 1959, fonte di ispirazione nel 1963 del film di Luchino Visconti, con Burt Lancaster-Salina, Alain Delon-Tancredi e Claudia Cardinale-Angelica. Film culto (Palma d’oro a Cannes), narrazione popolare e caso letterario, Il Gattopardo continua a essere l’opera italiana più tradotta del Novecento. Dalla creazione nel 2000 del Parco letterario dedicato allo scrittore, le “passeggiate tomasiane” – come quella alla Kalsa, l’antico quartiere arabo dove visse Tomasi – sono un gioco colto per rintracciare e riconoscere, con il filtro degli anni, gli scenari del romanzo e della vita dell’autore.

Strade, piazze, chiese, palazzi, scorci di paesaggio «che godono del più possente Sole d’Europa», citati nel racconto o usati da Visconti per il set cinematografico. Della Sicilia dello sbarco dei Mille, del tramonto dei Borboni e della vecchia aristocrazia isolana, dei ricordi d’infanzia, di «aridità ondulante all’infinito», «città barocche ed aranceti».Quella Palermo di austerità e sfarzo, di grandi palazzi nobiliari e innumerevoli conventi non c’è più. Sviluppi sregolati e sacchi edilizi hanno cambiato il volto dell’antico centro storico e spostato gli assi della città altrove. Tra gli squarci lasciati dall’ultima guerra e le palazzine di recente costruzione, qualche discarica e campetto, slarghi e viuzze di altri tempi, è ancora possibile però ritrovare quelli che furono i regni delle grandi signorie della città. In discreta salute, a volte virtuosamente restaurati o ridotti a ruderi. Un fantasma da oltre sessant’anni, da quel «5 aprile 1943 giorno in cui le bombe trascinate da oltre Atlantico la cercarono e la distrussero» è Palazzo Lampedusa, la casa natale che lo scrittore adorava, di cui è rimasto il muro perimetrale attorno a un ammasso di macerie ricoperto da alberi e cespugli che ne fa intuire la vastità, monumento all’orrore della guerra e al degrado in cui versa.

Gli interni delle diverse case dei Salina che compaiono nel libro sono quelli di Palazzo Lampedusa proustianamente evocati; dopo la sua perdita Tomasi non riuscì a considerare nessun’altra dimora come propria. Nemmeno il palazzo di via Butera in cui abitò negli ultimi anni, la «casa alla marina, di fronte al mare» che trasformò in centro di incontri e lezioni, oggi abitazione di Gioacchino Lanza Tomasi, figlio adottivo dello scrittore. Se ne può intravedere la facciata dalle Mura delle Cattive che costeggiano i palazzi aristocratici disposti lungo via Butera; scorgere qualcosa tra le siepi, la terrazza dove sedeva, la panchina di pietra e maioliche dove fu immortalato in un celebre ritratto. Da lì si può condividere il panorama guardato ogni giorno dallo scrittore e, poco prima della morte, dal Principe di Salina da un balcone dell’albergo Trinacria, forse lo stesso da cui Garibaldi gridò, si dice, “Roma o morte”.

La villa Salina ai Colli è Villa Lampedusa, oggi in abbandono, a San Lorenzo Colli, nella piana dove nel Settecento venivano costruite le residenze fuori porta dell’aristocrazia palermitana. Casa di villeggiatura di Giulio Fabrizio Tomasi, bisnonno dello scrittore e modello per la figura di Fabrizio Corbera Principe di Salina, sembra che Tomasi non vi mise mai piede. Per ricrearne l'atmosfera, Visconti scelse, felicemente, la vicina Villa Boscogrande, oggi luogo di ricevimenti di prestigio. La terrazza della sequenza iniziale è un po’ malmessa, ma i saloni e la scalinata attorniata da piante restituiscono ancora qualcosa delle immagini viscontiane, malgrado la scomparsa degli aranceti attorno, vittime della speculazione edilizia che ha deturpato il paesaggio della Conca d’Oro.

