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Il funerale dei vivi

Quando la natura non stava affogando e al camposanto ci si andava da soli, scalzi. Ascanio Celestini racconta la storia Emilio, che era saggio perché credeva ai segreti. I Viaggi

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Una volta eravamo saggi e il funerale ce lo facevamo da vivi. Ci andavamo con lo stomaco pieno di maccheroni. Ci coprivamo la testa e camminavamo sulla strada del camposanto. Scalzi per sentire le pietre, per intendere il peso dei nostri peccati. Ci accompagnavano i compari e le comari in silenzio e piangevamo davvero perché la morte è una cosa seria pure quando si fa per scherzo.

Una volta credevamo a tutto perché ci sembrava che era tutto segreto. La natura non era un patrimonio da salvare come uno che si sta affogando e bisogna raggiungerlo col salvagente prima che si beva troppa acqua. La natura era un marasma e noi ci stavamo dentro come il passeggero di una nave nel mare in tempesta che spera nelle capacità di un comandate che manco conosce. Lo prega come si prega un santo. Magari poi è un pilota automatico, una macchina che fa tutto da sola. Magari manco è una tempesta, ma il mal di mare che ha trasformato le piccole onde in una grande agonia. Una volta credevamo a tutto perché ci sembrava che era tutto segreto. Adesso abbiamo dovuto perdere la fede per non rischiare di affogare davvero nel mare grosso. Adesso al funerale ci andiamo solo da morti.

Ma io il funerale di un vivo l’ho visto davvero. Emilio mi ha portato in Val Camonica da Battista Maffessoli che mezzo secolo fa ha riscoperto le incisioni rupestri degli antichi Camuni. Ha inciampato in cervo, cioè in un graffito che lo raffigura. Al paese dicevano che quei “pitoti” li aveva fatti un capraio, ma poi in valle sono arrivati gli studiosi e Battista ha continuato a scoprire le rocce. Toglieva la terra e il muschio, faceva i calchi di gesso e accompagnava i dottori di mezzo mondo tra i guerrieri e le danze grattate nella roccia. Al tramonto, prima di tornare dalla sua donna vera che lo aspettava a casa, si metteva vicino all’incisione di una piccola donna antica. Le braccia chiuse in un cerchio e le gambe a specchio. Si guardavano la valle insieme pure se erano un uomo e una pietra divisi da migliaia di anni. Battista dice che una volta all’alba ha sentito un violino, è arrivata un’astronave con tutti gli scienziati che erano passati nella valle e nel frattempo erano morti. Gli hanno detto “ce ne andiamo dai Camuni. Ci sveleranno il mistero delle incisioni”. Io che non sono pratico né di astronauti, né di archeologia gli ho chiesto se era una storia che si era inventato lui, un sogno o una cosa vera. Lui non ha risposto perché era saggio e credeva ai segreti.

Poi siamo andati a mangiare e io non conoscevo quasi nessuno. C’era Emilio che avevo sentito al telefono un paio di volte, c’era Battista col quale avevo passeggiato per le rocce, che mi aveva mostrato un omino corridore con i capelli dritti e lui lo chiamava “il bersagliere”, che mi aveva illustrato la roccia grande, la sua cappella Sistina. Abbiamo mangiato e eravamo molto contenti. Ora è passato un anno e sono tornato in Val Camonica. Emilio mi dice che quel giorno di maggio è stata l’ultima volta che Battista è salito alle rocce. È morto dopo qualche settimana, a settembre. E io non l’avevo capito che quello era il suo funerale da vivo.