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Bentornati a Bruxelles

Tra gli italiani che vivono nella capitale belga. La città in cui si sta fermi in tutte le lingue e dove la birra costa meno del caffè

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BENTORNATI a Bruxelles dove si sta fermi in tutte le lingue. Patrick è figlio di italiani. Gente umbra che adesso è tornata a coltivare la vigna dalle parti dove si imbottiglia il Sagrantino. Se penso a tutte le volte che l’ho incontrato me lo ricordo quasi soltanto su una sedia. Stava in mezzo al pubblico quando l’ho conosciuto a Liegi dove insegna teatro. Stava seduto a Napoli accanto al portentoso Jean-Louis in trattoria da Mario o al bar davanti al maschio Angioino.E anche a Roma me lo ricordo dietro a un tavolino nella trattoria del Quarticciolo dove servono le quaglie al forno, quella accanto al cassamortaro. E adesso sta seduto vicino a me sul palco del National mentre facciamo le prove per la traduzione in questa città dove piove sempre.

BENTORNATI a Bruxelles dove la birra costa meno del caffè. Alla libreria Piola lo fanno buono e manco costa tanto rispetto alla media di queste parti forestiere dove un bibitone di ciofeca alla caffeina è quotato quattro volte di più che nella mia borgata. Arrivi con la metro fino a Schuman davanti al parlamento europeo e poi sali per una strada piena di trattorie con insegne tricolore. Matteo, Roberto e Luca tirano fuori gli strumenti e incominciano a suonare in mezzo ai libri. Un’oretta e poi scappiamo in teatro. Patrick sta al bar. Beve una birra. Poi un’altra. Poi saliamo sul palco. Io parlo italiano, ma per una metà dello spettacolo ci stanno i sottotitoli. L’altra metà lo traduce Patrick. Qualche parola in francese me la sono imparata pure io. Je suis communist parce que les communistes sont comme les martiens. Bentornati a Bruxelles dove i marziani vanno a teatro.

E INFATTI alla fine dello spettacolo ci sta pure il dibattito. Eppure non è la sala di una casa del popolo dove vanno i minatori emigranti a fumare sigarette senza filtro. In questo teatro borghese ci stanno i borghesi spettatori che non sembrano diversi da quelli di Palermo o di Milano. Sono soltanto un po’ più biondi. Alla fine della faticata, delle due ore di italiano tradotto in corsa da un umbro trapiantato e da un proiettore che fa scorrere frasi francesi lungo uno schermo, restiamo ancora un ora a parlare di teatro e lavoro precario. E mi fa strano sentire l’impiegato o il professore belga commentare la storia di un call center nella periferia di Roma, la storia che ho appena raccontato. Eppure ci stanno. E non sono extraterrestri perché tout le monde sait que les martiens n’existent pas.

BENTORNATI a Bruxelles dove il caffè costa più della birra. E infatti ce ne andiamo a cercare un locale. Patrick ci porta a L’échalote. L’altra sera era chiuso perché il lunedì è di turno per il riposo settimanale. Ma il resto della settimana resta aperto dalle sette di sera alle sette di mattina. Lui ci ha preso i rognoni con la salsa di pepe. Ci intingeva le patate fritte e insisteva che le mangiassi anche io che volevo le cozze, ma erano finite. E stava ancora seduto. E rideva e parlava in fretta in un francese-belga con retrogusto di perugino e ordinava l’ultima birra prima dell’ultima grappa prima dell’ultimo caffè e dopo l’ultimo infarto. Une extraordinaire histoire de science-fiction comme le communisme.