L’impressione è che i luoghi reali tomasiani non esistano, quasi, più; mentre resistono quelli della finzione, ricreata con rigore filologico da Visconti. Il gioiello è Palazzo Valguarnera Ganci, utilizzato nel film per la celebre scena del ballo. Facciata austera, saloni magnifici, il palazzo è rimasto com’era, anzi se possibile migliorato (una rivista americana lo ha incluso di recente tra le dieci case private più belle del mondo), aperto per ricevimenti di rango e visitabile su prenotazione. Per ammirare la sala da ballo e degli specchi, gli arazzi, i cristalli, i lampadari,i ritratti degli antenati, il pavimento col gattopardo, il terrazzo sulla piazza, il cortile per le carrozze. La Donnafugata del romanzo – il feudo dove la famiglia Salina si recava per la villeggiatura – è inventata. È ispirata a due luoghi cari allo scrittore, evocatori del mondo incantato dell’infanzia e del passato feudale del casato. «Donnafugata come paese è Palma; come palazzo è Santa Margherita», scrive Tomasi in una delle sue ultime lettere: un po’ l’una, un po’ l’altra,con buona pace delle polemiche campanilistiche tra palmesi e margheritesi.

Sui cartelli stradali, all’ingresso dei paesi, si richiama il mito: su quello di Santa Margherita di Belìce campeggia la scritta “Paese del Gattopardo”; su quello di Palma di Montechiaro, “Terra del Gattopardo”. Il viaggio tra Palermo e Donnafugata richiama quello che nella fanciullezza Tomasi faceva in treno e carrozza fino a Santa Margherita. Il sole è sempre «implacabile», ma il paesaggioappare meno «cosmicamente desolato» di un tempo. Le vigne hanno sostituito il grano; bisogna spingersi molto più all’interno per ritrovare la terra arsa che ossessionava lo scrittore. Il Palazzo Filangeri di Cutò («contava fra grandi e piccole trecento stanze», «una specie di Vaticano»), distrutto in gran parte dal terremoto del 1968, è stato ricostruito. Ospita un Museo del Gattopardo con il manoscritto e il dattiloscritto del romanzo,vestiti d’epoca, manifesti, un “fono-documento” con la voce di Tomasi e una stanza con le cere dei personaggi.

Attorno a ciò che era rimasto dell’attigua Chiesa Madre è stato creato un toccante Museo della memoria che ripercorre la storia del Belìce prima e dopo il sisma. Palma di Montechiaro è più lontana, oltre la Valle dei Templi di Agrigento. Tomasi la visitò solo negli ultimi anni di vita,tornando commosso dall’accoglienza riservata al discendente del fondatore della cittadina Giulio Tomasi, il Duca Santo. Palma conserva l’impianto seicentesco nel nucleo storico attorno al Palazzo ducale, al Monastero di clausura delle suore Benedettine (della Beata e dei mandorlati citati nel romanzo), alla Chiesa Madre (il duomo di Donnafugata dall’“imponente scalinata” e le “tozze colonne di marmo rosso”). A qualche chilometro, la costa dagli spettacolari calanchi a picco su calette e mare blu e il suo Castello, secolare baluardo antipirati.

Restano due luoghi, singolari, nella geografia gattopardiana. Stelle e inferi. Una specie di labirinto, ai piani alti del Palazzo dei Normanni, porta all’osservatorio astronomico di Palermo. Lì si conservano i tre telescopi appartenuti al bisnonno dello scrittore, discreto astronomo, che come il Principe di Salina nella precisione dei movimenti delle stelle trovava consolazione al disordine terreno. Sono esposti nel Museo della Specola dell’osservatorio, restaurati dopo l’uso nel film. Per l’altro, si deve scendere.

Lo scrittore riposa al cimitero dei Cappuccini, nella tomba di famiglia che il Principe di Salina pensa, in un presagio di morte, di far riparare. Più in giù, nelle catacombe, si offre lo spettacolo macabro, ipnotizzante della Cripta dei Cappuccini. Lunghi corridoi ospitano i corpi mummificati di migliaia di palermitani vissuti tra il Seicento e i primi del Novecento, appesi lungo le pareti con il loro abito migliore, suddivisi in vari settori con tanto di cartelli: “preti”, “professionisti”, “donne”, “bambini”. La morte e la decomposizione messe in scena. Come fa Tomasi, per una classe e un’epoca, nel suo capolavoro.