Zi’ Angelo aspetta davanti casa. Intanto Nino ci fa entrare, dice “il 17 settembre del ’59 sono arrivato in Svizzera. Mangiavo un piatto di fagioli e mezzo litro d’acqua per riempire lo stomaco. Ero appena maggiorenne e dovevo starci il tempo per scampare al militare”. Poi s’è sposato. Poi ci stavano i figli da mandare a scuola. Poi bisognava sistemarli. Poi sono passati quarantacinque anni. Il nonno che aveva fatto la grande guerra in trincea si era imparato a fumare al contrario. Bisognava tenere il braciere in bocca per non farsi vedere dal nemico. La prima volta che Nino è tornato a Paglieta gli ha portato i sigari ma era troppo tardi perché a quello gli era già venuta l’asma e qualche mese dopo se n’è andato al creatore. Zi’ Angelo sta dritto con la schiena sul divano.
Intanto Filomena ride. La figlia ci fa il caffè, la nipote ci fa accomodare e la pronipote cammina carponi. Quattro generazioni di donne abruzzesi. La bisnonna racconta del soldato che teneva fidanzato. È rimasta incinta, poi quello è morto in guerra e quando sono passati i soldati col carrarmato s’è fatta portare a Lanciano dove s’è accompagnata a un vecchio che l’ha messa in una grotta perché i figli di lui non la volevano. Poi pure il vecchio è morto, ma lei già stava alle case popolari e lavorava ai tabacchi. Era quasi il sessantotto e in fabbrica facevano gli scioperi. Trentacinque anni in mezzo alle sigarette. Zi' Angelo sta in pizzo alla poltrona.
Intanto Nicolina che insegna alle medie racconta la prima supplenza a Reggio Emilia. C'è arrivata in autostop per fare il sostegno a uno in carrozzella che gli stava scappando in discesa. “I meglio amici miei sono gli ex studenti che mo’ c’hanno quarant’anni. Me li vedo per strada e per loro sono ancora la professoressa”. La sorella Nellina sta alle superiori. “Coi genitori non ci riesci a trattare –dice- ci stavano due che s’erano menati per strada e una madre gli ha detto che era meglio se se le davano a scuola così pigliavano i soldi dell’assicurazione. Prima andavo a pranzo dagli studenti, ma mo’ non ti puoi permettere sennò ti dicono pedofila”. Zi’ Angelo sta accanto alla finestra. Intanto Maria Domenica ci fa entrare. Lei ci ha novantanove anni. Due anni fa ha preso per la prima medicina. L’organismo non era abituato e lei s’è quasi avvelenata. La nipote dice “si cura con l’acqua e col digiuno”. S’è sposata ragazzina, ottantacinque anni fa. Ai tempi della spagnola gli avevano già fatto la bara, ma poi s’è salvata. Augusta gli si avvicina con la videocamera e lei “fammi la fotografia che la mando a mio marito all’altro mondo”. “L’acqua e la mort, sta arret’ a la port” dice.
Zi' Angelo sta seduto.
Intanto s’è fatta sera e ci sta il paese che lo sta a sentire. Sandro e Augusta me l’hanno detto che lui è uno che le storie le ascolta e poi le sa raccontare. Infatti è lui che in piazza dice la Svizzera di Nino, i tabacchi di Filomena, la scuola di Nellina e Nicolina, gli anni di Maria Domenica. Dice che ci abbiamo bisogno di qualcuno che ci racconta la vita nostra. Uno che al posto nostro ci racconta chi siamo.
“Solo al gabinetto e all’altro mondo, non ci puoi mandare qualcun altro” dice.
Intanto Filomena ride. La figlia ci fa il caffè, la nipote ci fa accomodare e la pronipote cammina carponi. Quattro generazioni di donne abruzzesi. La bisnonna racconta del soldato che teneva fidanzato. È rimasta incinta, poi quello è morto in guerra e quando sono passati i soldati col carrarmato s’è fatta portare a Lanciano dove s’è accompagnata a un vecchio che l’ha messa in una grotta perché i figli di lui non la volevano. Poi pure il vecchio è morto, ma lei già stava alle case popolari e lavorava ai tabacchi. Era quasi il sessantotto e in fabbrica facevano gli scioperi. Trentacinque anni in mezzo alle sigarette. Zi' Angelo sta in pizzo alla poltrona.
Intanto Nicolina che insegna alle medie racconta la prima supplenza a Reggio Emilia. C'è arrivata in autostop per fare il sostegno a uno in carrozzella che gli stava scappando in discesa. “I meglio amici miei sono gli ex studenti che mo’ c’hanno quarant’anni. Me li vedo per strada e per loro sono ancora la professoressa”. La sorella Nellina sta alle superiori. “Coi genitori non ci riesci a trattare –dice- ci stavano due che s’erano menati per strada e una madre gli ha detto che era meglio se se le davano a scuola così pigliavano i soldi dell’assicurazione. Prima andavo a pranzo dagli studenti, ma mo’ non ti puoi permettere sennò ti dicono pedofila”. Zi’ Angelo sta accanto alla finestra. Intanto Maria Domenica ci fa entrare. Lei ci ha novantanove anni. Due anni fa ha preso per la prima medicina. L’organismo non era abituato e lei s’è quasi avvelenata. La nipote dice “si cura con l’acqua e col digiuno”. S’è sposata ragazzina, ottantacinque anni fa. Ai tempi della spagnola gli avevano già fatto la bara, ma poi s’è salvata. Augusta gli si avvicina con la videocamera e lei “fammi la fotografia che la mando a mio marito all’altro mondo”. “L’acqua e la mort, sta arret’ a la port” dice.
Zi' Angelo sta seduto.
Intanto s’è fatta sera e ci sta il paese che lo sta a sentire. Sandro e Augusta me l’hanno detto che lui è uno che le storie le ascolta e poi le sa raccontare. Infatti è lui che in piazza dice la Svizzera di Nino, i tabacchi di Filomena, la scuola di Nellina e Nicolina, gli anni di Maria Domenica. Dice che ci abbiamo bisogno di qualcuno che ci racconta la vita nostra. Uno che al posto nostro ci racconta chi siamo.
“Solo al gabinetto e all’altro mondo, non ci puoi mandare qualcun altro” dice.